Neoromantici e Premoderni

sui muri contro il calcio moderno?!

Quando comincia il calcio “moderno”? E dove finisce quello “romantico”?
Kaka che si riduce l’ingaggio da 10 a 4 milioni per tornare al Milan è calcio romantico? E gli eventi di Salernitana-Nocerina fanno parte di quello moderno?

Le domande non sono retoriche, chiarirsi sarebbe utile. Nella lingua comune, una certa sloganistica onnicomprensiva deborda in tutti gli ambiti del discorso pubblico, anche quelli teoricamente più elevati, figurarsi dunque se ci si può meravigliare che questo avvenga nei discorsi del pallone.

Certo, la confusione è grande. La perdita di senso, per progressivo svuotamento di parole e concetti, incombe. Inoltre la realtà, come ovvio, incalza e propone fatti e circostanze la cui lettura richiederebbe strumenti adeguati e vivacità culturale, per poter giungere a posizioni nette, non pacificate, da tradurre poi in scelte concrete. Comportamenti consapevoli, specie se collettivi.

Ma non solo siamo lontanissimi da tutto questo, non conosciamo nemmeno le domande.

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Berenjena

[Riceviamo e pubblichiamo. Il racconto di Carlo Maria Miele che segue è liberamente ispirato a un evento realmente accaduto, l'infortunio al piede che impedì a Santiago Cañizares di partecipare alla Coppa del Mondo del 2002. Un racconto che parla del destino e dell'emozione di beffarlo, all'ultimo minuto]

Un racconto di Carlo Maria Miele sul calcio

di Carlo Maria Miele

Quello stupido soprannome, “berenjena” (melanzana), se lo portava dietro da una vita. Un nomignolo del cazzo se per mestiere fai l’attaccante. Un epiteto che al solo sentirlo ti succhia ogni goccia di fiducia e la trasmette al tuo marcatore. Un appellativo che sa di sfottò, anche quando non con quell’intento è pronunciato. Che nel momento stesso in cui lo senti articolare, ti regala la percezione dell’umiliazione imminente.

Dopo quindici anni che se lo sente gridare dietro Raùl Manzares dovrebbe essersi abituato. E invece niente. Anche adesso che di anni ne ha trentacinque, e che la carriera di calciatore è oramai tutta alle spalle, sentirsi chiamare così gli fa male. L’orgoglio gli sanguina e i coglioni gli girano, vorticosamente.

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Dieci anni senza Manolo

[Riceviamo e pubblichiamo. Oggi ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di Manuel Vázquez Montalbán. Alessandro Gori lo aveva intervistato nel 1997]

Manuel Vázquez Montalbán

di Alessandro Gori

Qualche giorno fa ho trovato per caso un articolo che fin dal titolo mi ha provocato un groppo in gola: «Diez años sin Manolo».

Mi era proprio sfuggito, sono trascorsi già dieci anni dal 18 ottobre del 2003, quando ci lasciava per sempre Manolo Vázquez Montalbán, colpito da un infarto durante lo scalo all’aeroporto di Bangkok rientrando dall’Australia.

Manolo era un intellettuale a tutto tondo, debordante autore di migliaia di articoli e centinaia di libri: giornalista, scrittore di successo, creatore dell’investigatore-buongustaio Pepe Carvalho, poeta e umorista, antifranchista che conobbe il carcere (come accadde a suo padre per lo stesso motivo), saggista e militante di sinistra, gourmet, ma anche innamorato di calcio e fanatico culé (tifoso del Barça).

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Carlos Caszely. Il re del metro quadro contro Augusto Pinochet

[Riceviamo e pubblichiamo. Oggi 11 settembre ricorre il quarantesimo anniversario del Golpe cileno di Augusto Pinochet, evento che ha sconvolto non solo la storia del Cile, ma quella del mondo intero. Dario Falcini, giornalista di Radio Popolare, ha intervistato Carlos Caszely, calciatore della nazionale cilena che in quegli anni si oppose alla dittatura, uno dei cinque calciatori simbolo raccontati da Eric Cantona nel documentario “Les rebelles du foot”. L'audio dell'intervista segue in fondo all'articolo]

Carlos Caszely

di Dario Falcini

Primo piano di una donna sulla sessantina. È seduta su un divano a fiori, indossa una camicia bianca e ha i capelli neri, tinti. Signora Olga Garrido, si legge nel sottopancia.

