Un anno senza Sócrates (parte 1)

Per tutti noi, fútbologi di ogni risma e provenienza, il Dottor Sócrates è una stella fissa. Un punto di riferimento, un’ispirazione.
Pubblicare un omaggio, nei giorni in cui ricorre il primo anniversario della scomparsa, è obbligatorio. Con i dettagli e la passione di Alessandro Gori, o Magrão riceve il tributo che merita.
Le divinità del fútbol ne abbiano tutta la cura necessaria.
La democrazia è un colpo di tacco.

La Redazione

foto di Sócrates che fa stretching con (Leovegildo Lins da Gama) Júnior

Sócrates fa stretching con (Leovegildo Lins da Gama) Júnior

[Il reportage è diviso in due parti. La seconda parte sempre su questo blog, a un anno esatto dalla scomparsa del Doutor]

di Alessando Gori

Un anno senza Sócrates

Doutor, filosofo, politico e anche straordinario calciatore

[Parte 1]

Un anno fa mi trovavo in un angolo sperduto dell’Africa Centrale, quando un breve SMS mi ricollegava al mondo conosciuto. In una manciata di caratteri mi svegliava dal mio torpore annunciandomi la notizia con l’effetto di un sonoro e doloroso ceffone: «Sento ora che è morto Sócrates» sono state le poche, meste parole di un amico.

Tutti erano a conoscenza dei disastri causati dalla dipendenza dall’alcool di Sócrates. La situazione era già divenuta critica pochi mesi prima, a settembre quando era stato ricoverato per due volte a causa di un’emorragia intestinale abbinata ad una cirrosi cronica ed era stato salvato quasi per miracolo. Era apparsa allora una sua foto, irriconoscibile e pesantemente segnato dalla malattia.

Ma l’ultimo atto sembra si sia consumato (anche) a causa della sfortuna: un giovedì notte o Doutor era tornato in ospedale, per un’infezione intestinale probabilmente dovuta ad un’intossicazione alimentare dopo una cena in cui anche sua moglie e un amico erano stati male.

Avevo letto del ricovero, ma non immaginavo fosse gravissimo. Invece domenica 4 dicembre, alle 4:30 ora locale, si è spento a soli 57 anni, causa ultima una crisi setticemica.

Se n’è sicuramente andato un craque, così vengono identificati i campioni in Brasile. Ma forse non tutti conoscono la vera statura di Sócrates anche al di fuori del mondo del calcio.

foto di Sócrates in azione contro la Scozia al Mondiale 1982

Seleção 82

Per la mia generazione Sócrates rappresenta quell’affascinante Brasile del Mundial spagnolo del 1982. Una squadra spettacolare che innamorò molti telespettatori e che forse non rimase nella storia solo per due tasselli mancanti, un portiere (al posto del disastroso Valdir Peres) e un centravanti decenti (il giovane Careca si era infortunato poco prima della competizione lasciando spazio al pessimo Serginho).

Sócrates era il capitano di quella formazione che annoverava campionissimi come Zico, Paulo Roberto Falcão, Júnior, Toninho Cerezo, Éder ed era allenata dal grande Telê Santana.

Dopo aver assistito alle prime quattro partite molti erano convinti che dodici anni dopo lo squadrone con il celebre attacco formato da cinque numeri 10 (Jairzinho, Gerson, Tostão, Pelé e Rivelino) finalmente una Seleção avrebbe riportato la Coppa a casa.

Ma non fu così. In quel fatidico 5 luglio al “Sarrià” di Barcelona si svegliò improvvisamente Paolino Rossi e con l’intera Italia di Bearzot che nel primo turno aveva sonnecchiato. Fu proprio quel lungagnone barbuto col numero 8 a marcare la rete dell’1-1, su invito filtrante del Galinho spiazzò Zoff sul suo palo. Ma come tutti ricorderanno non fu sufficiente.

Fu in quella occasione che il grande pubblico conobbe per la prima volta Sócrates, ma o Doutor era già un idolo nel suo paese e conosciutissimo in tutta l’America Latina, e non solo per il futebol.

foto di gruppo

Sócrates con Júnior, Cerezo, Telê Santana, Edinho, Zico

Atipico

Giocatore certamente singolare, al contrario della gran parte dei suoi colleghi non reputava il calcio l’aspetto più importante della sua vita, anzi. Sembrava fosse arrivato per caso alla ribalta, e per caso ci rimaneva. Le sue passioni principali erano invece la medicina e la politica, oltre all’alcool.

Altissimo (1,93), fisico asciutto, piedino fatato e stranamente piccolo per una simile statura (calzava il 38, qualcuno dice addirittura il 37), Sócrates era nato nel 1954 a Belém nel Pará, estremo nord del continente brasiliano.

Suo padre era un uomo di sinistra con una cultura sopra la media che negli anni della dittatura leggeva di nascosto i libri proibiti dal regime. Un nome così importante non arrivò dunque per caso, ma era solo il primo di una lunga sfilza che, da ragazzo, avevo imparato come se si trattasse di una filastrocca: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira.

