La Crvena Zvezda, vent’anni fa

[Riceviamo e pubblichiamo da Alessandro Gori]

Come capita ormai da troppo tempo, anche quest’anno la Crvena Zvezda, la Stella Rossa di Belgrado, ha terminato la sua stagione europea già in agosto, eliminata in modo rocambolesco dall’Europa League dal Bordeaux.

L’epoca dello splendore sembra lontana. Sono passati ormai 21 anni da quando i belgradesi conquistarono a Bari la Coppa Campioni. Con sentita emozione posso affermare che in quei giorni ero presente anch’io, come uno dei pochi (o forse l’unico) tifoso italiano della Zvezda.

È difficile spiegare esattamente come e quando venni soggiogato dal fascino della Stella Rossa, che in realtà riguardava l’insieme del calcio slavo. Il processo risale alla fine degli anni Ottanta, anche grazie a TV Koper/TeleCapodistria, la televisione slovena in lingua italiana che trasmetteva le partite dei campionati jugoslavi di calcio e di basket. Un’eccezione, visto che all’epoca era complicato trovare immagini di calcio internazionale.

Credo di aver iniziato a sostenere la Zvezda per la fantasia di alcuni dei suoi elementi, soprattutto Dragan Stojković Piksi e i giovanissimi (e allora sconosciuti) Dejan Savićević e Robert Prosinečki.

Se è vero che si trattava del club più poderoso del campionato (aspetto questo non esattamente positivo), la seduzione della Zvezda diventava esponenziale nelle coppe europee: pensare che esisteva un club relativamente povero ma così pieno di giovani talenti, tutti dello stesso paese che poteva competere a testa alta con qualsiasi squadrone del ricco Occidente faceva venire i brividi. Con i suoi fuoriclasse in erba poteva sconfiggere qualsiasi avversario, per poi suicidarsi inspiegabilmente come è capitato tante volte nella storia del calcio balcanico.

In quegli anni Dragan Džajić (615 partite e 370 reti con la Zvezda) e l’ex cestista Vladimir Cvetković assemblarono la compagine. I primi arrivi nel 1986 furono appunto il 21enne Stojković dal Radnički di Niš e dalla Dinamo Zagabria il centravanti Boro Cvetković, che successivamente ad Ascoli fece impazzire per il suo nome Tonino Carino. Nel 1987 seguirono il 18enne Prosinečki, anch’egli dalla Dinamo e il mediano Šabanadžović dallo Željezničar, poi il goleador macedone Pančev dal Vardar Skopje e il montenegrino Savićević dal Budućnost dell’allora Titograd (oggi Podgorica). Nel 1989 si aggregò anche il serbo-romeno Belodedić, già campione d’Europa con la Steaua e scappato dalla dittatura di Ceauşescu, e per ultimo nel gennaio 1991 Siniša Mihajlović dal Vojvodina. In formazione anche il portiere Stojanović (capitano a Bari), Stošić e Jugović (usciti dalle giovanili del club), i terzini montenegrini Radinović e Marović, lo stopper macedone Najdoski e il velocissimo quanto scarso Binić.

Trionfo europeo a parte, la Zvezda vinse cinque campionati in sei stagioni; solo nel 1988/89 prevalse il sorprendente Vojvodina guidato in campo dal vecchio zvezdaš Miloš Šestić e dal giovanissimo Mihajlović.

 

La tripla sfida contro il Milan

Un momento chiave per la mia fede fu sicuramente la tripla sfida degli ottavi di Coppa Campioni contro il Milan nell’autunno del 1988, con Stojković e Savićević che fecero il diavolo a quattro contro i fuoriclasse del primo Milan di Sacchi.

Nell’andata di “San Siro” la Zvezda andò in vantaggio con Stojković che si portò dietro l’intera difesa, poi pareggiò Virdis. Due settimane dopo il Milan si trovò immerso nella bolgia del “Marakana” [così è conosciuto lo Stadion Crvene Zvezde, ndR] ma una spessa nebbia calò sulla città. Al 50’ Savićević segnò una rete che quasi nessuno riuscì a vedere e al 65’ l’arbitro Dieter Pauly interruppe la partita ma anziché riprenderla dal momento della sospensione, il giorno dopo la fece rigiocare dall’inizio ripartendo dallo 0-0. Assurdo.

