Ci sono personaggi, nel mondo del calcio come nella vita, di cui è possibile sentire la mancanza pur senza riuscire a focalizzarne con chiarezza il motivo. Spesso la sensazione, in questi rari casi, è quella di sentirci costretti, nostro malgrado, a ridurre la complessità di un’intera esistenza a poche, ridondanti immagini. Intimamente sappiamo, pur senza saperlo veramente, che tutto non può finire dentro a quell’omologante ricordo collettivo. ‘Dev’esserci molto altro’, ci ripetiamo infastiditi da come l’apparenza delle cose più belle riesca talvolta a offuscarne la profondità che le ha precedute e seguite. Una profondità che intuiamo nella misura di quel vuoto ora percepito.
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Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino
Romanzo ambientato nel 1974, Azzurro Tenebra ha visto la luce nel 1977. Arpino ha avuto bisogno di qualche anno per riannodare i fili degli eventi di quella sciagurata estate tedesca. L’Italia si era presentata spavalda in Germania, dopo il secondo posto al Mondiale del 1970, per tornare mestamente a casa dopo appena tre partite.
Arpino non ha scritto un semplice romanzo sulle disavventure della squadra azzurra, ha intrecciato alle tre partite giocate tutte le storie che in quell’estate tedesca ha vissuto e raccontato come inviato. L’unico modo, forse, per regalare ai lettori un grande romanzo sul calcio era lasciare sullo sfondo quello giocato, lasciare che scandisse il tempo e semplicemente contornasse la narrazione.
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La figura dell’arbitro nella storia italiana di John Foot (seconda parte)
[John Foot è uno storico italianista e insegna Storia Contemporanea al Dipartimento di Italiano dell'University College di Londra. Siamo molto felici di ospitare la seconda parte di questo suo articolo inedito per Fútbologia. Questo il link alla parte 1]
La figura dell’arbitro nella storia italiana di John Foot (prima parte)
[John Foot è uno storico italianista e insegna Storia Contemporanea al Dipartimento di Italiano dell'
di John Foot
Le regole esistono ma non è facile interpretarle
Paul Ginsborg
Le leggi per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano
Giovanni Giolitti
a. Lo Stato italiano e la sua legittimazione
Gli Stati necessitano di livelli significativi di legittimazione, salvo quei casi in cui siano governati mediante l’uso o la minaccia della forza. Come dice J. Habermas, un sistema politico “esige che la fiducia di massa sia il più possibile diffusa”. I cittadini devono nutrire un certo livello di fiducia nelle istituzioni dello Stato per accettarne il diritto a governare, riscuotere le tasse, far rispettare la legge e la legalità, combattere le guerre e garantire la formazione scolastica dei figli. Lo Stato italiano, sin dalla sua nascita, ha avuto una sorta di crisi di legittimazione semi-permanente. Le ‘regole del gioco’ non sono mai state accettate dalla maggioranza degli Italiani, come parte integrante di una gestione ‘razionale’ da parte dello Stato e del sistema politico. Al contrario, tali regole sono state parzialmente sostitute da un altro ‘codice’ non scritto che ha reso possibile istituzionalizzare la raccomandazione, il clientelismo, l’incapacità professionale e modi più informali di scambio e comportamento.
I proiettili di rame che ferirono l’onore
[Riceviamo e pubblichiamo]
di Antonio Spera
1988. Avevamo da qualche anno coniato la più dileggiante e razzista onomatopea della lingua italiana. La prima in assoluto avente come soggetto l’uomo. Belare, frusciare, sciabordio e ticchettio erano storia arcinota. Serviva una onomatopea nuova, come gli anni che stavano mutando. Buona per descrivere qualcuno più che qualcosa.
Così passammo anche quell’estate dell’88 a berci questa bibita fresca fresca fatta di 1/2 bicchiere di paura dello straniero, poche foglie di antropologia culturale da quiz a risposta multipla e 1/4 di no-cosmopolitan made in italy. Ecco a voi vucumprà?.
Un cocktail di grido che animerà le calde estati italiane per più di un ventennio. Senegalesi, camerunensi, gabonesi, nigeriani, capoverdiani, marocchini e tunisini. Genericamente tutti africani. Gli ultimi poi si sarebbero staccati per emanciparsi in maghrebini.
Asfalto storico. Brasile-Italia quattrauno
di Matteo Gatto
Quattrazzero, quando si fa sul serio, l’Italia non perde mai. Magari se ne va malissimo, senza farti sognare per niente, senza passare i gironi, o si scioglie ai rigori, o s’involve davanti a una Corea a piacere. Ma quattrazzero non s’era mai visto. Bisogna ammetterlo: ha fatto molto male.