Il nostro ebbe molti soprannomi, dal classico O Doutor (per ovvie ragioni), a Magrão, all’altrettanto ovvio Crâtes, ma anche uno tra i più suggestivi mai sentiti a qualsiasi latitudine: O calcanhar que a bola pediu a Deus, ovvero «Il colpo di tacco che la palla chiese a Dio»; non proprio un modo per accorciarne il nome, ma sicuramente pura poesia brasileira che faceva riferimento a una delle sue specialità tecniche.

foto di Sócrates negli abiti del Doutor

Nei panni del Dottore

Sócrates era cresciuto a Riberão Preto, grosso centro dell’interno dello Stato di São Paulo nel cui club locale, il Botafogo (da non confondersi con l’omonimo club di Rio), iniziò a giocare alternando allenamenti e partite con l’università; aveva infatti iniziato la facoltà di Medicina presso la USP della stessa città.

Con il Botafogo si proclamò campione del primo turno del Paulistão 1977 e in quattro anni marcò un centinaio di reti (nel 1976 risultò capocannoniere del campionato), attirando su di se le attenzioni delle squadre più importanti del paese. Ma l’approdo a un club importante arrivò tardi, a 24 anni, solo dopo essersi laureato in medicina (Pediatria), qualcosa di inaudito nel mondo del calcio.

foto Estádio do Pacaembu di San Paolo

Foto dell’autore dell’Estádio do Pacaembu a San Paolo – ©Alessandro Gori

Qualcuno in Brasile diceva che Sócrates non era un atleta, ma semplicemente un grande giocatore di calcio. Era un interno magro e lungagnone, testa alta, tocco vellutato, dotato di rara intelligenza calcistica con la quale sopperiva alle limitate doti atletiche. I numerosi assist e le molte reti (su punizione, con tiri da fuori area, di testa) gli valsero ben presto la chiamata di uno dei più importanti club brasiliani, il Corinthians di São Paulo, il secondo club più amato del paese (dopo il Flamengo di Rio), soprattutto dalle classi popolari della capitale paulista.

Tra il 1978 e il 1984 Sócrates segnò 172 gol in circa trecento incontri con il Timão (il Timone, presente nel simbolo del club) di cui divenne idolo supremo. Si ritrovò insieme ad una generazione di calciatori che lasciò il segno, non solo a livello calcistico: Biro Biro, Wladimir, il più giovane Casão (Walter Casagrande, che giocò successivamente nell’Ascoli e nel Toro), Zenon, il suo socio goleador Palhinha. Con i bianconeri vinse tre campionati dello Stato di São Paulo (1979, 1982, 1983).

Ma oltre alle evidenti doti tecniche Sócrates passò alla storia anche per un altro motivo.

[continua con la seconda parte]

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Sulla Democracia Corinthiana puoi leggere Essere campione è un dettaglio, cui è allegato un documentario sottotitolato da Fútbologia.

Dello stesso autore su questo blog:

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La Crvena Zvezda, vent’anni fa
Il National Football Museum di Manchester
L’evoluzione del Clásico e il Barça come fenomeno glocale
L’emozione di Anfield
La passione per il Celtic

Alessandro Gori (Udine, 1970), giornalista freelance e da sempre appassionato di calcio, è malato di Balkani, Caucaso, America Latina, Catalunya ed Euskal Herria, e più in generale dei territori complicati e problematici. Sta preparando un libro di storie su “Un Altro Calcio”.
È laureato in Lingua e Letteratura Portoghese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi (in portoghese) su Musica Popolare e società in Brasile durante la dittatura: Chico Buarque e Caetano Veloso.

5 commenti su Un anno senza Sócrates (parte 1)

  1. Marco

    Caro Ale,

    pezzo magistrale. Attendo con ansia il seguito. Per il momento, condivido con i lettori e con te un pezzo del comunicato ufficiale che l’ambasciata venezuelana diramò il giorno della scomparsa del querido campeon.

    “Lembramos seu exemplo de vida porque ele sempre foi esse tipo de cidadãos que cotidianamente manteve vivo o sonho de Bolívar (…) Em uma época quando muitas vezes tenta-se transformar o esporte em um espetáculo banal e alienante como ferramenta para o consumo desenfreado, Sócrates utilizou o esporte para conscientizar e promover valores como a solidariedade, e também para assumir uma postura firme em favor da democracia tanto para o país, quanto no âmbito esportivo, onde sempre a evidenciou (…) Tornemos o Dr. Sócrates em um exemplo de homem e mulher novo que tanto precisamos na América Latina e o Caribe.”

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    1. xho

      Provo a tradurre male.
      Ma Alessandro lo potrà fare meglio di me.

      «Ricordate l’esempio della sua vita, perché lui è sempre stato quel tipo di cittadino che quotidianamente manteneva vivo il sogno di Bolívar (…).
      In un’epoca in cui spesso si tende a trasformare lo sport in uno spettacolo banale e alienante, come strumento di consumismo sfrenato, Socrate utilizzò lo sport per sensibilizzare e promuovere valori come la solidarietà, e anche per assumere una posizione forte a favore della democrazia, sia per il Paese, sia in ambito sportivo, come ha sempre dimostrato (…). Facciamo del Dottor Socrate un esempio per nuovi uomini e nuove donne, di cui abbiamo tanto bisogno in America Latina e nei Caraibi».

      Ce lo posso mette un «Daje»?!
      C_

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  2. Alessandro Gori

    grazie marco per le belle parole e per il contributo, e ai futbologi per avermi ospitato.
    credo che gli aspetti sociali e politici del Doutor fossero concentrati soprattutto nella seconda parte.
    mi sa che “daje” ci sta.
    ciao,
    ale

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