La Zvezda venne graziata su una clamorosa autorete di Vasilijević non segnalata (solo una parziale compensazione del furto del giorno prima), poi al 34’ gol di testa di Van Basten seguito quattro minuti da un’altra fantasmagorica rete di Stojković lanciato da Savićević. Il risultato non cambiò fino al termine dei supplementari ma poi Galli parò i rigori di Savićević e Mrkela e il Milan volò verso la sua prima Coppa e la successiva gloria internazionale.

 

La stagione d’oro e l’inizio dell’immane tragedia

La Jugoslavia iniziava paurosamente a scricchiolare e anche il calcio ne fu testimone, con gli ultras delle varie squadre che si scontravano sempre più spesso e più violentemente.

La Zvezda iniziò la stagione dopo i Mondiali ’90 senza il suo capitano Stojković, venduto all’Olympique Marsiglia. Subito Piksi si ruppe i legamenti del ginocchio perdendo così la possibilità di diventare, anch’io ne ero certo, uno dei più forti calciatori del mondo. In panchina arrivò Ljupko Petrović, che aveva portato il Vojvodina al titolo.

La Stella Rossa fu protagonista di una sensazionale cavalcata europea. Con prestazioni maiuscole sconfisse Grasshopper (1-1 in casa e 1-4 a Zurigo), Glasgow Rangers (3-0 e 1-1 ad “Ibrox”) e Dinamo Dresda (3-0 e 0-3 a tavolino in Germania Est per incidenti provocati dagli ultras della Dinamo). Era la terza volta che la Zvezda raggiungeva le semifinali di Coppa Campioni, nel 1957 venne eliminata dalla Fiorentina e nel 1971 dal Panathinaikos.

Il sorteggio accoppiò i belgradesi al temibilissimo Bayern di Thon, Brian Laudrup, Wohlfarth, Effenberg, Khöler, Reuter, Augenthaler, Ziege Strunz e allenato da Jupp Heynckes.

Riuscii finalmente nell’impresa di seguire la Zvezda dal vivo, grazie ai biglietti che mi giunsero da Belgrado. Quel giorno all’“Olympiastadion” c’erano oltre 25mila serbi, una muraglia umana che fu partecipe di un’esibizione di prim’ordine con cui i biancorossi schiantarono i bavaresi ribaltando lo svantaggio iniziale (Wohlfarth) con due pregevoli reti di Pančev e Savićević.

Due settimane dopo presi il treno Parigi-Belgrado e mi recai per la prima volta in Serbia, un cammino che nelle ultime due decadi avrei percorso molto spesso. Difficile descrivere lo spettacolo di quella gelida serata di aprile nel catino ribollente del “Marakana” in cui 80mila assatanati gridarono per ore.

La partita si rivelò pericolossima per le coronarie, una continua altalena di emozioni e una serie infinita di occasioni da entrambe le parti. Mihajlović portò in vantaggio la Zvezda con una splendida punizione, ma nel secondo tempo in soli cinque minuti i bavaresi passarono in vantaggio con Augenthaler e Bender grazie a due clamorosi errori della difesa.

Sembrava la solita maledizione balcanica ma proprio all’ultimo minuto, quando ormai si presagivano i supplementari, arrivò la miracolosa autorete di Augenthaler che, in collaborazione con il portiere Aumann, sancì il definitivo 2-2: le tribune del “Marakana” tremarono a lungo e parte degli spettatori si riversò sul campo.

Il 29 maggio 1991 a Bari si giocò la finale proprio contro l’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie e dell’amatissimo ex Dragan Stojković reduce dal grave infortunio: per fortuna il belga Goethals, allenatore dei francesi, lo lasciò marcire in panchina fino al 112’. In campo però i francesi schieravano Chris Waddle, Jean-Pierre Papin e Abedi Pelé.

Raggiunsi la Puglia nuovamente in treno mentre dalla Serbia arrivarono 30mila tifosi, con aerei, bus e navi che attraversarono l’Adriatico dal Montenegro. Nello stadio di Bari, dedicato al santo più venerato in Serbia (Sveti Nikola), la Zvezda non poteva proprio perdere.

