Inni contro e silenzi: Spagna-Italia nel Casco Viejo di Bilbao

 [di Francesco Spé, il nostro inviato in terra basca.]
Mancano pochi istanti all’atteso fischio d’inizio. All’improvviso le immagini dei giocatori della Spagna disposti in fila in mezzo al campo diventano mute. L’istrionico barista, reo dell’accaduto, si avvicina convinto allo stereo dietro il bancone. Matteo prova a trovare una spiegazione: «ci fa ascoltare la partita col commento della radio, vedrai».

L’ipotesi mi convince: i telecronisti di Tele 5 (Gruppo Mediaset) non sono un granché (basura, secondo Carlos Boyero de El Pais), e pure io facevo lo stesso spegnendo Pizzul per ascoltare il Mondiale del 2002 su Radio Rai 2 con i Gialappi (che all’epoca facevano ancora ridere) e boicottando l’impresentabile Marco Civoli a favore di Riccardo Cucchi (Radio Rai 1) durante il Mondiale 2006.

Ma ci bastano pochi secondi per scoprire che le intenzioni del barista sono ben altre. Niente radio, bensì un traccia su cd: Eusko Abendaren Ereserkia, ovvero “l’inno della patria basca”! Straniante è l’audio-visione dei calciatori spagnoli che cantano silenti il proprio inno mentre tutti noi ascoltiamo quello basco. E quando il barista accenna anche un balletto, Elena detta Elèna mi sorride dicendo: «siamo capitati nel posto perfetto per il tuo articolo futbologico!». Ha ragione. Ho davanti a me un altro esempio, estremo, del complesso rapporto tra tifosi baschi e nazionale spagnola. Del resto sul quel locale non è che ci eravamo proprio “capitati” … un paio di facce simpatiche che coloravano le pareti, quelle di Groucho e Ernesto, ben promettevano e ci avevano spinto a fermarci nonostante l’inqualificabile assenza di pintxos sul bancone.

La partita inizia e torna il commento della tv. Io, Matteo e Francesca, con la quale avevo vissuto le emozioni dei rigori di Inghilterra–Italia nell’improbabile cornice di un ristorante cinese in terra basca, ostentiamo ottimismo per la nostra Nazionale, mentre Elena, che del calcio se ne sbatte altamente, esce fuori disinvolta con un «per me vince la Spagna» che fa subito temere l’invereconda prospettiva di un suo «ve lo avevo detto» al 90′ in luogo del mio, pronto per esplodere trionfatore al 90′ in faccia agli italo-scettici.
Ad aggravare la preoccupazione, l’andazzo della partita. Loro girano, noi no. E segnano pure. Prima Silva, poi Jordi Alba. Chiellini, uccellato da Fabregas nel primo gol, esce infortunato facendo sprecare un cambio prezioso. Timidi segnali di risveglio non portano a nulla e alimentano solo il disappunto e la frustrazione. All’intervallo proviamo a rincuorarci, immaginando le entrate in campo dei piedi fini di Giovinco e Diamanti. Ad entrare è invece Di Natale, subito pronto a mangiarsi il gol che avrebbe riaperto la partita. Mi dolgo per lui, già so che ricacceranno subito fuori la storia del killer spietato con l’Udinese che si sbroda con la Nazionale nei momenti decisivi. Mi rendo tristemente conto che in quel momento è quel che penso pure io. Entra Motta e ci incazziamo. Quando si rompe dopo pochi minuti lasciandoci in dieci, capiamo che è proprio finita. Almeno così abbiamo la scusa pronta per questo secco 2 a 0, penso tra me e me. Ma manca ancora un bel pezzo di partita, quanto basta a Torres e Mata per infilare Buffon altre due volte. 4 a 0. La quarta marcatura ci lascia increduli, ma ad incazzarsi di più è un tipo dalla barba carontesca che menava vanto con gli amici di aver azzeccato il 3 a 0. Straccia la sua porra (scommessa) davanti a noi e inveisce contro l’Italia, incapace di “difendere” lo 0 a 3. Il barista continua a spillare birre come ha fatto per tutti i 90′ minuti, reagendo con indifferenza ad ogni rete spagnola, così come la maggior parte della clientela.

Usciamo in strada. Il silenzio ci circonda. Un silenzio assoluto, quasi irreale. La Spagna si appena laureata campione d’Europa centrando il più incredibile dei triplete in barba alle legge dei grandi numeri e al Casco Viejo di Bilbao pare non importare nulla. In quel barrio risiede del resto la più importante peña (club di tifosi) dell’Athletic, roccaforte dei baschi duri e puri.

Il giorno dopo scoprirò che a Barakaldo, nella margen izquierda de Bilbao, dove vive Elena detta Elèna e dove vivono molto immigrati del sud di Spagna, i festeggiamenti sono stati invece lunghi e rumorosi.

Dopo un kebab dal retrogusto catartico, mi sdraio sul divano di Matteo, il mio letto per questa notte triste lontana dalla mia Gernika. Solitamente al termine di partite emotivamente coinvolgenti vado rimuginando durante il dormiveglia per poi perdermi in sogni ucronici sull’orlo del “come sarebbe andata se quella palla fosse entrata” . ‘Sta volta niente di tutto questo. Un pensiero solo, semplice e amaro, che mi esce in castigliano. ¡Vaya paliza!

[Segui @akaOnir su Twitter.]

2 commenti su Inni contro e silenzi: Spagna-Italia nel Casco Viejo di Bilbao

  1. simone renza

    Oi! sono un italiano che ha seguito la partita qui a bilbao e nel casco viejo tambien! conosco bene la realtà calcistica, sociale e culturale basca, se ti interessa contattami alla mail.
    SImone

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>