Inizia a parlare: «Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente» – dice – «Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No».

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Maniman… centoventi anni di Grifone

[Di solito a Fútbologia evitiamo di glorificare una singola squadra. Ma la celebrazione della fondazione del più antico club d'Italia necessita di essere onorata. Lo fa per noi il direttore editoriale di China Files Simone Pieranni, esperto di questioni dell'Estremo Oriente, genovese e appassionato del Grifone. Manco a dirlo. NdR]

Genoa CFC 1983

Il 7 settembre 1893 (data di nascita di Mao Zedong) è la data di fondazione del Grifone, la società più antica d’Italia, quella che ha insegnato il calcio al paese, quando alcuni inglesi un po’ chic e classisti crearono il Genoa Cricket and Football Club.

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Ruggine e Ritorno (parte 2)

Di seguito la seconda parte del racconto che Anthony Cartwright ha scritto per Fútbologia. È disponibile la prima parte con una breve introduzione di Christo Presutti.

Il testo originale inglese segue in calce, come anche una breve nota biografica sull’autore.

foto Tommy Tynan and John Aldridge

Tommy Tynan and John Aldridge

Ruggine e Ritorno

Parte 2 / 2

di Anthony Cartwright
traduzione di Sarah Cuminetti
revisione di Luca Wu Ming 3 e Christiano Presutti

Secondo tempo

Tommy Tynan era il motivo principale per il quale seguivo la stagione del Newport con trasporto. Era grazie a lui che la squadra si era ritrovata a giocare in Germania Est. Penso sia stata l’allitterazione nel suo nome che aveva inizialmente attirato la mia attenzione. Uno dei miei eroi quell’anno era Roy Race, quel Roy of the Rovers le cui gesta nei Melchester Rovers venivano narrate in un fumetto settimanale. Si dà il caso che Tommy Tynan assomigliasse proprio a Roy dei Rovers, con quei capelli biondi che scendevano fino al collo, e il motivo per cui era diventato calciatore era una storia da un eroe dei fumetti. La sua carriera era cominciata nel Liverpool di Bill Shankly quando il quotidiano locale, il Liverpool Echo, aveva lanciato un concorso per trovare un nuovo giocatore.

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Ruggine e Ritorno (parte 1)

Introduzione

Quello che segue è un articolo scritto per Fútbologia da Anthony Cartwright, scrittore inglese e autore di “Heartland” (66thand2nd, 2013), ottimo romanzo futbologico che ho avuto il piacere di presentare con Wu Ming 3 e l’autore all’ultimo Salone del Libro di Torino.

Il titolo originale del racconto è “Rust and return”, che abbiamo deciso di tradurre con i sostantivi “Ruggine e ritorno”. In inglese le due parole sono anche verbi e valgono entrambe le cose, come capirete leggendo.

foto Post box Black Country

La storia delle squadre di calcio inglesi del nord e delle midlands è andata spesso di pari passo con quella del territorio e delle città che le ospitano: alla grandeur di inizio Novecento è seguito un percorso di declino negli anni della deindustrializzazione, fino al disastro sociale e culturale del thatcherismo negli anni ’80.

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Intervista a Marco Marsullo

[Di benevolenti recensioni di “Atleltico Minaccia Football Club” ne esistono fin troppe. E allora Fabrizio johngrady Demontis ha rivolto all'autore Marco Marsullo un'intervista marzulla]

copertina di Atletico Minaccia Football Club

Ho incontrato Marco Marsullo durante Civitavecchia Futbologica. In quell’occasione abbiamo parlato un po’ di calcio e scrittura, ma la conversazione è scivolata laddove il pubblico voleva che scivolasse, in uno scambio virtuoso di sensazioni e domande su libro, autore e pallone.

