Archivio per categoria: Racconti

Breve storia del calcio molotov

[stralcio ritrovato nei pressi del magazzino di un bar a Garbatella, Roma, tra il Vov e i gelati]

Stralcio del documento rinvenuto

di Anonimo Mediocampista

«La prima caratteristica di quel calcio che potremmo definire molotov, è il conflitto. Non si tratta solo di “scontro” con l’avversario sul campo, ma anche e soprattutto conflitto ideologico e politico. La squadra con più storia ideologica di conflitto è “molotov”. La garra, ad esempio, come testimonia lo scritto del 1952 di Orphée D’Amblanc detto “Bomba carta”, Per una storia del calcio rivoluzionario, altro non è che un prodromo del calcio molotov».

Scriveva così nel 1978 Lucius de Sofris, scrittore guatemalteco appassionato di calcio e celebre per il suo testamento, nel quale specificava che avrebbe avuto una discendenza di “potenziali equidistanti cialtronazzi”. Della sua opera così importante e rilevante per la storia del giuoco del calcio, è giunto solo l’ultimo capitolo, l’Atto Quinto.

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Berenjena

[Riceviamo e pubblichiamo. Il racconto di Carlo Maria Miele che segue è liberamente ispirato a un evento realmente accaduto, l'infortunio al piede che impedì a Santiago Cañizares di partecipare alla Coppa del Mondo del 2002. Un racconto che parla del destino e dell'emozione di beffarlo, all'ultimo minuto]

Un racconto di Carlo Maria Miele sul calcio

di Carlo Maria Miele

Quello stupido soprannome, “berenjena” (melanzana), se lo portava dietro da una vita. Un nomignolo del cazzo se per mestiere fai l’attaccante. Un epiteto che al solo sentirlo ti succhia ogni goccia di fiducia e la trasmette al tuo marcatore. Un appellativo che sa di sfottò, anche quando non con quell’intento è pronunciato. Che nel momento stesso in cui lo senti articolare, ti regala la percezione dell’umiliazione imminente.

Dopo quindici anni che se lo sente gridare dietro Raùl Manzares dovrebbe essersi abituato. E invece niente. Anche adesso che di anni ne ha trentacinque, e che la carriera di calciatore è oramai tutta alle spalle, sentirsi chiamare così gli fa male. L’orgoglio gli sanguina e i coglioni gli girano, vorticosamente.

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Ruggine e Ritorno (parte 2)

Di seguito la seconda parte del racconto che Anthony Cartwright ha scritto per Fútbologia. È disponibile la prima parte con una breve introduzione di Christo Presutti.

Il testo originale inglese segue in calce, come anche una breve nota biografica sull’autore.

foto Tommy Tynan and John Aldridge

Tommy Tynan and John Aldridge

Ruggine e Ritorno

Parte 2 / 2

di Anthony Cartwright
traduzione di Sarah Cuminetti
revisione di Luca Wu Ming 3 e Christiano Presutti

Secondo tempo

Tommy Tynan era il motivo principale per il quale seguivo la stagione del Newport con trasporto. Era grazie a lui che la squadra si era ritrovata a giocare in Germania Est. Penso sia stata l’allitterazione nel suo nome che aveva inizialmente attirato la mia attenzione. Uno dei miei eroi quell’anno era Roy Race, quel Roy of the Rovers le cui gesta nei Melchester Rovers venivano narrate in un fumetto settimanale. Si dà il caso che Tommy Tynan assomigliasse proprio a Roy dei Rovers, con quei capelli biondi che scendevano fino al collo, e il motivo per cui era diventato calciatore era una storia da un eroe dei fumetti. La sua carriera era cominciata nel Liverpool di Bill Shankly quando il quotidiano locale, il Liverpool Echo, aveva lanciato un concorso per trovare un nuovo giocatore.

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Ruggine e Ritorno (parte 1)

Introduzione

Quello che segue è un articolo scritto per Fútbologia da Anthony Cartwright, scrittore inglese e autore di “Heartland” (66thand2nd, 2013), ottimo romanzo futbologico che ho avuto il piacere di presentare con Wu Ming 3 e l’autore all’ultimo Salone del Libro di Torino.

Il titolo originale del racconto è “Rust and return”, che abbiamo deciso di tradurre con i sostantivi “Ruggine e ritorno”. In inglese le due parole sono anche verbi e valgono entrambe le cose, come capirete leggendo.

foto Post box Black Country

La storia delle squadre di calcio inglesi del nord e delle midlands è andata spesso di pari passo con quella del territorio e delle città che le ospitano: alla grandeur di inizio Novecento è seguito un percorso di declino negli anni della deindustrializzazione, fino al disastro sociale e culturale del thatcherismo negli anni ’80.

