Back home. Time, Memory and Football

[Riceviamo e Pubblichiamo. Qualche giorno fa l'AFC Bournemouth è salito per la seconda volta nella sua storia in Championship League. Roger Bromley, professore emerito della Notthingham University e originario di Bournemouth, ci ha inviato questo magnifico articolo, che prende le mosse dall'evento per spaziare nei temi di identità e memoria. In una parola, fútbologico. Leggetelo tutto, anche la postilla biografica in fondo.]

1957 - Bournemouth and Boscombe Athletic fans show their support before the match

2 Marzo 1957 – Bournemouth and Boscombe Athletic VS Manchester Utd

di Roger Bromley

Molti anni fa la scrittrice Ella Winter aveva detto all’oramai dimenticato romanziere americano Thomas Wolfe, «Non lo sai che non puoi più tornare a casa?». Wolfe usò questa frase come titolo del suo ultimo romanzo, pubblicato postumo nel 1940. Nella parte finale del romanzo, George Webber, il protagonista, arriva alla conclusione che: “Non puoi tornare alla tua famiglia, tornare alla tua infanzia… tornare ai sogni di gloria e fama di giovane uomo, tornare ai luoghi di origine, tornare alle vecchie forme e organizzazione delle cose che un tempo sembravano eterne e che invece continuano a cambiare… rifuggire il  Tempo e i Ricordi”.

Tutto questo mi è tornato alla mente pochi giorni fa quando la squadra della mia città, l’AFC Bournemouth, ha raggiunto la promozione nella English Championship League (la seconda serie del campionato inglese) per la seconda volta nell’arco di centoquattordici anni, e dopo un’assenza di ventitré. Durante una cupa e gelida giornata dell’inverno 1950 assistevo alla mia prima partita a Dean Court a Boscombe (sobborgo di Bournemouth dove si trova lo stadio, NdT).

Dean Court, Boscombe

Dean Court, Boscombe

Il nome ufficiale del club era Bournemouth and Boscombe Athletic Football Club, ma tutti lo chiamavamo Boscombe. Di recente il nome è stato cambiato in AFC Bournemouth, per infiocchettarlo all’europea, come parte di una strategia di branding globale – senza che alcuno, nel globo, ne abbia mai davvero sentito parlare. Negli anni in cui crescevo e andavo a vedere tutte le partite casalinghe, sia della prima che della seconda squadra, il terreno di gioco si stendeva da Nord a Sud; oggi da Est a Ovest, e Dean Court è diventato il Goldsands Stadium, un altro passaggio della strategia di marketing – Glocalizzazione la chiamerebbe qualcuno oggi. Il Bournemouth salì in Terza Divisione (Sud) nel 1923. Nei giorni della mia infanzia di scolaro e della mia tarda adolescenza, sognavamo la terra promessa, la seconda divisione. Tuttavia, quando, sessantasette anni dopo l’ingresso nella Lega Calcio, infine arrivò,  ero andato via da tempo (e mai più tornato sul campo). Eppure ancora sentivo quel trionfo come qualcosa di personale, un tributo ai miei anni di frustrata nostalgia.

Boscombe railway station

La stazione ferroviaria di Boscombe

Ho lasciato Bournemouth definitivamente nel 1966 e ho girovagato di città in città alla ricerca di quell’appartenenza perduta, di una voce che potesse una volta ancora dire “noi”, per urlare «Up the Cherries», il grido ormai sopito degli spalti di Boscombe. L’amore per il pallone mi ha portato a seguire altre squadre in altre città, talvolta a sottoscrivere abbonamenti, ma quelle squadre erano sempre “loro”, e quando anche giocavano in casa, non era la mia. Mi chiedo, è una cosa generazionale? I ragazzi oggi indossano le maglie delle maggiori squadre della Premier o europee anche se non sono mai stati neppure nei pressi dei loro stadi, mentre la maggior parte dei miei coetanei nati altrove, qui a  Nottingham, cercano in maniera febbrile sui loro telefoni i risultati del Hull, o del Norwich, o del forse modesto Torquay.

Anche se non viviamo più nel posto da cui veniamo, la nostra generazione ha viaggiato molto meno da giovane, non aveva Internet o Sky (o alcuna televisione), e i nostri orizzonti erano delimitati. Forse però è più di questo, dal momento che per molti di noi le nostre squadre locali costituiscono tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle delle nostre origini tribali, il nostro campo – i genitori morti, i fratelli andati via, la casa di famiglia un luogo di estranei.