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Dice che a Barranquilla si balla così

[Siamo lieti di presentarvi un racconto inedito di Fabrizio Gabrielli, maestro di Sforbiciate]

Carlos Alberto Valderrama

Dici che a Barranquilla si balla così, dimenando i fianchi e portando le mani alla melena. E tu, Marta, diomìo se sei bella: bella che ci sarebbe da farti santa subito, santa Marta.

Dalle spiagge del quartiere Pescaito, a Santa Marta, sulle coste caribègne della Colombia, una manciata di chilometri da Barranquilla, se non è una di quelle giornate umide di foschia si vede l’isolotto del Morro. Gli indigeni delle montagne lo considerano sacro; a me è sempre sembrato l’incantamento tricotico d’una sirena che s’immerge nell’Oceano, Marta.

Al Pescaito, tra caschi di banane e aroma di caffé tostato, i ragazzini han sempre giocato al calcio. C’è stato un tempo in cui Carlitos, quando gli arrivava la palla tra i piedi, la buttava via impaurito, in fallo laterale, anche se non c’era nessuno a pressarlo, spaventato come ci si spaventa di fronte a certi prodigi mulatti. Da quando il padre gli ha sberciato contro che solo i senzapàlle la buttan fuori, ha imparato l’arte dell’ammaestramento. C’è sempre il modo per uscire dalle situazioni palla al piede, gli ha insegnato paziente. Da quel giorno in poi, Carlitos alla sfera è come se cantasse una ninna nanna calypso: la sfiora col collo, con la pianta, e questa s’addormenta. Poi, quando i suoi avversari s’annoiano di marcarlo stretto, e sbuffano, il Pibe, ché lo chiaman tutti così, la passa filtrante all’amico d’attacco. Che la butta dentro.

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Essere campione è un dettaglio

Dante Di Domenico ha tradotto e sottotitolato per Fútbologia il documentario “Ser Campeão é Detalhe” (2011, “Essere campione è un dettaglio”). Dura circa 25 minuti e ve lo proponiamo qui con una breve presentazione. Buona visione.

foto di Sócrates di spalle, al posto dello sponsor «Dia 5 vote»

Per descrivere la storia recente del Brasile, della dittatura ultraventennale e dei fenomeni di cultura popolare che hanno portato alla sua caduta, servirebbero uno storico e un trattato storiografico. Ecco, io non sono uno storico, questo non è un trattato. Vi chiedo di perdonare sin da subito il tono del seguente articolo, che potrebbe risultarvi lacunoso e cronachistico. Tenetelo come introduzione agli eventi descritti con più cuore nel documentario che segue. Amen.

Nel 1963, nel Brasile schiacciato da una profonda crisi, il Ministro della Pianificazione Celso Furtado programma l’attuazione di una riforma agraria e la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere. Quelle riforme non avranno mai luogo: il 31 marzo del 1964 il colpo di stato militare del maresciallo Castelo Branco, appoggiato dagli USA, destituisce il presidente João Goulart.

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Serie B: laboratorio per il futuro del calcio italiano?

[Riceviamo e pubblichiamo. Abbiamo chiesto a Emanuele Giulianelli, calciofilo con la passione per i campionati cadetti di tutta Europa, di fare il punto della situazione sulla serie B italiana. Ci aspettiamo che questo articolo apra la strada ad altre analisi sull'universo calcistico minore in maniera comparata, come piace a noi. Lo spazio dei commenti è a vostra disposizione e la carne al fuoco non manca.]

Una gara di serie B a Terni

Una gara di serie B a Terni (la curva Est)

di Emanuele Giulianelli

Si parla molto di calcio italiano in crisi e si fanno spesso solo paragoni in negativo tra il nostro movimento calcistico e quelli degli altri Paesi europei. Non sono più i tempi nei quali i grandi fuoriclasse internazionali sceglievano come meta preferita l’Italia.

