Posizione in campo e altre geometrie esistenziali

[Riceviamo e pubblichiamo. Un racconto che parla di calcio per strada e Cagliari a fine anni '80]

foto Pallone nei cortili

Di Luca Sulis

Nonostante mio padre fosse stato un discreto atleta nel lancio del peso, abile nuotatore e cestista amatoriale cercò, sin da quando ero bambino, di instradarmi al calcio. Anzitutto mi regalò un numero infinito di palloni. Palloni di pregevole fattura che buttavo regolarmente dal balcone dell’appartamento dove ho abitato per circa trent’anni.

Avrò avuto circa due o tre anni e di calciare quella cosa che era grande tre volte la mia testa non ne avevo proprio voglia. La prendevo con le mani chinandomi su me stesso e, lontano dallo sguardo di mio padre e mia madre, la scagliavo ghignando al di là della ringhiera per poi vederla rimbalzare due piani più sotto. Così i miei vicini, bambini più grandi e scaltri, aspettavano ciclicamente la fumata bianca nei giardini sottostanti e ogni qualvolta lanciassi una nuova palla scavalcavano il cancello o il muro divisorio per poi trafugarla. Me lo raccontò uno di loro qualche anno più tardi, quando diventammo amici e a calcio si giocava ogni giorno.

In strada.

Dove ho imparato l’arte del dribbling, l’ebbrezza del tiro, la magia del palleggio, la solidarietà del passaggio, la gioia solipsistica e collettiva del goal. Il tutto racchiuso nella potente sinestesia del gusto di calciare un pallone.

In realtà, al principio non c’è nulla che si avvicini neanche lontanamente al profumo dell’erba o al tintinnio prodotto dagli anelli che fissano la rete al metallo di pali e traverse, non c’è il suono frustato della palla che schizza e gira impazzita nella rete dopo un tiro forte e preciso alle spalle di un portiere qualsiasi. Al principio ci sono invece le bocce costruite con poltiglie di giornali e nastro da pacchi. Le prime partite le ho giocate infatti nella minuscola stanza condivisa con mia sorella quando mio padre si era ormai stufato di regalarmi palloni veri e propri: ragion per cui era necessario immaginarsi un campo di dodici metri quadri scarsi, la voglia di segnare, riuscire a fare più di dieci palleggi con quel coacervo di carta e scotch che osavamo chiamare pallone. La portafinestra insieme a quella d’ingresso della camera: le due reti immaginarie del campo indoor delle stagioni fredde in cui con i miei amichetti del caso mi prodigavo a segnare durante interminabili match dopo la scuola. Intanto i primi vetri rotti sancivano l’utilizzo del pallone di gommapiuma. In pratica la garanzia per i miei genitori che, lasciandoci soli a casa non avremmo potuto rompere nulla o sfregiarci la faccia per sempre.

In seguito ho provato a giocare a calcio con qualsiasi cosa: pigne, palline da tennis, palline magiche (quelle con il rimbalzo incontrollabile), piccoli cuscini, nel migliore dei casi con Supertele e Tango.

Di quegli anni il ricordo più nitido è quello delle partite giocate sull’asfalto. Davanti a casa mia. Nel Quartiere La Vega, forse il più piccolo di Cagliari.

Il quartiere dove sono nato e cresciuto. Incastonato tra Villanova e i quartieri popolari di Is Mirrionis e San Michele. In una via conchiusa, delimitata da due file di palazzi lontana dal traffico. Il luogo ideale dove non essere disturbati troppo dai continui via vai di automobili e dove ben presto confluirono ragazzi e bambini di estrazione sociale assolutamente trasversale.

foto Il cortile

Erano stagioni molnariane con continue risse fra bande improvvisate per futili motivi, i primi baci , i primi schiaffi e le testate date e prese. Ginocchia sporche e gomiti sbucciati: si giocava sull’asfalto senza posa in mezzo a cumuli di siringhe e cocci di vetro, merda di cane e gatti spelacchiati in preda alla scabbia .

Oggi se mi affaccio dalla finestra della mia vecchia abitazione non è più così: si cresce protetti in casa di fronte allo schermo piatto di un televisore o di un pc, anestetizzati dalle consolle e di bambini in strada che fanno chiasso mentre rincorrono un pallone non ce ne sono più.