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Dice che a Barranquilla si balla così

[Siamo lieti di presentarvi un racconto inedito di Fabrizio Gabrielli, maestro di Sforbiciate]

Carlos Alberto Valderrama

Dici che a Barranquilla si balla così, dimenando i fianchi e portando le mani alla melena. E tu, Marta, diomìo se sei bella: bella che ci sarebbe da farti santa subito, santa Marta.

Dalle spiagge del quartiere Pescaito, a Santa Marta, sulle coste caribègne della Colombia, una manciata di chilometri da Barranquilla, se non è una di quelle giornate umide di foschia si vede l’isolotto del Morro. Gli indigeni delle montagne lo considerano sacro; a me è sempre sembrato l’incantamento tricotico d’una sirena che s’immerge nell’Oceano, Marta.

Al Pescaito, tra caschi di banane e aroma di caffé tostato, i ragazzini han sempre giocato al calcio. C’è stato un tempo in cui Carlitos, quando gli arrivava la palla tra i piedi, la buttava via impaurito, in fallo laterale, anche se non c’era nessuno a pressarlo, spaventato come ci si spaventa di fronte a certi prodigi mulatti. Da quando il padre gli ha sberciato contro che solo i senzapàlle la buttan fuori, ha imparato l’arte dell’ammaestramento. C’è sempre il modo per uscire dalle situazioni palla al piede, gli ha insegnato paziente. Da quel giorno in poi, Carlitos alla sfera è come se cantasse una ninna nanna calypso: la sfiora col collo, con la pianta, e questa s’addormenta. Poi, quando i suoi avversari s’annoiano di marcarlo stretto, e sbuffano, il Pibe, ché lo chiaman tutti così, la passa filtrante all’amico d’attacco. Che la butta dentro.

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La maledizione del Benfica

[Riceviamo e pubblichiamo. Poche settimane fa il Benfica ha perso la sua ottava finale internazionale. Per molti questo poco invidiabile record si deve alle parole di un uomo che della squadra delle aquile rappresenta il passato glorioso e il presente maledetto. È la storia di quell'uomo che raccontiamo oggi]

foto di Bela Guttman

di Carlo Maria Miele

Una notte lungo i canali

È il primo maggio del 1962, quasi mezzanotte. La primavera è arrivata da un pezzo ma ad Amsterdam fa ancora freddo, come può capitare in Olanda in una notte di maggio. C’è un uomo che passeggia tra le vie che costeggiano i canali, con il berretto calato sugli occhi, ripiegato sui suoi pensieri. Si tratta di Béla Guttman, l’allenatore del grande Benfica, uno che ha girato il mondo (letteralmente) portando a tutti il verbo del calcio danubiano. Uno che a 63 anni compiuti ha conosciuto la vittoria e la sconfitta, che ha visto i propri risparmi spazzati via dalla Grande Depressione del ’29, che – in quanto ebreo – ha perso un fratello in un campo di concentramento e che si è salvato a sua volta solo fuggendo in Svizzera. Uno che, a quel tempo, ha già trovato modo di giocare e di allenare in Ungheria, Austria, Stati Uniti, Brasile, Olanda, Cipro, Romania, Italia e Portogallo. E che ancora allenerà in Svizzera, Uruguay e Grecia.

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La Settimana di Passione del Barça da vicino

[Riceviamo e pubblichiamo. Settimana di passione per Barcellona e gli spagnoli in generale. Conosciamo pochi appassionati di pallone quanto l'incredibile Gori, che l'ha vissuta con loro. Questo è il suo diario]

Il Barça da vicino - Alessandro Gori

di Alessandro Gori

Preludio

La mia ultima visita a Barcellona e al Camp Nou risaliva all’esaltante remuntada (con “u”, in catalano) contro il Milan, un mese e mezzo fa. Dopo il girone di andata nella Liga in cui avevano battuto tutti i record possibili, lasciandosi alle spalle il malcapitato Real Madrid, negli ottavi di Champions i catalani avevano perso malamente a San Siro (2-0), dove si erano dimostrati molli come mai in questi anni e neanche in grado di effettuare un tiro in porta.

