Dice che a Barranquilla si balla così

[Siamo lieti di presentarvi un racconto inedito di Fabrizio Gabrielli, maestro di Sforbiciate]

Carlos Alberto Valderrama

Dici che a Barranquilla si balla così, dimenando i fianchi e portando le mani alla melena. E tu, Marta, diomìo se sei bella: bella che ci sarebbe da farti santa subito, santa Marta.

Dalle spiagge del quartiere Pescaito, a Santa Marta, sulle coste caribègne della Colombia, una manciata di chilometri da Barranquilla, se non è una di quelle giornate umide di foschia si vede l’isolotto del Morro. Gli indigeni delle montagne lo considerano sacro; a me è sempre sembrato l’incantamento tricotico d’una sirena che s’immerge nell’Oceano, Marta.

Al Pescaito, tra caschi di banane e aroma di caffé tostato, i ragazzini han sempre giocato al calcio. C’è stato un tempo in cui Carlitos, quando gli arrivava la palla tra i piedi, la buttava via impaurito, in fallo laterale, anche se non c’era nessuno a pressarlo, spaventato come ci si spaventa di fronte a certi prodigi mulatti. Da quando il padre gli ha sberciato contro che solo i senzapàlle la buttan fuori, ha imparato l’arte dell’ammaestramento. C’è sempre il modo per uscire dalle situazioni palla al piede, gli ha insegnato paziente. Da quel giorno in poi, Carlitos alla sfera è come se cantasse una ninna nanna calypso: la sfiora col collo, con la pianta, e questa s’addormenta. Poi, quando i suoi avversari s’annoiano di marcarlo stretto, e sbuffano, il Pibe, ché lo chiaman tutti così, la passa filtrante all’amico d’attacco. Che la butta dentro.

Isolotto El Morro

Isolotto El Morro

Dice che a Barranquilla si balla e si ragiona così: come se non ci fosse un domani. Che poi una maniera d’uscire palla al piede dalla situazione la troviamo pure; ma magari all’alba.
 Forse il tuo è solo un pretesto per tenermi sul filo del rasoio, Marta, quando sussurri che niente è per sempre: potresti slogarti il fianco e disimparare il ballo, oppure ancora averci voglia di tagliarti i capelli, scrollarti di dosso la melena, come fosse un’incoronazione al contrario, mi provochi sorridente. Ma io non so immaginarti diversa da come ti vedo adesso, madida di sudore sull’incarnato triguegno, dopo l’ultima frenetica salsa; né senza quei ricci tuoi odorosi di latte di cocco, esplosione di fusilli al vento.

Fusillo è una parola che non fa ridere, in Colombia: fa troppa rima con Mauser, è un sibilo che puzza di polvere da sparo, di carne da cannone, di lotta armata bolivariana. Penso che saresti mozzafiato anche se non ti muovessi così disinibita tra un còctel e una rueda, Marta, ma – che so io – col baschetto e le munizioni a tracolla tra le fila del Farc; ma son discorsi che non ti piacciono, e quando punto col dito il murale del Che distogli lo sguardo ritrosa; non è più bello quello?, insinui. Sul muro si staglia la silhouette baffuta, la criniera leonina di Carlos el Pibe Valderrama.

Se il fusilero combatte in prima linea, con la bajonetta acuminata, come un Oswaldo Mackenzie qualsiasi, Carlitos è – al contrario – lo stratega illuminato. Quello che organizza, crea, regge e governa le manovre dalle retrovie. Con la maglia di fuori e i calzettoni calati, se del caso. Senza mimetica, ma con le maglie del Deportivo Cali, dei Millonarios di Bogotà, dell’Independiente de Medellin o del Junior de Barranquilla – nomi esotici, che rimandano a mondi altri, alla brillantina di mister Peregrino Fernàndez.

Carlos Alberto Valderrama

Valderrama, a cavallo degli anni novanta, per qualche stagione ha solcato i campi europei. Dapprima in Francia, con la maglia del Montpellier-Herrault, insieme al camerunense Roger Milla, il castigatore dell’Argentina, anche lui, prima di Carlitos. Ma vederlo giocare in transalpe era come gustare una bandeja paisà in un ristorante colombiano di Vigevano: sembrava sempre mancasse una soldo per fare una lira, come si dice.

I fagioli, il riso, la cotenna fritta e il sanguinaccio li trovi ovunque, anche se hanno un sapore diverso. Ma i patacònes di platano verde fritti e gli aguacates, quello è già più complicato reperirli; e poi, lontani dalla patria natia, non è la stessa ròba. Per questo non s’è mai adattato, Valderrama, al calcio europeo: neppure in Ispagna, quando eppure a Valladolid lo affiancavano i connazionali Leonel Alvarez, mister Pacho Maturana e René, il loco René, altra melena, più sanguigna, la controparte morena alla bionda esplosione fusìllica.

