Calcio e intertestualità

[Questo articolo di Jumpinshark è stato pubblicato in cartaceo nell'ultimo numero di Orwell, l'inserto culturale di Pubblico. Qui on steroids e multimediato come piace a lui, NDR]

foto della rabona di Diego

Antonin Panenka inventa la cosa e la parola con il rigore decisivo della finale Germania Ovest-Cecoslovacchia agli Europei 1976. Non importa che tirasse in quel modo particolare da almeno due anni: i suoi “testi”, in un’epoca di calcio molto meno televisivo, erano conosciuti solo da pochissimi “lettori” (i tifosi del Bohemians e qualche avversario), non facevano parte del Canone.

Quella cosa, il rigore con “pallonetto lento e centrale realizzato colpendo il pallone nella sua parte inferiore con il collo del piede”, e quella parola iniziano quindi a esistere per la Tradizione nella serata del 20 Giugno 1976 (e solo dopo quella partita sarà possibile retrodatare, scovando la prima versione). La personificazione, il rigore alla Panenka, e anche la cosa vengono quasi dimenticati in Italia, sino a quando con Francesco Totti, sempre in un Europeo, si riscopre, modificato, il colpo e lo si rinomina cucchiaio. Nun te preoccupa’, mo’ je faccio er cucchiaio nella semifinale Italia-Olanda del 29 Giugno 2000 è la stessa e un’altra cosa rispetto al rigore alla Panenka: certo il “pallonetto netto e centrale…” rimane ma qui abbiamo un termine parodico, un estro espressionista in luogo di un astuto ma rigoroso tecnicismo.

Il testo originale di Panenka, che arriva a Totti tramite il tedesco Rudi Völler, viene distorto in guizzo scapigliato dall’intenzione del romanista e soprattutto dalla ricezione italiana, con la Gialappa’s Band a commentare “e vi prendiamo anche per il culo”, orientando l’interpretazione comune verso lo sberleffo irriverente. Si apre pure un decennio di rigori ignominiosamente falliti, quando il parodiante diventa il parodiato e il portiere blocca comodamente da fermo il debole tiro (per ovvio contrappasso il caso più noto è quello di Totti in un Roma-Lecce del 2007).

La parola\cosa cambia ancora, riavvicinandosi un poco all’accezione originale, con Andrea Pirlo, che nella sfida ai rigori contro l’Inghilterra, agli Europei del 24 Giugno scorso, calcia un cucchiaio di perfetto calcolo tecnico e psicologico (il suo tiro viene dopo gli errori di Montolivo e Young, sul 2-1 per l’Inghilterra), distantissimo nel sorvegliato manierismo e nella quieta sprezzatura dalla prodezza guascona di Totti.

Quel gol modifica anche il senso del cucchiaio sbagliato da Pirlo in un’amichevole estiva del 2010 contro il Barcellona: la figuraccia non è la giusta punizione per un tiro pretenzioso ma l’utile fallimento che porta a migliorare un colpo esigente.

[Rigore sbagliato di Pirlo da Repubblica TV]

(Anche) il calcio è una tradizione di testi, e il rapporto tra un nuovo testo e il passato non è di pura derivazione. La tradizione si rispetta, esaspera, tradisce, innova e persino inventa: Cruijff crea i suoi precursori come Kafka per Borges. E la tradizione è molteplice, pluriplanare, “multimediale”: Paolo Maldini passa l’ultima parte della sua carriera a ricevere l’omaggio di giovani avversari che confessano di essere cresciuti imitandolo; Del Piero e Zidane riconoscono l’influenza di Holly e Benji sul loro gioco; le nuove stelle di oggi trovano ispirazione in Pro Evolution Soccer e quelle di domani forse la troveranno in Io, Ibra. Un campione in carne e ossa, visto soprattutto in televisione, un cartone animato, un videogioco, un film e persino un libro sono testi del calcio.

[Una chicca, in Francia Canale 5 era La Cinq, Holly e Benji si chiamano Olive et Tom – nel pantheon di Zidane – e la sigla ha la stessa base della versione italiana di Lupin III, NDR]

L’intertestualità al lavoro nelle più varie forme, dall’imitazione pedissequa al recupero critico, dall’omaggio citazionista al rilancio innovativo, realizza un processo continuo di reinvenzione della tradizione e quindi di composizione del canone. Pochi anni fa, nel momento di maggior gloria del Barcellona di Pepe Guardiola, si rivalutavano ogni squadra e ogni allenatore che in qualche forma potessero essere collegati alla linea olandese-catalana del totaalvoetbal (esemplare, per questo e altri aspetti, Il Barça di Sandro Modeo), mentre oggi siamo forse vicini, se non alla palinodia “catenacciara”, almeno a una maggiore attenzione verso forme più “difensiviste” (sintomaticamente: il pezzo “Odio il Barcellona” è diventato un genere sportivo-letterario a sé stante).

