Ogni quattro anni diventiamo più vecchi

[Del Porco Mondiale, non si butta via niente. Articolo sul Mondiale brasiliano a cura di Wu Ming 3 e Christo Presutti, pubblicato in cartaceo su Il Manifesto del 12 luglio 2014, il giorno della finale]

Poster World Cup Brazil 1950

di Luca Wu Ming 3 e Christiano xho Presutti

Cosa dici di un Mondiale che occulta massacri e conflitti sparsi da un polo all’altro del globo? Cosa dici di un Mondiale che non esce dalle prime news dei circuiti internazionali, nonostante nel frattempo: in Iraq, verso cui partimmo più di 10 anni fa recando doni e democrazia, venga proclamato il Califfato; al confine russo-ucraino e nelle regioni sottostanti avvengano esecuzioni, caccia etnica, pogrom e una guerra sponsorizzata UE; in M.O. un terribile massacro sia in corso a Gaza sotto i bombardamenti dell’aviazione israeliana. Cosa dici di un Mondiale così, che annega i conflitti e le domande del Paese che lo ospita nella pace armata delle milizie coloniali FIFA?

Beh, intanto cominci con l’ammettere che l’hai seguito. Tutto.

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Di calcio non si parla

[Riceviamo e pubblichiamo. Una bella recensione del saggio “Di calcio non si parla” di Francesca Serafini, inviataci dallo scrittore Gianni Montieri]

Copertina di Di calcio non si parla di F. Serafini

di Gianni Montieri

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla.

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Cultura e calcio, tra Italia e Brasile

[Riceviamo e pubblichiamo. Le distanze culturali tra Italia e Brasile sono analizzate da Paolo Demuru nel libro "Essere in Gioco. Calcio e cultura tra Brasile e Italia", Bononia University Press. Nell'introduzione al testo è raccontato come, nel corso del tempo, i luoghi comuni associati ai caratteri culturali dei due popoli siano stati individuati anche da intellettuali di riferimento]

Giacinto Facchetti e Jarzinho nella finale del 1970

Giacinto Facchetti e Jarzinho nella finale del 1970

Dall’introduzione a Essere in Gioco. Calcio e cultura tra Brasile e Italia

di Paolo Demuru

1. Brasile vs Italia

È il 21 giugno 1970. Allo stadio Azteca di Città del Messico si è appena conclusa la finale della nona edizione dei campionati del mondo di calcio. Il Brasile di Pelé e Tostão si è imposto sull’Italia di Gigi Riva con il risultato di 4 a 1. Per i giornali di mezzo mondo è l’ennesimo trionfo del futebol arte, del calcio ballato, del calcio-carnevale, allegro e irriverente, tipico del modo d’essere e di fare dei brasiliani. Perché si sa, in fondo loro sono così: la danza, il carnevale, l’allegria ce li hanno nel sangue.

Madrid, 11 luglio 1982. Stadio Santiago Bernabeu. L’Italia di Paolo Rossi conquista il suo terzo titolo mondiale battendo la Germania Ovest per 3 a 1. Ancora una volta, si dice su e giù per la penisola, è l’astuzia italica ad aver avuto la meglio sulla potenza tedesca. E a pensarci bene non poteva che andare così. Del resto, nel calcio come nella vita, se c’è una cosa che gli italiani conoscono bene è l’arte di arrangiarsi, i trucchi per cavarsela in situazioni sfavorevoli o di fronte a nemici in apparenza insormontabili.