Forse il discorso è valido per la Serie A. Ma c’è un campionato che sta piano piano diventando un modello di crescita e sviluppo, seguito con attenzione anche dall’estero: si tratta della Serie B.

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Ahlawy

[Riceviamo e pubblichiamo. Andrea Luchetta è stato in Egitto e ha curato per la Gazzetta dello Sport lo speciale su Port Said uscito in ExtraTime lo scorso 2 aprile. Ci ha inviato questo bel reportage sulla sua trasferta ad Alessandria con gli Ahlawi, ultras del Al Ahly]

foto curva Ahlawi

di Andrea Luchetta

Port Said, 1 febbraio 2012. Alla fine di Al Masry-Al Ahly centinaia di spettatori assaltano la curva degli ospiti. In pochi minuti si contano 72 vittime, mentre la polizia resta a guardare. È il prezzo che gli Ahlawy, gli ultras del Al Ahly, pagano per il loro impegno politico. È la vendetta del vecchio regime contro la fanteria della rivoluzione. Da allora – promettono gli ultras – non metteranno più piede in uno stadio finché non avranno ottenuto giustizia. Il 9 marzo 2013 il tribunale di Port Said conferma la condanna a morte di 21 tifosi del Al Masry e condanna a 15 anni due funzionari di polizia. Un mese dopo, la sera del 7 aprile, gli Ahlawy tornano in curva. Si gioca a Borg El Arab, 10 km da Alessandria, per i sedicesimi di Champions League contro il kenyoti del Tusker (2-1 per l’Al Ahly a Nairobi).

«Non vedo l’ora di stare in curva, amico. Arriviamo a pranzo e ci diamo dentro con le coreografie. Ci si becca lì» saluta Gamal. Ventisei anni e più battaglie di un veterano napoleonico, Gamal è un ultras della vecchia guardia. A Port Said è sfuggito a due sicari che lo inseguivano con una spada («Una spada… Cioè, che cazzo! Prima ne avevo viste solo al cinema»). Il mattino della partita il Cairo è un girone infernale. 35 gradi, metropolitana in sciopero e traffico impazzito. Siamo i soli a soffrirne, nel pulmino che lentamente arranca verso il deserto. Di fianco a noi due ragazzini siedono uno sopra l’altro, ridendo e sventolando una bandiera del Al Ahly. Un terzo – serissimo – rompe il silenzio solo per chiedere un po’ d’acqua. Avranno sui 10 anni, e se ne vanno in trasferta da soli, in curva, nella prima partita aperta ai tifosi dall’eccidio di Port Said. Nessuno sembra trovare la cosa strana.

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La maledizione del Benfica

[Riceviamo e pubblichiamo. Poche settimane fa il Benfica ha perso la sua ottava finale internazionale. Per molti questo poco invidiabile record si deve alle parole di un uomo che della squadra delle aquile rappresenta il passato glorioso e il presente maledetto. È la storia di quell'uomo che raccontiamo oggi]

foto di Bela Guttman

di Carlo Maria Miele

Una notte lungo i canali

È il primo maggio del 1962, quasi mezzanotte. La primavera è arrivata da un pezzo ma ad Amsterdam fa ancora freddo, come può capitare in Olanda in una notte di maggio. C’è un uomo che passeggia tra le vie che costeggiano i canali, con il berretto calato sugli occhi, ripiegato sui suoi pensieri. Si tratta di Béla Guttman, l’allenatore del grande Benfica, uno che ha girato il mondo (letteralmente) portando a tutti il verbo del calcio danubiano. Uno che a 63 anni compiuti ha conosciuto la vittoria e la sconfitta, che ha visto i propri risparmi spazzati via dalla Grande Depressione del ’29, che – in quanto ebreo – ha perso un fratello in un campo di concentramento e che si è salvato a sua volta solo fuggendo in Svizzera. Uno che, a quel tempo, ha già trovato modo di giocare e di allenare in Ungheria, Austria, Stati Uniti, Brasile, Olanda, Cipro, Romania, Italia e Portogallo. E che ancora allenerà in Svizzera, Uruguay e Grecia.

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