Analogamente per i giocatori: il Barça dei folletti ha messo un poco in ombra la figura del calciatore gladiatore, quella transizione fisico-storica che nella metamorfosi di Del Piero trova uno dei suoi simboli più famosi, in Rummenigge uno precursore e in Ibrahimović  (non a caso corpo estraneo per la squadra di Guardiola) il massimo esponente in attività. E così è anche per i colpi, le mosse, i trucchi, oltre e sopra ogni circense e spettacolare freestyle (disciplina giocosamente “lessicografica” che raccoglie e compone lemmi). Le parole di questo linguaggio nascono, muoiono, mutano il loro senso. Denílson alla fine del secolo scorso impone all’attenzione mondiale la sua interpretazione estremizzata del “doppio passo”, già praticato dal bolognese Amerigo Biavati, vincitore della Coppa Rimet nel 1938; quel movimento è poi fiorito in numerose variazioni e riproposte, indifferente all’oblio del lontano Biavati e del grande talento incompiuto Denílson.

(YouTube, ricco e disordinato dizionario del calcio, favorisce infatti come esempio d’uso preclaro un giovanissimo Robinho).

Al contrario il “dribbling” tradizionale (termine-ombrello) è ormai obsoleto, e chi – ad alto livello, s’intende – parlasse la lingua di Omar Sivori non riuscirebbe più a farsi capire. Verrebbe cioè messo in panchina, perché il calcio sempre più veloce degli ultimi trent’anni ha reso impraticabili quelle frasi e fraseggi, come meglio di tutti sapeva Arrigo Sacchi l’innovatore (agli occhi di altri il distruttore – e le ragioni di queste opposizioni dovrebbero ormai essere chiare). Sacchi è il paradigma dell’allenatore non conciliato con la Tradizione – anche perché vi entra come scarto, da calciatore fallito e non, seguendo la scuola italiana, come ex-giocatore di buon livello che prosegue la carriera in panchina – e sarà sempre scosso dall’“angoscia dell’influenza”. A essa infine soccomberà, nominandola pudicamente “non reggere la tensione”, non sopportare cioè il peso dei testi e dei modelli.

Tra le nuove parole vi è anche la rovesciata di Zlatan Ibrahimović nell’amichevole Svezia-Inghilterra del 14 Novembre. I filologi sanno che il nuovo conio può essere considerato come un termine composto da un’acrobazia in verticale e da una rovesciata fuori area, forme non frequentissime ma comunque ben attestate. Per la prima ci si può riferire proprio a uno strepitoso tacco-scorpione di Ibra in Inter-Lazio del 6 Dicembre 2008 o al gol di Rummenigge in Inter-Glasgow Rangers del 24 Ottobre 1984, annullato da rigido arbitro connazionale, che lo giudicò “gioco pericoloso”, non comprendendo appunto il modernissimo idioma. Per la seconda ricordiamo colpi come quello di Mauro Bressan in Fiorentina-Barcellona del 2 Novembre 1999 [Ibra, Rummenigge e Bressan nei video che seguono, NdR]. Ibra compone insieme questi due scarti rispetto alla norma e arricchisce il linguaggio. Amplia il dicibile calcistico.

Quel “tiro impossibile” sarà stato certo tentato alla fine di una partitella d’allenamento ma, indipendentemente dall’esito, solo con Ibra passa dal divertimento intimo alla tradizione e al canone. Solo con Ibra, riferimento autorizzante e garanzia intertestuale, quella parola diventa quindi citabile, ripetibile, modificabile. Quando una settimana dopo Svezia-Inghilterra in una gara di Champions League contro l’Anderlecht Philippe Mexès, difensore che non aveva ancora segnato una rete nel suo Milan, stoppa un pallone, se lo porta fuori area ed esegue una perfetta vincente rovesciata, è subito chiaro l’omaggio. Il telecronista lo segnala come farebbe un critico letterario per un romanzo con incipit Nel mezzo del cammin di nostra vita. Non viene invece adeguatamente spiegato che lo stesso colpo di Mexès rafforza il nuovo vocabolo (con un ulteriore attestazione nobile) e soprattutto che Mexes ha potuto pensare di calciare in quel modo, solo dopo aver “letto” Ibra. E, per quanto il riferimento sia piano, anzi clamoroso, non si tratta di semplice imitazione ma di acquisizione e applicazione di inedite competenze.