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La testa e i piedi di Ryan Giggs

[A partire da Voglio la Testa di Ryan Giggs di Rodge Glass, una riflessione di Wu Ming 4 pubblicata in tandem su Giap]

foto di Ryan Giggs con bambino

di Wu Ming 4

Non è mica facile raccontare il calcio in un romanzo. È come raccontare un film, come trovarsi in mezzo tra lo spettacolo e la sua trasposizione bicolore, parole nere su fondo bianco. Visioni, emozioni, velocità, da ricreare attraverso una tastiera che produce sempre la stessa nota. Un’impresa. Proprio per questo si tratta forse di una delle sfide narrative più affascinanti. E se i sudamericani, si sa, in questo sono maestri, con le loro dosi massicce di poesia e metafore, gli inglesi lo fanno in un modo tutto particolare, perché spoetizzano il campo da gioco e lo trasformano in un prisma da cui guardare le trasformazioni della società che sta attorno. Non solo sulle tribune, ma nelle vie adiacenti lo stadio, fin dentro i pub e le living room. Sul rettangolo verde insiste il mondo, con la filiera di vite, lavoro, denaro, che da ogni singolo riflettore puntato risale fino all’angolo più remoto del globo.

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For victory is our cry, storia di donne, pallottole e palloni

[Quella delle Dick Kerr's Ladies è la più grandiosa vicenda di calcio femminile della storia. Dopo un lungo lavoro di ricerca, Alessia Guglielmi ha scritto per noi questo articolo, di certo il più completo e documentato in lingua italiana. Risorse esterne e note al testo seguono in calce al testo]

1920, Inghilterra-Francia, il bacio tra le capitane Alice Kell e Madeline Bracquemond

1920, Inghilterra-Francia, il bacio tra le capitane Alice Kell e Madeline Bracquemond

“When upon the field of play we go
Thousands come to cheer us on our way
And you will often hear them say
Who can beat Dick Kerr’s today?
When the ball is swinging merrily
Faces are all beaming happily
So play up girls and do your best
For victory is our cry”

di Alessia Guglielmi

Questa è una storia che va raccontata, se non altro perché è stata tacitata per quasi cento anni. È una storia di donne, pallottole e palloni, di una gloria calcistica interrotta e poi rimossa, di un gruppo di ragazze inglesi che sapevano e volevano giocare a calcio e dell’editto che letteralmente strappò loro le zolle da sotto i piedi. Se possiamo raccontarla oggi è solo perché, come spesso accade nella storia delle donne, la scrittura privata, i diari, i taccuini documentarono tutto. Due signore del Lancashire, Gail Newsham1 e Barbara Jacobs2, l’hanno raccolta, ricostruita e riportata al posto che merita: la Hall of Fame della storia del Football.

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Senza fifa: la memoria di Vladimir Herzog contro Marin e la FIFA

[Qualche settimana fa Dario Falcini ha intervistato Ivo Herzog, figlio di Vladimir Herzog, giornalista assassinato nel 1975 in Brasile dalla polizia segreta della dittatura militare. Da deputato dello stato di San Paolo, José Maria Marin – ora alla guida della Federcalcio brasiliana e coordinatore dell'imminente mondiale – era parte del regime, e difese pubblicamente l'operato della polizia. L'audio dell'intervista è in calce.
C'entra questa storia con il pallone? E beh, intanto leggi…]

Ivo Herzog nella sede del sindacato dei giornalisti

Ivo Herzog nella sede del sindacato dei giornalisti

di Dario Falcini

La fotografia, la pesca, l’astronomia e i cavalli.

Nemmeno dieci anni assieme e Vladimir Herzog era riuscito a trasmettere al piccolo Ivo le grandi passioni di una vita. In una cosa però, da padre, aveva fallito: suo figlio del Palmeiras non voleva saperne. I suoi occhi si accendevano per il bianco e il nero Timao. Poi arrivarono gli anni ’80 e il Dottore con la sua democrazia fecero il resto: lui sarebbe stato per sempre del Corinthians.