Infatti, in queste settimane, incapace di rialzare la testa e guardare avanti a un futuro dominato da iberici e sassoni, mi sono voltato indietro e ho affrontato il lutto in modo insolito: osservando il lutto di una generazione precedente. Un’altra batosta, l’Altra Batosta. Città del Messico, 1970, stadio Atzeca, Brasile-Italia quattrauno. Non so ancora bene perché, ma me la sono vista tutta, dagli inni all’invasione di campo. Ha riaperto un mondo e rivalutato una prestazione: avevamo giocato bene. Così mi è parso.
“Qui è quasi mezzogiorno. È una strana mattina grigia e uggiosa che esce da una nottata di pioggia e temporale”. E già dall’introduzione meteoropatica di Nando Martellini che si intuisce l’imminente pesantezza di questa giornata. Continua la lettura
Zambrotta, il bel gesto e il terrore del crollo (calcio e identità nazionale)
[Di Fabio Camilletti, assistant professor al dipartimento di Italian Studies all’università di Warwick.]
Quando Mandžukić, il 14 giugno scorso, segnò il gol del pareggio contro l’Italia (e il paragone sembrò farsi più concreto nel momento in cui, quella sera stessa, la Spagna asfaltò l’Irlanda per 4 a 0), il pensiero di molti si rivolse al 18 giugno di otto anni prima, quando un tacco di Ibrahimović – a cinque minuti allo scadere – aveva fissato il risultato sul pari, di fatto eliminando l’Italia dall’Europeo. A Oporto, nel 2004, l’Italia aveva giocato un buon primo tempo, andando in vantaggio per uno a zero. Col secondo tempo la squadra si era chiusa più o meno in trincea, e al 70’, forse per gestire meglio il risultato, Trapattoni aveva fatto uscire Cassano, l’autore della rete. Questa – a detta della maggior parte dei commentatori – era stata la causa principale della débacle (quella sera, con tono da profeta biblico, Aldo Biscardi commentò che il tecnico doveva aver ‘perso il lume del giusto’, spegnendo ‘la luce in campo’). Quel che più inquietava, tuttavia, era l’idea – chiara, e sottilmente perturbante – che quel gol dovesse arrivare, necessità dettata da qualche tara atavica e ineliminabile.
Inni contro e silenzi: Spagna-Italia nel Casco Viejo di Bilbao
[di Francesco Spé, il nostro inviato in terra basca.]
Mancano pochi istanti all’atteso fischio d’inizio. All’improvviso le immagini dei giocatori della Spagna disposti in fila in mezzo al campo diventano mute. L’istrionico barista, reo dell’accaduto, si avvicina convinto allo stereo dietro il bancone. Matteo prova a trovare una spiegazione: «ci fa ascoltare la partita col commento della radio, vedrai».
L’ipotesi mi convince: i telecronisti di Tele 5 (Gruppo Mediaset) non sono un granché (basura, secondo Carlos Boyero de El Pais), e pure io facevo lo stesso spegnendo Pizzul per ascoltare il Mondiale del 2002 su Radio Rai 2 con i Gialappi (che all’epoca facevano ancora ridere) e boicottando l’impresentabile Marco Civoli a favore di Riccardo Cucchi (Radio Rai 1) durante il Mondiale 2006.
Ma ci bastano pochi secondi per scoprire che le intenzioni del barista sono ben altre. Niente radio, bensì un traccia su cd: Eusko Abendaren Ereserkia, ovvero “l’inno della patria basca”! Continua la lettura
Dal nostro Colloinviato in terra basca
[Dall'inviato ufficiale in terra basca di Fútbologia, Francesco "ve l'avevo detto" Spè.]
¡A la puta calle Xabi! Eres un paquete! Vamos Portugal! urla un buffo e irrequieto ragazzo basco, Voll Damm in mano e porro in bocca, non appena si accorge che il portiere portoghese Rui Patricio ha parato il rigore di Xabier Olano Alonso, nato nella basca Tolosa, cresciuto nella basca Real Sociedad, e da tre anni, dopo un intenso lustro passato a Liverpool, fulcro del centrocampo del castigliano Real Madrid.
Mi trovo a Gernika (si, proprio quella) in una taverna semi-deserta dove campeggiano bandiere dell’Athletic Bilbao in ogni angolo. Il solitamente impeccabile Xabi Alonso, dopo aver steso la Francia con una doppietta, ha appena inaugurato con un errore la serie di tiri dagli 11 metri tra Spagna e Portogallo, dalla quale uscirà la prima finalista dell’Europeo.
Eurovisioni – La sottile linea Roja
Boston. Luglio 1994.
Il sottile rivolo di sangue appare incerto sul cratere lunare di una narice umana, prima di lanciarsi rapido lungo uno strapiombo di cute, e fendere la smorfia in cui si schiude una bocca oscena: “Hijo de puta! Hijo de puta! Hijo de puta!”.