La “magia di Zlatan” è ormai un termine di moda e corre il pericolo del tormentone, come è successo con il cucchiaio di Panenka e Totti, il doppio passo di Biavati e Denílson, la rabona di Ricardo Infante e Maradona. E ancora una volta, per solo apparente paradosso, si comprende al meglio il significato della “parola” nell’epigonismo pieno di entusiasmo, purtroppo non sostenuto da adeguati mezzi tecnici e fisici, dei ragazzini ora faccio Ibra che spediscono il pallone sui terrazzi al quarto piano. Per colpa del cattivo maestro che insegna parole pericolose e spinge fragili giovani, divorati dall’angoscia dell’influenza, all’uso di un linguaggio calcistico che non possono (ancora) dominare.

Bibliografia e testi citati

Sandro Modeo, Il Barça, ISBN edizioni, 2011.
Dr. Manhattan (Alessandro Apreda), Holly e Benji, episodio 1: lallalaralalla un cacchio (La prima puntata non si scord… eh?!?).
Zlatan Ibrahimović, Io, Zlatan, Rizzoli 2011 (presentazione e video su Sky.it)
Ernest Robert Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, 1948; edizione italiana, Letteratura europea e Medio Evo latino, La nuova Italia, 1992.
Giorgio Pasquali, “Arte Allusiva” (1942) in Stravaganze quarte e supreme, 1951.
Football’s Greatest – Johan Cruyff.

Jorge Luis Borges, “Kafka y sus precursores”, 1951 in Otras Inquisiciones; trad. italiana “Kafka e i suoi precursori” in Tutte le opere, Volume primo, Mondadori, 1984.

11 commenti su Calcio e intertestualità

  1. El_Pinta

    Gentile dott. Shark le scrivo in riferimento al suo canone calcistico intertestuale di recente pubblicazione per sottoporle una questione.
    Nella sezione iniziale dedicata ai cucchiai lei ha scelto deliberatamente di non inserire il rigore tirato da Zidane (http://www.youtube.com/watch?v=wQ5WCX_kHoE) nella finale Italia-Francia del campionato mondiale 2006?
    Se si, perché?
    Non le pare che quella precisa occorrenza del gesto da lei così finemente analizzato possa determinare un’ulteriore tipologia testuale all’interno del canone, una tipologia che il sottoscritto chiamerebbe “cucchiaio inutile ai fini della gloria?”.
    Sarei curioso di ascoltare la sua opinione al rigurado.
    Cordialmente suo dott. El_Pinta :D

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    1. johngrady

      Mi permetto di aggiungere al dibattito un episodio che ricordo ma di cui non trovo il video di YouTube (e quindi, ça va sans dire, *mai accaduto*).
      Sempre per la serie “cucchiaio inutile ai fini della gloria” ricordo un Simone Inzaghi con la maglia della Lazio che si procura un rigore a risultato acquisito, fa il diavolo a quattro per batterlo lui anche se il rigorista designato è un altro. Tira, cucchiaio, il portiere para. Valanghe di insulti: il portiere quasi lo pesta, Mancini e Mihailovic dalla panchina gli urlano di tutto. Aggiungiamo all’elenco, Flavio?

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      1. Davide Coppo

        Il rigore di Inzaghi era contro la Reggina, nel dicembre 2000, e lo parò quell’indimenticato talento di Taibi, che evidentemente aveva fiutato il tentativo di prodezza visti i capricci di Simone (e d’altronde erano passati solo pochi mesi dal cucchiaio der Capitano).

    2. jumpinshark Autore del post

      Risposta breve: ti tiro una testata:)
      Risposta un pochino più lunga: i cucchiai riusciti sono troppi e i grandi interpreti formano un elenco lunghissimo. Quello di Zidane è particolarmente memorabile, ma sopra ci si concentrava sulle derivazioni italiane:).
      Infine sul tema più generale delle “prodezze inutili ai fini della gloria”, e su quello collegato del “gran gol ingiustamente annullato”, si rischia di brutto l’editorialismo:) Non mi sento ancora pronto:)

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  2. girolamo

    Altro cucchiaio da aggiungere alla serie, ma non ho trovato il video. Vado a memoria, non chiedetemi l’anno, sarà stato all’inizio degli anni Novanta: serata di Coppa Italia, Sampdoria-Torino, Vialli contro boh (forse Marchegiani). Vialli tenta il cucchiaio, il portiere granata ha ben presente quando Vialli e il calcio di rigore vivano su dimensioni parallele che di rado si incontrano, resta fermo al centro e prende la palla tra le braccia. Non ricordo come finì la serie, credo la vinse il Torino.
    Ma la chicca è la domenica successiva, Roma-Torino, rigore per la Roma. Il genio di Voeller è intuire che due cucchiai di fila il portiere avverso proprio non se li aspetta: e Voeller il cucchiaio lo sa tirare (nel ’91 uno alla Lazio). Portiere da una parte, pallone lento al centro: puro genio. Totti doveva ancora arrivare, però secondo me a guardare c’era.

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