Noi non sapevamo nulla di quello che ci circondava, il mondo girava velocemente e la fine degli anni di piombo dava inizio all’unica decade, come l’ha definita qualcuno, durata vent’anni. La temperie culturale, se così la si può chiamare, degli anni Ottanta incombeva sulle nostre teste vuote. Con i suoi colori fluo, l’edonismo dilagante, il consumismo e la sottocultura dei paninari con la musica plastificata e insulsa che trovava nella house anfetaminica la sua punta di diamante. Poi c’erano i punkrockers e i rockabilly che se le davano con i nazi tra piazza Repubblica e la via Dante (colonna sonora ideale: White Riot dei Clash); gli autonomi invece, quelli del Movimento che avevano preso le manganellate dagli sbirri e dai portuali durante le occupazioni e le manifestazioni si rifugiavano nei paradisi artificiali per dimenticare (colonna sonora ideale: Needle and the damage done di Neil Young).

1986: l’eroina si diffonde capillarmente in tutta la città e inizia a mietere vittime, le televisioni trasmettono decine e decine di cartoni animati giapponesi pomeridiani, in ogni bar con una moneta da duecento lire si può giocare con un coin-op , il Cagliari che retrocede in serie C dopo lo scandalo del calcio scommesse.

Noi, futuri e sfegatati tifosi cagliaritani, non sapevamo ancora nulla dei vari Pulga, Bernardini, Maritozzi e Festa. Lo scudetto del ’70 era solo un insieme di narrazioni che riecheggiavano nei discorsi dei nostri padri. La mitopoiesi calcistica di Riva e dei giocatori di quella gloriosa squadra orchestrata dal filosofo Scopigno era una religione i cui dogmi ci erano ancora sconosciuti. Ci emozionavamo piuttosto per Maradona, Cerezo e Passarella mentre Silvio Berlusconi diventava il nuovo presidente del Milan iniziava il suo profondo brainwash sulla testolina di molti italiani a suon di push-up delle starlette del drive-in. La vera arma di distrazione di massa, si sa, erano tette e culi. Poi come gran cerimoniere c’era quel bellimbusto di Smaila con il suo Colpo Grosso. Praticamente una versione di Buscaglione soft porno.

Noi a malapena stavamo imparando a calciare il pallone, ad occupare il territorio, a battere anarchicamente lo spazio. La scoperta del calcio giocato fu orgasmica quanto quella della pornografia e della gioia onanistica successiva alla scoperta stessa.

Qualcuno frequentava già una scuola calcio, altri (come me) avrebbero voluto giocare in una società ma praticavano il nuoto o l’atletica leggera come sport formativo. Il vero apprendistato calcistico, in realtà, molti di noi lo fecero in strada facendo rimbombare cancelli e consumando tratti di muro, le architetture semplici, dov’era sempre possibile immaginare pali e traverse invisibili.

La capacità di controllare la sfera in condizioni precarie, il dribbling con palleggio aereo in velocità o da fermi (quello che oggi anche in Italia chiamano sombrero), lo stop a seguire, le triangolazioni, calciare d’esterno o d’interno ad effetto lo imparammo in quello che consideravamo il nostro campo da gioco: una strada asfaltata larga circa cinque metri e lunga cinquecento.

foto La strada

A circa metà della via, posti in una simmetria che a noi evidentemente parve seducente, c’erano (e in realtà ci sono ancora) un cassonetto dei rifiuti. Diametralmente opposta, una porzione di muro del cortile di un palazzo delle stesse e identiche dimensioni della parte frontale del cassonetto. Non so chi e come avesse intravisto la possibilità concreta di farle diventare due porte da calcio per le nostre interminabili partite pomeridiane ma, a posteriori, so per certo che quei cinque metri che le separavano diventarono la lunghezza del terreno di gioco. La lunghezza della via, di conseguenza, ne costituiva la larghezza priva di limiti. Nessun fallo laterale dunque.

In buona sostanza, dovevi metterla dentro in una porta larga un metro e trenta e alta uno e cinquanta spesso con un uomo che poteva parare anche se solo con i piedi, potendo ricevere dei cross anche da sessanta metri.

E’ in questo modo che ho appreso a dribblare lungo il fondo, portando palla con la suola del piede destro per poi rientrare e calciare verso la porta con un collo interno sinistro. Sull’asfalto poi potevi trovare di tutto: pietre, escrementi e cocci di vetro, siringhe usate e rifiuti : altri ostacoli da evitare oltre alle gambe degli avversari. Del resto la merda secca e le spade piene di sangue rappreso non potevi mica spostarle con le mani. Facevano parte integrante del campo e restavano lì ad aspettare uno spazzino o un temporale come si deve.