Cinquanta anni fa, il 31 marzo del 1964. Vlado vide i carri armati attraversare Rio de Janeiro e rivisse i suoi primi anni, quelli della fuga. Viveva a Osijek nella Croazia jugoslava e il nazismo era ormai troppo vicino a lui e alla sua famiglia ebraica. Vent’anni dopo a San Paolo un nuovo regime entrava nella sua vita. Questa volta erano i generali di Castelo Branco che senza sbraitare troppo archiviavano il governo di Joao Goulart. Il copione sarebbe stato abusato negli anni: il paese fiaccato dalla stagnazione economica, il boicottaggio delle lobby, le manovre della CIA, la perversione per l’uomo forte. In Brasile aveva inizio la dittatura più longeva dell’America Latina. 21 anni e 5 governi militari cambiarono per sempre la storia del paese.

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Gestire il livore

[Una riflessione su “Voglio la testa di Ryan Giggs” di Rodge Glass, ma anche su “Zero a Zero” di Paolo Geremei di Fabrizio Gabrielli]

Copertina di Voglio la testa di Ryan Giggs

di Fabrizio Gabrielli

Dopo aver sfogliato l’ultima pagina di Voglio la testa di Ryan Giggs (di Rodge Glass, edito in Italia da 66thand2nd) mi è soggiunto un pensamento che avevo già fatto, nella solitudine dell’abitacolo mentre fuori pioveva tutto il cielo, di ritorno dalla visione di Zero a Zero, quel film di Geremei che probabilmente, se hai una passione per il fulbo, mi stai leggendo da dentro il GRA e non sei uno di quelli che per ragioni di campanilismo non guardano le cose della Roma come i musulmani molto ortodossi non addentano carne non halal, nove su dieci hai visto anche tu.

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Eusébio, ovvero: la classe di rigore

[Riceviamo e Pubblichiamo. A qualche settimana dalla scomparsa della Pantera Nera, pubblichiamo una mitografia inedita che ci ha inviato lo scrittore e saggista Girolamo De Michele]

Eusébio da Silva Ferreira

di Girolamo De Michele

Ci sarebbero molte, forse troppe cose da dire di Eusébio da Silva Ferreira, il grande calciatore mozambicano che ha guidato il Benfica e il Portogallo negli anni Sessanta – “Il più grande calciatore portoghese di sempre era un Africano” (Eduardo Galeano). Prima di Eusébio, scrive il giornalista Sean Jacobs, «era impensabile per una squadra europea essere dominata da un Africano: la sua eredità più importante è l’impatto che ha avuto sulla percezione degli Africani sia nel calcio che nell’identità europea».

Ma della classe, del rispetto degli avversari e dei compagni, dell’anima elegante di Eusébio forse non s’è detto tutto.

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Hooligan e droghe: come gli acidi e MDMA hanno interrotto la violenza in Inghilterra

Riceviamo e pubblichiamo.
Dalla redazione di Trappola del Fuorigioco abbiamo ricevuto il seguente articolo, in cui si racconta della relazione tra sottoculture musicali, consumo di stupefacenti e movimento hooligan in Inghilterra dagli anni ’60 ai primi ’90. Oltre a una breve storia del tifo organizzato inglese, vi è riportata la tesi del ricercatore Mark Gilman secondo cui questo intreccio abbia contribuito a interrompere il ciclo di violenze che ha connotato il movimento durante gli anni ’80.

Scena dal film “The Firm”, 2009

Scena dal film “The Firm”, 2009

di Redazione Trappola del Fuorigioco

Il rapporto tra calcio e droghe in Inghilterra appartiene, da sempre, allo schema di relazioni più complicate tra culture (e sotto-culture) giovanili e droghe. I campi di calcio della nazione inglese, infatti, rappresentano uno spaccato molto preciso delle sottoculture giovanili da almeno 40 anni.