Conoscendo i suoi polli, il saggio allenatore Ljupko Petrović decise che dopo lo spettacolo dei turni precedenti era meglio limitare al minimo i rischi privilegiando, forse per la prima volta, il risultato al gioco. Neanche Goethals rischiò: ne uscì una partita grigissima e con poche occasioni che si trascinò sullo 0-0 fino al termine dei supplementari.

Ai rigori la tensione era altissima. Per fortuna Stojanović parò subito il primo tiro, di Amoros: Tutti gli altri segnarono: Prosinečki, Binić, Belodedić, Mihajlović da una parte e Casoni, Papin e Mozer dall’altra.

Darko Pančev fu l’incaricato di riscattare le sorti di tutte le sfortunate generazioni precedenti della Zvezda e non fallì il rigore decisivo, battendo Olmeta sulla sua destra. La Stella Rossa diventava la prima (unica e ultima) squadra jugoslava Campione d’Europa.

 

Tragedia

Fu il momento più alto ma che purtroppo anticipò la fine di tutto. Un mese dopo Bari iniziarono i conflitti balcanici, con la tragica sequela di conseguenze, anche sportive.

Forti delle loro esperienze violente, le frange estreme del tifo costituirono il serbatoio principale di arruolamento delle milizie paramilitari, soprattutto gli ultras di Stella Rossa e Dinamo Zagabria.

Alcuni giocatori se ne andarono già quell’estate, gli altri l’anno successivo. In mezzo, l’ultima effimera gioia: a Tokyo la Zvezda conquistò la Coppa Intercontinentale (3-0 sui cileni del Colo Colo).

Nonostante in Serbia non si combattesse, l’UEFA costrinse la squadra a disputare le partite di Coppa Campioni in campo neutro (a Szeged e Sofia): venne eliminata già nel gironcino che preannunciava l’inizio della Champions League e la fine di un’epoca, anche calcistica.

Nell’aprile successivo iniziò la guerra in Bosnia e il 30 maggio 1992 l’ONU decretò nei confronti della Serbia e del Montenegro un embargo totale, che era anche culturale e sportivo. Le durissime sanzioni durarono fino al 1995, isolarono il paese e permisero, insieme ai traffici derivati dal conflitto, la più grossa operazione mafiosa degli ultimi decenni nel continente europeo.

Negli anni successivi sono tornato svariate volte in Serbia, anche per assistere ad alcune partite. Il livello del calcio serbo, anche dopo la fine dell’embargo, è decisamente avvilente e quello dei biancorossi ancora peggiore.

Nel 2010 Prosinečki era stato chiamato sulla panchina della Zvezda ma i risultati non sono migliorati e pochi giorni fa Robi ha rassegnato le dimissioni. Un disastro.

Tuttavia, nei rari incontri internazionali l’entusiasmo è sempre altissimo. Significativo questo video del 2005, alla vigilia di Zvezda-Basilea di UEFA che si sarebbe disputata al “Marakana” a porte chiuse a causa di scontri precedenti. La Zvezda era presieduta da Stojković e allenata da Walter Zenga. Quella sera, quando i giocatori arrivarono all’allenamento rimasero di stucco: se normalmente allo stadio la media era solo di qualche migliaio di spettatori, nel campetto prospiciente il “Marakana” si diedero appuntamento 10mila tifosi che, non potendo assistere alla partita il giorno dopo, volevano trasmettere il loro calore alla squadra. Questo era l’ambiente che si respirava:

Per chi non si ricordasse quegli avvenimenti, un interessante filmato (in serbo) con interviste ai protagonisti e le immagini delle semifinali e del documentario Fudbal, Nogomet i još ponešto:

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Alessandro Gori (Udine, 1970), giornalista freelance e da sempre appassionato di calcio, è malato di Balkani, Caucaso, America Latina, Catalunya ed Euskal Herria, e più in generale dei territori complicati e problematici. Sta preparando un libro di storie su “Un Altro Calcio”.
È laureato in Lingua e Letteratura Portoghese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi (in portoghese) su Musica Popolare e società in Brasile durante la dittatura: Chico Buarque e Caetano Veloso.