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Posizione in campo e altre geometrie esistenziali

[Riceviamo e pubblichiamo. Un racconto che parla di calcio per strada e Cagliari a fine anni '80]

foto Pallone nei cortili

Di Luca Sulis

Nonostante mio padre fosse stato un discreto atleta nel lancio del peso, abile nuotatore e cestista amatoriale cercò, sin da quando ero bambino, di instradarmi al calcio. Anzitutto mi regalò un numero infinito di palloni. Palloni di pregevole fattura che buttavo regolarmente dal balcone dell’appartamento dove ho abitato per circa trent’anni.

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Una notte al Fila

[Riceviamo e pubblichiamo. In occasione dell'anniversario del disastro aereo di Superga, un racconto che parla di Torino, gatti, incontri]

foto Grande Torino 1942-43

di Luca Rinarelli

Ogni tanto apriva gli occhi. Giusto quel poco che gli confermasse di esser solo. A parte Ruff. L’orso di peluche lo fissava immobile. Ne poteva intuire solamente un leggero riflesso negli occhi di vetro. Oltre il buio, qualche linea sbiadita ricordava i mobili della cameretta. Strisce più nette partivano dalle fessure della tapparella per proiettarsi sui muri.

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Non tiri mai! #CVFut best of

[Lo scorso 18 aprile a Civitavecchia si è tenuta una manifestazione futbologica con Marco Marsullo, Fabrizio Gabrielli e John Grady. Un racconto di quanto accaduto a latere]

Julio li guida verso l’unico angolo deserto della piazza. Un portone di legno aperto a metà che regge una bacheca di vetro, vuota. Intorno, ragazzini che giocano a pallone, persone sedute sulle panchine. È questo l’ingresso della biblioteca?, chiede John.
Sì, oltre il cortile interno.
Andiamo.

Un paio d’ore dopo il gruppetto si riaffaccia sulla piazza, l’umore varia da “siete sempre un pubblico di merda” a “miglior dibattito EVAH”. C’è meno gente, in piazza, e le urla dei ragazzini che giocano a pallone si fanno strada sopra il rumore continuo del traffico. 

CVFut

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Back home. Time, Memory and Football

[Riceviamo e Pubblichiamo. Qualche giorno fa l'AFC Bournemouth è salito per la seconda volta nella sua storia in Championship League. Roger Bromley, professore emerito della Notthingham University e originario di Bournemouth, ci ha inviato questo magnifico articolo, che prende le mosse dall'evento per spaziare nei temi di identità e memoria. In una parola, fútbologico. Leggetelo tutto, anche la postilla biografica in fondo.]

1957 - Bournemouth and Boscombe Athletic fans show their support before the match

2 Marzo 1957 – Bournemouth and Boscombe Athletic VS Manchester Utd

di Roger Bromley

Molti anni fa la scrittrice Ella Winter aveva detto all’oramai dimenticato romanziere americano Thomas Wolfe, «Non lo sai che non puoi più tornare a casa?». Wolfe usò questa frase come titolo del suo ultimo romanzo, pubblicato postumo nel 1940. Nella parte finale del romanzo, George Webber, il protagonista, arriva alla conclusione che: “Non puoi tornare alla tua famiglia, tornare alla tua infanzia… tornare ai sogni di gloria e fama di giovane uomo, tornare ai luoghi di origine, tornare alle vecchie forme e organizzazione delle cose che un tempo sembravano eterne e che invece continuano a cambiare… rifuggire il  Tempo e i Ricordi”.

Tutto questo mi è tornato alla mente pochi giorni fa quando la squadra della mia città, l’AFC Bournemouth, ha raggiunto la promozione nella English Championship League (la seconda serie del campionato inglese) per la seconda volta nell’arco di centoquattordici anni, e dopo un’assenza di ventitré. Durante una cupa e gelida giornata dell’inverno 1950 assistevo alla mia prima partita a Dean Court a Boscombe (sobborgo di Bournemouth dove si trova lo stadio, NdT).

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Il custode

[Riceviamo e pubblichiamo. Oggi 15 aprile 2013 ricorre l'anniversario del disastro dello Hillsborough Stadium di Sheffiled, la tragedia per cui ventiquattro anni fa 96 persone di età compresa tra 10 e 67 anni persero la vita e 766 rimasero ferite. Oggi è certo che le responsabilità della polizia furono insabbiate dal governo allora in carica, presieduto da Margaret Thatcher. La storia, in un racconto di Luca Pisapia, a quasi cinque lustri dai fatti]

Di Luca Pisapia

Hillsborough, persone a terra sul prato

Lo incontro in un edificio a due piani di mattoncini rossi, di fianco a un parcheggio, dove c’è lo storico pub dei tifosi dello Sheffield Wednesday. Lo stadio di Hillsborough, nascosto qualche centinaio di metri più in là tra le casette a tetto spiovente della zona, non si vede. Ma la sua presenza incombe sotto il cielo plumbeo del South Yorkshire. Afferrando una pinta di birra con le lunghe dita nodose, Martin comincia a raccontare.