Per molto tempo il consumo di droghe non è stato direttamente collegato al movimento hooligan. I due mondi sono venuti a contatto, secondo il ricercatore universitario Mark Gilman, soltanto verso la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ’90. Tutto d’un tratto le droghe e i rave party sono diventati popolari nella cultura calcistica; l’esplosione del fenomeno ‘Madchester’ e la diffusione della ‘acid house’ hanno sancito la definitiva unione tra hooligan e sostanze stupefacenti. Per comprendere come sia accaduto, conviene dare un’occhiata alla storia del movimento hooligan che, come Gilman spiega nel suo rapporto Football and drugs: two worlds clash, è stato portato avanti principalmente dalla classe operaia almeno fino alla fine degli anni ottanta.

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Robin Hood meets Garibaldi

[Riceviamo e pubblichiamo. Roger Bromley, professore emerito della Nottingham University, che già aveva scritto per noi il meraviglioso Back home. Time, Memory and Football, ci ha inviato questo articolo sulla storia del Nottingham Forest FC e sui suoi legami con la figura di Giuseppe Garibaldi]

Nottingham Forest first team in 1884.  Back Row - T. Danks, C.J. Caborn, S.W. Widdowson, T. Lindley.  Middle Row - H. Billyeald, T. Hancock, F. Fox, A. Ward.  Front Row - S. Norman, J.E. Leighton, F.W. Beardsley, G. Unwin.  Photo courtesy of Nottinghamshire County Library Service

Nottingham Forest first team in 1884. Back Row – T. Danks, C.J. Caborn, S.W. Widdowson, T. Lindley. Middle Row – H. Billyeald, T. Hancock, F. Fox, A. Ward. Front Row – S. Norman, J.E. Leighton, F.W. Beardsley, G. Unwin.
Photo courtesy of Nottinghamshire County Library Service

di Roger Bromley

Ho vissuto a Nottingham per circa venti anni e durante questo periodo ho tifato Nottingham Forest. A volte, dopo prestazioni scarse della squadra, mi capitava di sentire i tifosi lasciare il campo borbottando «they’re not fit to wear the Garibaldi» [«non sono adatti a indossare la Garibaldi», NdT]. Questa frase ha continuato a intrigarmi per anni e, di recente, ho iniziato a cercare le origini della locuzione “the Garibaldi”. Che le maglie della squadra siano rosse costituisce un ovvio collegamento, ma mi chiedevo se fosse qualcosa di più che una semplice coincidenza. Le mie ricerche mi hanno portato indietro al 1865, anno in cui è stato fondato il Forest Football Club.

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Due a tre nella terra di nessuno (Christmas Truce 1914)

Christmas truce photo 1

Tommies della London Rifle Brigade posano con Saxons del 104° e 106° Reggimento

di Gabriele Venditti e Christiano xho Presutti

La “Tregua di Natale”, quella piccola pace nella Grande Guerra 1 come efficacemente viene chiamata nel titolo del saggio di Michael Jürgs, si aprì spontaneamente e senza intervento di diplomazie alla vigilia del primo natale di guerra. Il conflitto, iniziato ufficialmente solo cinque mesi prima, si era già impantanato tra le lunghe linee di trincea che correvano parallele come binari di treno nel fango dei campi di Fiandra.

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“Singapore connection”, un libro e la calciopoli mondiale

Le uniche foto di Dan Tan

Le uniche foto disponibili di “Dan Tan”

Con il consenso degli autori pubblichiamo alcuni stralci da “Singapore Connection. Caccia ai boss del Calcioscommesse Mondiale”, di Gianluca Ferraris e Antonio Talia, pubblicato in ebook da Informant.

Questo libro è frutto del lavoro di tre anni. Gli autori portano il lettore tra le strade della metropoli asiatica, attraverso incontri con allibratori clandestini e scommettitori incalliti, giornalisti intrepidi e signori della truffa. È un reportage investigativo sulla gang internazionale con sede a Singapore che negli ultimi anni ha manovrato, corrotto e minacciato arbitri e giocatori per fissare i risultati di centinaia di partite di calcio in tutto il mondo. Tra di loro c’è Tan Seet Eng, detto “Dan Tan”, ricercato in mezza Europa, protagonista occulto della Calciopoli italiana e considerato il boss del calcioscommesse globale.