Chiunque mi incontri ancora oggi deve sorbirsi dei miei anni a bordocampo a Boscombe (come raccattapalle, non come riserva), del tempo speso ad allenarmi con i professionisti, dell’allenatore che mi chiamava “sunshine” – ingannevole vezzeggiativo– e dei gloriosi giorni della stagione ‘56-57, quando nella FA Cup il Bournemouth sconfisse il Wolverhampton Wanderers fuori casa, poi il Totthenham Hotspur in casa per 3-1, e perse di misura al sesto turno contro il Manchester United, pochi mesi prima del disastro di Monaco di Baviera.

1957 - Contro gli Spurs

1957 – Contro gli Spurs nella FA Cup, oltre 26000 spettatori

Dunque, la tua squadra di casa è come la Stella Polare, l’Isola che non c’è del tuo Peter Pan. Diventa l’unica casa dove tornare, poiché, pur avendo cambiato nome, le maglie, che ora sono a strisce nere e rosse (un tempo erano rosse e bianche), e il campo è ruotato, la squadra e il luogo sono eterni – unico punto fermo nel mondo che gira incessante. Mentre la vecchiaia si avvicina come unica certezza, puoi provare a immaginare – ancora una volta – come diventerai quando sarai cresciuto, con i sogni di fama e gloria ancora da sognare, e il futuro qualcosa nel tuo passato. Grazie ai ricordi, la promozione del AFC Bournemouth in Championship mi ha permesso di rifuggire il tempo e diventare immortale.

Roger Bromley
22 April 2013

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[trad. Redazione Futbologia. Riportiamo di seguito la versione in inglese di questo articolo, l'originale è ancora più bello]

Many years ago, the writer Ella Winter said to the now-neglected American novelist, Thomas Wolfe, ‘Don’t you know you can’t go home again?’ Wolfe used this as the title of his last novel, published posthumously in 1940. In the final section of the novel, George Webber, the main character, realises: ‘You can’t go back home to your family, back home to your childhood…back home to a young man’s dreams of glory and of fame…back home to places in the country, back home to old forms and systems of things which once seemed everlasting but which are changing all the time…back home to the escapes of Time and Memory.’

I had occasion to recall this just a few days ago when my home town team, AFC Bournemouth, gained promotion to the English Championship league (the second tier) for only the second time in one hundred and fourteen years, and after an absence of twenty three years.  On a bleak, cold winter’s day in 1950 I attended my first match at Dean Court, Boscombe. Officially, the club was known as Bournemouth and Boscombe Athletic Football Club but everyone local called it Boscombe. In recent years, the name was changed to AFC Bournemouth to give it a continental flourish as part of its global branding – not that anyone anywhere on the globe was likely to have heard of it. When I was growing up and watching every home match, first team and reserves, the pitch ran from north to south; today it is laid from east to west, and Dean Court has become the Goldsands Stadium, another stage in its branding – glocalisation some would now call it. Bournemouth entered the Third Division (South) in 1923 and all through my schooldays and late adolescence we dreamed of the promised land – the second division – but when this eventually came, sixty seven years after first entering the Football League, I had long gone (and never returned to the ground) but still felt the triumph as something personal, a tribute to my years of disappointed longing.

I left Bournemouth permanently in 1966 and have wandered from city to city searching for that lost belonging, for a voice that could once again say ‘we’, to scream ‘Up the Cherries’, the now-silenced cry from the sandy terraces of Boscombe. A love of the game meant that I have watched other teams in other cities, even bought season tickets at times, but those teams were always ‘they’, and even when they were playing at home, I wasn’t. Is it generational, I wonder? Younger people seem to wear the shirts of the major Premier League and European clubs even though many have never been anywhere near their stadiums, whereas most of my contemporaries where I now live in Nottingham, who were born elsewhere search feverishly on their phones for the Hull result, or the Norwich score, or maybe lowly Torquay. Even though we no longer live in the place where we came from, our generation travelled far less when we were young, had no internet or Sky television (or even television), and our horizons were limited. It is more than just this perhaps, as for many of us our local football teams are all we have left of our tribal origins, our ground – with parents dead, siblings moved on, the family home a place of strangers. Whoever I meet even today has to hear of my years on the bench at Boscombe (as ball boy not sub), time spent training with the professionals, the manager who called me ‘sunshine’ – feint traces of identity – and the glory days of 1956-7 when Bournemouth beat Wolverhampton Wanderers away in the FA Cup, then Tottenham Hotspur at home 3-1, and narrowly lost in the sixth round to Manchester United, just months before the Munich air disaster.