«Sono stato uno dei custodi di Hillsborough per oltre quarant’anni, il mio compito era di chiudere i cancelli, e di imprigionare lì dentro i segreti che non dovevano uscire. Litigi, scazzottate, scommesse, tutto quello che succede normalmente in uno spogliatoio ma non si deve fare trapelare all’esterno. Sono abituato a nascondere le cose. Coprire, dissimulare, è il mio lavoro. Ma quello che hanno fatto loro è troppo. Un insabbiamento di queste dimensioni non si era mai visto».

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Amianto, polvere, pallone

[Riceviamo e pubblichiamo. Una recensione in forma di racconto che nasce dalle pagine di "Amianto", in cui Alberto Prunetti scrive (anche) di pallone e delle partite del Follonica]

di Giulio Pedani

Promemoria Rosignano

Tornai a giocare al calcio nel campo d’ asfalto, dove ormai avevo una reputazione e nessuno mi molestava. Andavo con mio padre a vedere il campionato livornese di prima categoria e facevo il raccattapalle quando giocava il Follonica in casa. Mi piaceva ascoltare quello che succedeva in panchina. L’ allenatore del Follonica si addormentava spesso. Poi si risvegliava di colpo, lanciava un bestemmione trionfale e diceva qualcosa, solo per farsi sentire dal pubblico che seguiva la partita. Ce l’ aveva sempre con un calciatore pelato. Era il mitico Dea, una delle mie leggende giovanili insieme all’ argentino Ganem, storico dieci “maradoniano” del Follonica. Il Dea era un altro che si faceva il culo in fabbrica e che giocava di forza, eppure il mister gli diceva sempre: “Sei un duro !” Una volta dopo essersi addormentato in panchina si svegliò di colpo e per dimostrare di aver seguito la partita esplose in bestemmie: “Diolopicardo, pelato, sei un duro !“. Il pelato era in panchina accanto a lui. Rispose: “Mister, ma oggi non gioco”. “Fa’ una sega, sei un duro uguale”, replicò l’ allenatore, prima di riaddormentarsi pacifico.
[Amianto, pag. 62]

Tutto questo succedeva intorno alla metà degli anni ’80. Quel raccattapalle era Alberto Prunetti. La nascita del suo “Amianto”, il bellissimo libro da cui sono tratte queste righe, era ancora lontana.

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Pechino – Canton

[Riceviamo e pubblichiamo. Il giornalista Simone Pieranni, corrispondente dalla Cina per China Files, ci invia un breve racconto/reportage da Pechino, dove ha assistito alla partita di venerdì scorso tra due delle squadre ai vertici del campionato cinese. NdR]

Tifosi del Guoan

Intanto trattandosi di notizia di esteri, osservando come vengono trattate le notizie dagli esteri e specie dalla Cina sui media mainstream, vorrei elevare futbologia.org a media mainstream con uno scoop da par suo. Attenzione, tenetevi stretti che il vostro panorama culturale sta per essere ribaltato completamente.

La sera precedente al match tra Pechino e Canton all’interno dell’albergo che ospitava la compagine allenata da Marcello Lippi, il tecnico italiano ha improvvisamente chiamato al cellulare il suo assistente / interprete.

A Lippi non funzionava Internet in camera.

Eh?

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Il “cugino” carnico di Iniesta

[Riceviamo e pubblichiamo]

di Alessandro Gori

Questa sera si conoscerà il vincitore del Pallone d’Oro FIFA 2012 con tre candidati in lizza, Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e Andrés Iniesta. Dopo lo storico record di 91 reti segnate nell’anno solare, il favorito è sicuramente l’argentino, ma il portoghese eterno secondo quest’anno ha conquistato l’agognata Liga e il manchego ha lasciato il segno nella vittoria dell’Europeo della Spagna di Vicente Del Bosque.

Don Andrés, come viene chiamato a Barcellona, ha un tifoso speciale in Carnia: suo cugino Ezio De Prato da Chialina di Ovaro. L’ho incontrato qualche tempo fa per farmi raccontare la sua storia.

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