I fusilli, in Spagna, li servon sempre troppo scotti. Il platano verde fritto, quello manco a parlarne.
Così mi susciti una rumba intestina, Marta, se m’avviluppi tra le tue spire, ti mordi il labbro e lasci scivolare la mano tra le mie gambe impacciate. Galleggio nella sorpresa per un po’, poi ti stringo ancora più forte.

Una volta, al Santiago Bernabeu, c’era un calcio d’angolo per il Valladolid, Carlitos stazionava a centro area. Michel, il centrocampista del Real, anziché marcarlo da dietro, cinturarlo, ha pensato di allungare le dita verso i suoi attributi. Carlitos se l’è guardato pieno di stupore, a tutta prima. Non poteva crederci. Quello continuava. E allora s’è proteso ancora un po’, come a dirgli ah beh, serviti pure.

Serviti pure, Marta. E poi insegnami per bene com’è che si fa, l’involtino col casquet.

Carlos Alberto Valderrama

Valderrama, nel giuoco, era il simbolo della pacatezza, un Gandhi futbolistico, il guru della non offesa; la sua marca distintiva erano tocchi alla morfina, carezze lascive, dribbling posati. Mai un’accelerazione. S’è eretto tutt’attorno un’aura mitica sublimando apparente indolenza; ogni sua apparizione con la diez era un tributo al motto festina lente. Affrettati a creare gioco, sì: ma lentamente.

Slow foot, prima che quelli della chiocciola gli rubassero, mutatis mutandis, il copyright, ma senza attuare la seconda regola di rotazione consonantica di Grimm.

E gli avversari: gli avversari andavano in bambola, a fissare le spire della caracòl. In Perù, prima di una gara di qualificazione per i mondiali francesi del novantotto, per cercare di tarparne le ali c’era chi s’era inventato di chiamare uno sciamano. E questo stregone aveva costruito con l’argilla certi pupazzetti con le fattezze di Freddy Rincòn, di Tino Asprilla, uno con tanti fili di paglia sulla testa quanti erano i ricci di Carlitos. E poi li aveva punzecchiati con gli spilli, presi a calci, tirati contro un muro, bruciati. Non aveva funzionato punto.

Così come non erano bastate le invettive dei cronisti compatrioti: è un giocatore finito, dicevano, è vecchio, non lo vedete che c’ha bisogno del viagra per tirare avanti? Lui s’era scrollato di dosso le malie dei detrattori, nobile e umile come solo un calciatore arcifamoso che una volta che decide di tornare a Santa Marta si mette a vendere aguacates per la strada, giusto per fare un favore a quell’amico d’infanzia che fino ad allora, venderne una che fosse una, di aguacate, c’era riuscito mica.

Carlos Alberto Valderrama

A Valderrama, quelli che correvano come proiettili, piaceva innescarli e vederli trottare. A Buenos Aires, in quella celebre partita di qualificazione ai mondiali del 94, el partidazo dello zero a cinque, summa teologica del suo stile di gioco, col suo ritmo sincopato aveva addormentato la manovra salvo poi imprimere un’accelerazione con una, due, tre sciabolate precise; la magia che burla i tatticismi esasperati, un passaggio filtrante per Rincòn, un altro per Asprilla, un capolavoro d’ingegno. Non aveva bisogno d’alzare lo sguardo, per sapere dove fossero i compagni. Lo sapeva, tanto bastava.

S’è detto, di Valderrama, in particolare dei suoi capelli, che ne fosse gelosissimo. Che guai a chi glieli toccava, perché li considerava sacri, come gl’indigeni il Morro davanti a Santa Marta.
Che la sua melena fosse una metafora perfetta del calcio che praticava: denso, voluminoso, unconventional.

Io, di par mio, son sempre stato convinto che ci volesse molta personalità, per portare quei capelli, e anche un po’ d’hipsterismo vintaggio. Che Carlitos fosse un vecchio quarantacinque giri in un calcio dominato dalla frenesia degli emmepitré daunlodàbili da aitùns – e dimenticabili alla stessa velocità.

Barrio La Cumbre en Barranquilla, Colombia

Barrio La Cumbre en Barranquilla, Colombia

Un po’ come te per me, Marta: una parentesi swing in un paradiso di lenti da balera. Ti guardo mentre dormi, nuda, tra le lenzuola di questa camera d’albergo. Fuori Santa Marta frigge come le rondelle di platano in strada.

Promettimi silente che non te la taglierai mai, la tua melena; e che cercherai di distogliere Valderrama dallo stesso proposito. E poi dimmi che non mi chiederai di portarti in Europa. Che ci vieni a fare, tanto? La bandeja paisà non ha dentro l’aroma del caribe, dall’altra parte dell’oceano.
Me ne corro via, meninassassìna. L’aereo è tra due ore soltanto.

Sì, certo che ti lascio i soldi vicino al televisore, non starti a preoccupare. Lo so, non starmelo a ricordare: lo so che a Barranquilla, a voler ballare, si balla così.

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Puoi trovare Fabrizio Gabrielli come conversedijulio su Twitter.
Il libro Sforbiciate su aNobii.

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