I nostri fondamentali venivano affinati giorno dopo giorno attraverso due giochi: quadrati e calcio tedesco. Quadrati era una sorta di calcio-tennis multiplo a cui potevano partecipare svariati giocatori. All’interno dei palazzi la colata di cemento che andava a formare parte dei cortili con i parcheggi interni risultava suddivisa da precise strisce di bitume in una serie di grandi quadrati contigui. Ogni giocatore che occupava un quadrato aveva l’obiettivo di calciare il pallone che gli arrivava in un altro quadrato avversario. Era consentito far rimbalzare il pallone una sola volta nella propria area o addirittura stopparlo al volo, palleggiarci senza farlo cadere a terra per poi spedirlo verso un altro quadrato. In questo modo imparavi a controllare la palla anche con le ginocchia e le cosce, allenandoti sulla precisione, sullo scatto e sull’equilibrio in spazio davvero esiguo. Il calcio tedesco, forse uno dei giochi universalmente praticati sulle strade e nei cortili di tutto il mondo, consisteva nel segnare in una porta, al volo, dopo aver scambiato una serie di passaggi con gli altri giocatori senza che toccasse il suolo. Se tiravi fuori bersaglio, o il portiere parava, entravi in porta. L’obiettivo era eliminare chi faceva il portiere dopo dieci goal subiti. Era un ottimo modo per imparare ad utilizzare esterno e collo pieno del piede, in diagonale o centralmente, calciando forte e pennellando in maniera precisa; potevi sforbiciare o rovesciare al volo imparando a cadere senza farti male sull’asfalto. In poche parole: potenza, raffinatezza e coraggio.

Cortile - la porta

Quando, dopo i dieci anni, ho iniziato a frequentare una scuola calcio devo dire che ero già formato tecnicamente e sotto il profilo atletico. Mi mancava solo una cosa, peraltro fondamentale nel calcio, la cosiddetta “posizione in campo”. Nei novanta metri che dividono le porte in un campo regolamentare ci sono delle norme precise. La geometria irregolare della via in cui avevo imparato a giocare a calcio mi aveva consentito di sviluppare capacità di destrezza, velocità, precisione ma nel rettangolo di gioco erano qualità che potevano servire tanto quanto. Per questo mio padre, più tardi, dagli spalti degli innumerevoli campi scalcinati dove ho giocato, avrebbe gioito in silenzio per ogni mio dribbling e scatto, per qualche goal segnato direttamente dal corner o con una bordata da venticinque metri e, al contrario, si sarebbe sbracciato urlando che dovevo mantenere la fottuta posizione. Col senno di poi era come se tentassi di scomporre il ritmo del metronomo mentre apprendevo gli accordi di chitarra più difficili. Del resto i miei modelli più tardi sarebbero stati Moriero ed O’Neill. Gente a cui la disciplina mica piaceva tanto. In altre parole m’infiammavo per Hendrix e la sua (piro)tecnica mica per le suite soffuse alla Pat Metheny.

Da poco ho ripensato all’asserzione di Albert Camus secondo la quale tutto ciò che ha imparato nella vita lo ha imparato in un campo di calcio. Verissimo, non posso che dargli ragione. Metaforicamente sta tutto lì, in quei novanta metri.

Nel contempo mia madre diceva sempre che la conoscenza e la costanza, l’ambizione e l’orgoglio erano i quattro elementi fondamentali per “farsi una posizione”. Prendere posizione, schierarsi per, essere contro, vent’anni dopo mi sarebbero parsi come concetti fondamentali per muovermi in quel campo di gioco ben più aspro che si chiama vita.

1990. Un pomeriggio di Febbraio. Quel giorno eravamo in dieci e spostarsi in un campo di calcetto vero per una volta ci parve come un’avventura. Al centro universitario sportivo (C.U.S.), sotto la casa dello studente (un palazzo a undici piani), c’era un campo di calcio a cinque in terra battuta dove, sfuggendo ai controlli del guardiano, era possibile giocare indisturbati. Porte vere e linee tracciate con il gesso. Una goduria. Nell’estate del Novanta in quel polo sportivo avremo visto gli allenamenti dell’Olanda di Rijkaard, Van Basten e Gullitin in preparazione per le partite disputate al Sant’Elia durante le “notti magiche” del mondiale italiano.

Dall’alto della Casa dello studente, quel giorno, provenivano chiacchiere, urla e un velocissimo pezzo rap funk. Le rime di quella canzone, un rap che poi avrebbe spopolato nei centri sociali di tutta Italia, invitava tutti a battere il proprio tempo e fottere il potere. Avevamo poco più di dodici anni e non potevamo sapere che nelle università infiammava la protesta studentesca e la Pantera aveva tirato fuori i suoi artigli. Non sapevamo quale fosse il potere da fottere ma sapevamo battere il tempo a ritmo di calcio dalla mattina alla sera a suon di palleggi.

Della partita giocata quel pomeriggio ricordo ancora le fasi concitate di gioco, le scivolate e qualche discussione inutile per un paio di falli non concessi. Poiché quando si giocava in strada o al campetto non c’era mica un arbitro e si decideva di comune accordo o comunque prevaleva la legge del più forte e del più spaccone. Non me la fai battere la punizione? Dici che non è fallo? Bene: io non batto la punizione ma ti prendo a schiaffi. Un modo terribile di mantenere gli equilibri del gioco.