So, your home football team acts as your cynosure, the Neverland for your Peter Pan. It becomes the only home you can go back to as, despite the change of name, the black and red striped shirts (which once were red and white), and the rotated pitch, the team and the place are everlasting – the one still point in a turning world . As old age approaches with its only certainty, you can set out once again to imagine what you might become when you grow up, with the dreams of fame and glory still to be dreamt, and the future something in your past. Thanks to memory, AFC Bournemouth’s promotion to the Championship last week has allowed me to escape time and become immortal.

 

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Roger Bromley è esperto di Cultural Studies, professore emerito in studi sociali alla Nottingham University (Emeritus Professor of Cultural Studies e Honorary Professor of Sociology), Visiting Professor della University of Lancaster, Associate Fellow alla Rhodes University, SA.

Durante la sua lunga carriera accademica ha effettuato ricerche in diversi ambiti e su diversi argomenti. Le pubblicazioni recenti includono un film documentario sul Rwanda, analisi del Sud Africa post apartheid, studi sul cinema of displacement e sulle forme di cultura pubblica e comunità.

Nella email che ci ha scritto c’è una frase meravigliosa che riportiamo in originale:

«Everything I write is political and always has been, otherwise I see no point in bothering. This ‘football’ piece is only indirectly political but is the beginning of an auto-ethnography which will be a blend of sociological, political and cultural analysis, although at times it will be painful to write».

Recentemente ha scritto un articolo per l’importante rivista di analisi politica Ceasefire sulla narrazione del Thatcherismo: Anthem for a Lost Narrative: On Thatcher’s ‘Emotional Household’.

4 commenti su Back home. Time, Memory and Football

  1. Christo Presutti

    Non posso non lasciare due righe in fondo a questo bellissimo articolo.
    Conosco Roger, poco. Ma da quel poco ho capito subito che persona meravigliosa sia.
    È un signore anziano, eppure ancora appassionato e vitale. Qualche settimana fa mi ha scritto sul fatto che ha iniziato a studiare italiano – pensa te – e che a una prossima riunione futbologica vuole esserci.
    E chi se lo perde.

    Poi questo articolo rappresenta tutto quello che penso di Futbologia e dell’essere “futbologo”: parlare di calcio per parlare d’altro, parlare d’altro per parlare di calcio. «Un discorso sul calcio da una prospettiva storica, comparatista e contemporanea. Di potere e di cultura popolare. Scienze sociali e fisiche, arte e letteratura. Il pressing alto e Piazza Tahrir» – come scrivemmo all’inizio di questa avventura.

    Il pezzo è toccante e anche stilisticamente perfetto, quasi non serve esplicitare la simmetria tra la citazione di Wolfe all’inizio e l’ultimo periodo.
    Poi quell’ultima frase… Un groppo in gola. Sono un tipo sensibile.

    Bella Roger.
    Grazie.

    C_

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  2. Rube

    Oh, grazie. Questa roba che mettete su è davvero bella, come tutta l’iniziativa del resto.
    Grazie davvero, fate il calcio una cosa migliore.

    Rispondi
  3. luca

    Ecco, sì. Fare del calcio una cosa migliore.
    Che presunzione, la tipica pretesa di quelli che sanno tutto e lo vogliono spiegare agli altri.
    Eppure non è così. Non è questione di tecnica, di statistiche, di informazioni, di succulente anticipazioni. Tutte cose degne e utili, sia chiaro, per gli appassionati e coloro che seguono o amano il pallone (the love of the game).
    Secondo noi, tuttavia, non sta lì il cuore della faccenda, l’incredibile potere di seduzione che quell’oggetto sferico esercita su milioni di umani in ogni parte del globo.
    Inutile girarci intorno: il regalo che il prof. Bromley ci ha fatto, per noi è un successo. Vero; e giustifica, da solo, il tentativo cui alludeva questo blog-aspirante rivista. Perchè centra il punto, mette la palla nel sette, per di più con una lingua chiara, mirabile, limpida come una fontanella di montagna.
    Il fatto è che siamo convinti di una cosa. Trascorriamo tutta la vita a rincorrere una sensazione, un momento. Il vento sulla faccia, tra i capelli, mentre corri a perdifiato e senza meta dopo aver fatto gol, in uno scalcinato campetto di periferia, con i tuoi amici, e compagni, che ti inseguono. E l’estasi, e tutta la vita davanti. A otto, nove, dieci anni.
    Un gol di nessuna importanza per tutti. Che non dimenticherai più, e inseguirai per sempre.
    C’è tutto questo, e molto di più, nella meravigliosa cartolina da un tempo remoto che il Professore ci ha fatto l’onore di spedirci. Gioia, e struggimento. Felicità e disperazione fuse insieme, mai più districabili. Questo inseguiamo.
    Time, Memory. And Football.
    Questo è Fùtbologia.
    L.

    Rispondi

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