La guerra è iniziata al Maksimir

[Riceviamo e pubblichiamo. Ieri 22 marzo 2013 si è giocata la partita Croazia-Serbia valevole ai fini della qualificazione per la Coppa del Mondo FIFA 2014. Con Gori, cogliamo l'occasione per una inquadratura storica delle nota rivalità balcanica]

Scontri per Dinamo Zagabria-Stella Rossa 13 maggio 1990

di Alessandro Gori

Grazie alla partita di ieri a Zagabria tra Croazia e Serbia, valevole per le qualificazioni ai Mondiali brasiliani del prossimo anno, si è momentaneamente destato l’interesse per le vicende balcaniche di cui, ormai da tempo, nessun mezzo di comunicazione parla più.

Improvvisamente, giornalisti da tutta Europa si sono materializzati al Maksimir, il celeberrimo stadio della capitale croata, per raccontare questo “primo” incontro tra i due nemici storici. Sono stati così tanti che l’inviato di Fútbologia non ha ricevuto un accredito dalla Federazione Croata. Da domani, poi, i Balcani torneranno come sempre nell’oblio. Tanto interesse è tuttavia comprensibile: gli aspetti sociali del calcio balcanico rappresentano un mondo peculiare, conosciuto anche per il ruolo che ha ricoperto allo scoppio della guerra.

Nella seconda metà degli anni Ottanta il movimento ultras era cresciuto moltissimo in tutta la Jugoslavia, ispirandosi ai modelli inglese e italiano. Coreografie e canti, appartenenza a gruppi ben definiti, trasferte in cui gli huligani si scontravano con gli avversari e sfasciavano tutto. Verso la fine del decennio come negli altri settori della società jugoslava le componenti nazionalistiche acquisirono un ruolo sempre più centrale.

Forti delle esperienze violente di quegli anni, le frange estreme del tifo costituirono il serbatoio principale di arruolamento delle milizie paramilitari, soprattutto gli ultras della Stella Rossa, Dinamo Zagabria e altre importanti squadre del paese.

Il personaggio più famoso è probabilmente Željko Ražnatović, noto come Arkan, un classico prodotto del sottobosco balcanico. Figlio di un ufficiale decorato durante la Seconda Guerra Mondiale, Arkan aveva collaborato con l’UDBA (la polizia segreta jugoslava) in lavoretti sporchi in giro per l’Europa, un’occupazione ottenuta grazie ai contatti del padre che lo aiutavano a coprire la sua passione per rapinare le banche, alternata a quella per le belle donne e l’evasione dai carceri di diversi paesi (ha “visitato” anche San Vittore, dove ha imparato la nostra lingua).

Di ritorno in Serbia, tra le varie attività l’irrequieto Arkan aveva aperto la pasticceria “Ari” al piano terra della sua casa in Ljutice Bogdana 3, proprio di fronte al Marakana, lo stadio della Stella Rossa. Il locale divenne uno dei punti di ritrovo degli ultras (successivamente la casa venne trasformata in un castello di dubbio gusto): in quegli anni Arkan riuscì a infiltrarsi tra gli ultras della Zvezda divenendone uno dei capi, ma con lo scopo preciso di reclutare “soldati” per le sue milizie.

La ginocchiata di Zvonimir Boban al poliziotto

13 maggio 1990 Maksimir, Zagabria – La ginocchiata di Zvonimir Boban al poliziotto

Il 13 maggio 1990 proprio al Maksimir era prevista la celebre partita (peraltro inutile ai fini della classifica) tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa: non si disputò a causa dei violenti scontri tra frange dei tifosi delle due squadre, i Bad Blue Boys (BBB) della Dinamo e i Delije della Zvezda. Arkan era presente. Fu il momento che segnò anche la “canonizzazione” di Boban come “martire” sugli altari del nazionalismo croato: come si ricorderà il giovane Zvonimir, già fantastico giocatore nonché capitano della Dinamo, fu tra i pochi calciatori a rimanere in campo e colpì con la famosa ginocchiata un poliziotto che “rappresentava” l’ingerenza dei serbi negli organismi della Federazione jugoslava. Peccato che, come si scoprì successivamente, era invece un musulmano di Bosnia. Boban venne squalificato per un anno e fu costretto a perdersi i Mondiali di Italia ’90 (nei quali avrebbe al massimo disputato qualche scampolo di partita). Durante l’estate la pena venne ridotta in modo che potesse essere in campo nel primo turno di Coppa UEFA contro l’Atalanta: dopo lo 0-0 di Bergamo, Zvone segnò anche una straordinaria punizione ma il rigore di Evair premiò gli italiani.

19 settembre 1990 – Atalanta-Dinamo Zagabria
Commento con riferimenti alle vicende balcaniche di Sandro Piccinini

Una raccolta di saggi su società e mezzi di comunicazione in Jugoslavia in quegli anni venne intitolata proprio «La guerra è iniziata al Maksimir», riprendendo una frase orgogliosamente riportata su un cippo dei BBB allo stadio. Mancava ancora un anno allo scoppio del conflitto e quegli incidenti lanciarono un monito rimasto inascoltato riguardo alle concrete possibilità dell’inizio di una guerra.