Polvere e pallone

Uno dei miei migliori amici quel pomeriggio finì in porta. La squadra in cui ero giocavo perdeva 10 a 9 e il sole stava calando lentamente. Eravamo in una fase d’attacco e il mio amico portiere fremeva. Ci urlava di stare avanti e di metterla dentro, ché avremmo pareggiato per poi vincere con due goal di scarto.

Ricordo benissimo che un rimpallo favorì la squadra avversaria per un contropiede. Il giocatore più avanzato portava palla velocissimo. Era solo contro il mio amico portiere, pronto ad affrontarlo con le braccia larghe a coprire lo specchio in un accenno di uscita.

Il ragazzo accennò una finta di corpo e tirò un forte rasoterra. Il mio amico con un tuffo sulla sua destra parò e, raggomitolandosi, fece sua la sfera. Poi, anziché rilanciare, scrutò il campo e iniziò un’azione solista dalla propria area di porta.

Urlava quel mio amico. Urlava come un ossesso. La palla incollata al piede.

E se nei primi secondi di quella pantomima non riuscivamo a capire cosa stesse gridando riconoscemmo, un attimo dopo, la cronaca della sua azione personale; eh sì, commentava proprio se stesso. – Ecco Higuita, ecco che esce dalla porta e porta palla! –

Nel piano cartesiano delle mie emozioni aspettavo che quel pazzo, sulla linea delle ascisse, mi passasse il pallone lungo la fascia; ma non rinunciò al suo intento e dribblò i primi due avversari sulla nostra tre quarti. E continuava ad urlare. – Ne dribbla uno, amici sportivi! E poi ancora due!

All’improvviso un sibilo s’insinuò acuto sulla linea delle ordinate delle mie percezioni fendendo l’aria all’imbrunire di quel giorno. Alzai lo sguardo e sgranai gli occhi incredulo di fronte a quella cosa che era arrivava dal cielo.

– Higuita il loco continua la sua azione, incredibile gentili ascoltatori, ne dribbla tre… e poi quattro… si prepara al tiro fuori dall’area e…

Il botto fu improvviso e sordo. Così forte e definitivo da rendere muta anche l’esultanza del goal appena segnato.

Se scavo e mi addentro nel ricordo vedo me e i miei amici, sbalorditi e immobili nell’osservare quell’enorme oggetto caduto di fronte alla porta da cui era uscito alla disperata il nostro amico, che ora cercava di abbracciarci saltellando quasi in lacrime.

Ecco cos’era successo: qualcuno aveva lanciato un frigorifero dall’ultimo piano della Casa dello studente. Una scena surreale e agghiacciante allo stesso tempo. Come se fosse caduta una bomba senza esplodere a contatto con il suolo.

Chiunque fra di noi avrebbe potuto morire così, sotto quell’ammasso pesante. Specie il mio amico portiere. E mentre eravamo basiti di fronte all’elettrodomestico piovuto dal cielo il piccolo Higuita non si era accorto di nulla e io, mai come in quel momento, pensai alla “posizione in campo” e in che misura fosse giusto nel calcio e nella vita, talvolta, peccare d’egoismo e trasgredire le regole.

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Luca Sulis (Cagliari, 1977), libraio e collaboratore della rivista letteraria Pulp Libri, si è occupato a più riprese di noir e Mediterraneo. Le sue fissazioni: il Cagliari Calcio, l’hip hop marsigliese e le graphic novel. È laureato in Lingue e Letterature straniere con una tesi in Antropologia Culturale incentrata sulle rappresentazioni identitarie contenute nella Trilogie noire de Marseille di Jean-Claude Izzo.

Nel 2012 ha esordito nell’antologia di racconti intitolata Le Prince Noir (omaggio ad André Héléna), edita da Aìsara.

5 commenti su Posizione in campo e altre geometrie esistenziali

  1. Tomaso

    La strada: l’unica, impareggiabile, maestra di vita è qui, nelle pagine di Luca Sulis, la Strada suprema, la Via, in cui chi si perde veramente veramente si ritrova. Sulis non è cognome qualunque, a Cagliari è stato l’ultimo vero capopopolo un Sulis che credo abbia dettato la sua voce così appassionata al giovane Luca prima ancora delle gesta di Gigiriva. E già, perchè l’epica nasce tra le meravigliose rughe della strada, dove l’ultima parola è il meraviglioso sacrificio dell’amico, l’amico che torna sui suoi passi una volta per sempre per il goal silenzioso, il rigore morale battuto a se stessi, nel faccia a faccia del proprio cuore.

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