L’immagine si allarga sul volto trasfigurato di un uomo che recita il mantra dell’odio, rivolto a chi l’ha colpito e cerca ora invano di sfuggire allo sguardo ostile della propria coscienza. Il dolore e la rabbia lo riportano con la memoria a pochi minuti prima.
Eurovisioni – Mystic Rivera
Città del Messico. 1970.
Undici metri. Il dischetto del rigore, ricamato a una spanna dal pallone che danza leggero, ti segnala la distanza dall’invisibile diaframma che ti si para davanti, separandoti dalla gloria eterna. Il portiere è costretto nella gabbia del suo incolmabile ritardo, a inutile guardia dell’immensa porta spalancatasi di fronte ai tuoi occhi. Non puoi sbagliare. Peggio: puoi, ma non devi.
All’improvviso scopri quel monito ad abitarti i pensieri, nevrotico e ripugnante insetto che non avrai modo di far uscire dalla prigione trasparente della tua mente. Fino a quando la palla non prenderà ad allontanarsi da te. Allora tutto sarà già accaduto, anche se nessuno saprà ancora esattamente cosa. Continua la lettura
Libro e moschetto, calcio e fischietto
[Riceviamo e pubblichiamo gli appunti che seguono da Gabriele Venditti, direttore della Biblioteca Michele Romano di Isernia.]
«Italia piccola e triste, carica di monumenti in redingote, nella cui capitale il gioco del calcio, italianissimo, dovevano essere i primi a giocarlo, con gran fuga di bambinaie e contravvenzioni di guardie municipali, i seminaristi inglesi, nei prati di Villa Borghese» (O. Vergani, 1928)
Quando Vergani nella prefazione di Vita al Sole di De Marchi ci consegna il bozzetto di una Villa Borghese messa a soqquadro dalle tonache svolazzanti di albionici chierici albini che inseguono la palla come in una fotografia di Giacomelli, ci sta in realtà traviando l’immaginario consegnandoci una fotografia di primo Novecento, giacché alla fine degli anni Venti l’italianissimo, e quindi fascistissimo, gioco del calcio non è più bizzarro passatempo per seminaristi inglesi, quanto passione matura e popolare, che si gioca negli stadi e si legge sui giornali. Continua la lettura
L’Europeo visto da lontano
ariPIGS | (semi)finals
AriPIGS
Vergogna. Ladri. Schifosi. Truffatori. Sempre le solite merde. Insomma, cazzo, basta. Invece di prendercela sempre con le fottute Falkland, iniziamo a cannoneggiare Pantelleria e Marettimo, perdio! Rottinculi!!
Gli inglesi erano furiosi, come i titoli, solo una parte, della stampa britannica, ben riportavano. Avevano ragione da vendere. Era davvero uno scandalo enorme. Tutti avevano visto. Tutti lo sapevano.
Alla morra cinese il cucchiaio era proibito.
Come era stato possibile un simile sfregio? Vergogna.
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L’Europeo visto da lontano
Italia-Inghilterra
[Per l'ultima dei quarti, una nuova cronaca anticipata di Luca aka Wu Ming 3]
Italia-Inghilterra
La grossa novità nel campo inglese era che allo stadio avrebbero portato la Thatcher. Dentro un sarcofago di vetro, stile Lenin, ma più vivace perché lei l’avevano messa in poltrona e ogni tanto tirava pure delle borsettate verso i bodyguard, che però colpivano le pareti della teca. Pare che l’ideona fosse stata di Cameron e Boris Johnson, per dare allegria e stimoli alla squadra. Il saggio Roy aveva gradito un bel po’, e interrogato dai giornalisti italiani con il suo inconfondibile accento, in impermeabile e pipa, aveva commentato: – Una cazzata davvero graziosa. – Continua la lettura
Eurovisioni – In sostituzione di film cecoslovacco (ma con sottotitoli in tedesco)
[Dedicato a tutti coloro che si perderanno Italia vs Inghilterra perchè costretti a vedere un film al cinema. Ricordate: Fútbologia lotta al vostro fianco perchè non si ripetano simili soprusi]
Il ricordo si ricompone lentamente per frammenti sonori. La voce dell’annunciatrice, il saluto del telecronista. La nostra marcetta ammiccante e la loro avvolgente solennità. Il fischio dell’arbitro e l’inizio arrembante, come non avresti mai immaginato di vederne in tutta la tua vita. Se loro erano i leoni, noi quella sera sembravamo tigri. Ricerchi i fotogrammi nella tua memoria, ma non li ritrovi. Bagliori sommersi dal buio di una città fantasma. Pensi alla formazione e la ricomponi a tratti, a fatica. Con l’aiuto di una frequenza disturbata. La più bella partita mai giocata tra Italia e Inghilterra tu proprio non te la ricordi. Eppure dovevi vederla. Ma al suo posto è cominciato quel film. Continua la lettura