11 commenti su La Crvena Zvezda, vent’anni fa

    1. johngrady

      TeleCapodistria dava tutto lo sport che poi passò a Tele+ e Tele+2 con la nascita delle pay-tv, se non ricordo male. Anche quello un evidente segno dei tempi…
      Bello il pezzo linkato, anche se “c’era ancora Tito” mi pare un po’ forte come concetto :-D

      Rispondi
      1. Alessandro Gori

        Grazie ai 45girini per l’apprezzamento.
        In effetti Tito era gia’ morto dal 1980, molti anni prima della finale di Bari e la bandiera della curva del San Nicola (ero a fianco) con le 4 “S” cirilliche era evidentemente quella serba.
        Una postilla interessante su Tv Koper / Tele Capodistria. Nata nel 1971 come emittente della comunita’ italiana in Istria, all’epoca cui mi riferisco trasmetteva lo sport con pochi soldi e senza problemi attraverso il segnale dell’Eurovisione (faceva parte della JRT, le televisioni jugoslave).
        Successivamente, venne “occupata” dalla Fininvest per aggirare il divieto di trasmettere sport e in diretta: nel 1987 Publitalia si accaparro’ la raccolta pubblicitaria di TV Koper e in cambio (!) gli concesse l’uso dei suoi ripetitori. Con giornalisti e tecnici arrivati da Cologno inizio’ dunque a trasmettere tutte le manifestazioni sportive facendo concorrenza alla RAI con uno stratagemma legale, visto che Capodistria era considerata (come TeleMonteCarlo e TSI) una televisione estera in lingua italiana. Quando alla Fininvest non interesso’ piu’, venne abbandonata e pago’ delle carissime conseguenze: quando i Berluscones decisero di far trasmettere a Koper un torneo di Wimbledon (i cui diritti erano stati acquistati da un consorzio di reti private, Fininvest inclusa) nonostante le minacce del consorzio delle tv pubbliche europee (EBU) TeleCapodistria venne oscurata dalle trasmissioni eurovisive per ben 4 anni.
        Alcune informazioni su questa storia si trovano nel fantastico libro di Sergio Tavčar (l’idolo telecronista di basket dell’emittente) “La Jugoslavia, il basket e un telecronista” citato qui (http://www.alessandrogori.info/internazionale/balkan/emozioni-con-sergio-tavcar-2/). Questo il suo sito: http://www.sergiotavcar.com/
        Ciao,
        Alessandro

  1. redtaras

    Veramente un post eccezionale, per le atmosfere evocate e la capacità di sintesi, oltre che per la storia che è ovviamente molto interessante. Complimenti!

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  4. thinan

    bell’articolo, complimenti. Solo una precisazione, riguardo la partita sospesa per nebbia con il Milan. Non fu una decisione dell’arbitro quella di ricominciare da capo l’indomani, ma il regolamento dell’epoca, ed e’ tuttora cosi’ nelle serie minori. In quegli anni ricordo un clamoroso Inter Dukla, con la partita sospesa a 10′ dalla fine, che si dovette rigiocare da capo l’indomani !

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  5. walker

    Ottimo articolo. Mi permetto però di segnalare una svista riguardo la Coppa Campioni 1992: dire che ” venne eliminata già nel gironcino che preannunciava l’inizio della Champions League e la fine di un’epoca, anche calcistica” è improprio.
    La squadra andò avanti dai primi due turni preliminari fino al Gruppo A di seminfinale: un girone a 4 squadre, dove contese a Sampdoria, Anderlecht e Panathinaikos il diritto di disputare direttamente la finalissima di Wembley!
    Ed era una squara ancora molto competitiva, tanto da giungere seconda nel girone dietro a una Sampdoria mai più così forte.

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  6. ss

    grazie per queste bellissime righe.. non sei il solo tifoso, tranquillo.. e pensare che all’epoca della finale di bari avevo appena tre anni. praticamente mi son beccato tutto il masochismo calcistico degli ultimi 22 anni e della coppa non ricordo nulla. nulla.. per questo apprezzo ancora più il pezzo.
    ancora grazie.

    p.s.= binić non era scarso. almeno di numeri. una rete ogni due presenze con la stella. scusa se è poco. ciao

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