Reclutando i suoi sgherri tra le frange più estremiste del tifo, nell’ottobre 1990 Arkan fondò la SDG, La Guardia Volontaria Serba. Meglio nota come “le Tigri”, il terribile gruppo paramilitare fu autore di svariate nefandezze nelle guerre in Croazia e in Bosnia durante le quali si occupò del lavoro sporco prima dell’intervento dell’esercito: dopo aver fatto piazza pulita delle persone si occupava di razziare tutto quello che si poteva poi rivendere. In questo modo, e grazie ai diversi traffici derivati dalla guerra e dall’embargo, Arkan accumulò una fortuna.

Può essere interessante sottolineare che gli ultras più estremisti già nel 1990/91 erano contro Milošević, perché non era considerato un nazionalista, essendo invece un grigio apparatčik del Partito Comunista che per fiuto e opportunità era riuscito a riconvertirsi a difensore degli interessi nazionali serbi.

Si conosce il resto della storia, le tragedie che ne conseguirono. Da parte sua, Arkan venne freddato il 15 gennaio 2000 da un colpo esploso da vicino presso l’Hotel Intercontinental di Belgrado, in circostanze ancora misteriose.

Tigri di Arkan

Arkan con le sue “Tigri”

Prima della prima

In realtà uno scontro (doppio) tra i due paesi c’era già stato nel 1999, per le qualificazioni agli Europei dell’anno successivo. Tuttavia la Serbia si chiamava allora Repubblica Federale di Jugoslavia in cui era compreso (a livello politico solo nominalmente) anche il Montenegro, che forniva comunque qualche giocatore alla nazionale.

Ero presente al primo incontro, il 18 agosto al Marakana: anche in quel caso nessun tifoso avversario allo stadio e animi in ebollizione. Calcisticamente la partita non ebbe molto da dire, uno scialbo 0-0. Il momento più interessante si ebbe poco prima dell’inizio. Come si può immaginare, l’inno croato venne subissato di fischi, ma poi all’inno di casa fu ancora peggio: infatti si trattava ancora del vecchio Hej Sloveni, quello della Jugoslavia titina e che quasi tutti all’epoca vedevano come fumo negli occhi.

Il ritorno al Maksimir, il 9 ottobre, risultò invece decisivo con tensione acutissima e sofferto 2-2 finale: iniziò Asanović al 20’, pareggio del montenegrino Mijatović al 25’ e vantaggio di Deki Stanković sei minuti dopo. Il successivo pareggio di Mario Stanić non impedì ai serbo-montenegrini di approdare agli Europei di Olanda e Belgio.

Stadio Stella Rossa o Marakana a Belgrado

Lo Stadio Stella Rossa o Marakana a Belgrado

La partita di ieri: «Attesa spasmodica»

Con la separazione del Montenegro (nel 2006), anche la Serbia ha da allora uno stato proprio. I protagonisti di allora, cresciuti insieme nelle nazionali giovanili jugoslave, si trovano ora fuori dal campo: Davor Šuker è il Presidente della Federazione Croata, l’allenatore della nazionale è Igor Štimac, coadiuvato dal dirigente Alen Bokšić, mentre sulla panchina serba siede Siniša Mihajlović. Proprio la storia di Mihajlović, di mamma croata e papà serbo e originario di Borovo Selo – nei dintorni di Vukovar, la città martire nella Slavonia croata rasa praticamente al suolo durante gli scontri tra agosto e novembre 1991 – è stata raccontata da molti media durante la vigilia della partita di ieri.

Qualche giornale italiano l’aveva ridicolmente definita «la partita dell’anno» o addirittura «del secolo», ma è vero che l’attesa nei giorni precedenti era stata spasmodica, con varie scaramucce da parte delle frange politiche più estremiste di ambo le parti. Fin dal mattino la piazza principale della capitale croata era piena di tifosi con le loro bandiere e a Novi Sad le scuole hanno chiuso prima per permettere agli studenti di assistere alla partita in TV. Anche grazie all’assenza di tifosi avversari in trasferta, i croati si sono sfogati nei cori, tra i quali l’atteso «ubij srbina» («uccidi il serbo») e gli ovvi riferimenti a Vukovar, e nei fischi contro l’inno Bože Pravde, stavolta sì quello serbo, e non si è registrato nessun incidente.

In campo, la supremazia locale e due erroracci della difesa ospite (il primo di Kolarov incredibile per un giocatore della sua categoria) hanno permesso alla Croazia di vincere 2-0 eliminando virtualmente i serbi. Il ritorno, probabilmente inutile ai fini della classifica, si disputerà il 6 settembre al Marakana di Belgrado.

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Alessandro Gori (Udine, 1970), giornalista freelance e da sempre appassionato di calcio, è malato di Balkani, Caucaso, America Latina, Catalunya ed Euskal Herria, e più in generale dei territori complicati e problematici. Sta preparando un libro di storie su “Un Altro Calcio”.
È laureato in Lingua e Letteratura Portoghese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi (in portoghese) su Musica Popolare e società in Brasile durante la dittatura: Chico Buarque e Caetano Veloso.

1 commento su La guerra è iniziata al Maksimir

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