Di lui esistono soltanto due fotografie. Entrambe vecchie, una sfocata.

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Luca Wu Ming 3 e Christiano xho Presutti presenteranno il libro con gli autori:
mercoledì 4 dicembre a Bologna, alle ore 18.30 presso la libreria Modo Infoshop.

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Neoromantici e Premoderni

sui muri contro il calcio moderno?!

Quando comincia il calcio “moderno”? E dove finisce quello “romantico”?
Kaka che si riduce l’ingaggio da 10 a 4 milioni per tornare al Milan è calcio romantico? E gli eventi di Salernitana-Nocerina fanno parte di quello moderno?

Le domande non sono retoriche, chiarirsi sarebbe utile. Nella lingua comune, una certa sloganistica onnicomprensiva deborda in tutti gli ambiti del discorso pubblico, anche quelli teoricamente più elevati, figurarsi dunque se ci si può meravigliare che questo avvenga nei discorsi del pallone.

Certo, la confusione è grande. La perdita di senso, per progressivo svuotamento di parole e concetti, incombe. Inoltre la realtà, come ovvio, incalza e propone fatti e circostanze la cui lettura richiederebbe strumenti adeguati e vivacità culturale, per poter giungere a posizioni nette, non pacificate, da tradurre poi in scelte concrete. Comportamenti consapevoli, specie se collettivi.

Ma non solo siamo lontanissimi da tutto questo, non conosciamo nemmeno le domande.

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Berenjena

[Riceviamo e pubblichiamo. Il racconto di Carlo Maria Miele che segue è liberamente ispirato a un evento realmente accaduto, l'infortunio al piede che impedì a Santiago Cañizares di partecipare alla Coppa del Mondo del 2002. Un racconto che parla del destino e dell'emozione di beffarlo, all'ultimo minuto]

Un racconto di Carlo Maria Miele sul calcio

di Carlo Maria Miele

Quello stupido soprannome, “berenjena” (melanzana), se lo portava dietro da una vita. Un nomignolo del cazzo se per mestiere fai l’attaccante. Un epiteto che al solo sentirlo ti succhia ogni goccia di fiducia e la trasmette al tuo marcatore. Un appellativo che sa di sfottò, anche quando non con quell’intento è pronunciato. Che nel momento stesso in cui lo senti articolare, ti regala la percezione dell’umiliazione imminente.

Dopo quindici anni che se lo sente gridare dietro Raùl Manzares dovrebbe essersi abituato. E invece niente. Anche adesso che di anni ne ha trentacinque, e che la carriera di calciatore è oramai tutta alle spalle, sentirsi chiamare così gli fa male. L’orgoglio gli sanguina e i coglioni gli girano, vorticosamente.

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Dieci anni senza Manolo

[Riceviamo e pubblichiamo. Oggi ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di Manuel Vázquez Montalbán. Alessandro Gori lo aveva intervistato nel 1997]

Manuel Vázquez Montalbán

di Alessandro Gori

Qualche giorno fa ho trovato per caso un articolo che fin dal titolo mi ha provocato un groppo in gola: «Diez años sin Manolo».

Mi era proprio sfuggito, sono trascorsi già dieci anni dal 18 ottobre del 2003, quando ci lasciava per sempre Manolo Vázquez Montalbán, colpito da un infarto durante lo scalo all’aeroporto di Bangkok rientrando dall’Australia.

Manolo era un intellettuale a tutto tondo, debordante autore di migliaia di articoli e centinaia di libri: giornalista, scrittore di successo, creatore dell’investigatore-buongustaio Pepe Carvalho, poeta e umorista, antifranchista che conobbe il carcere (come accadde a suo padre per lo stesso motivo), saggista e militante di sinistra, gourmet, ma anche innamorato di calcio e fanatico culé (tifoso del Barça).

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