Quelle brave canaglie del cortile accanto

[Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Zanata, giornalista e scrittore sardo, un racconto tra periferia e mitografia cagliaritana. Per scelta editoriale i termini in sardo (casteddaio) sono lasciati volutamente senza traduzione. Se ne avete bisogno, chiedetecele al bot su Twitter o qui sotto nei commenti. Se poi vorranno essere i lettori sardi a fornire le traduzioni, ancora meglio]

di Gianni Zanata

Ho vissuto la mia infanzia in un cortile: era un trapezio d’asfalto grigio e corroso, delimitato da palazzi alti, case popolari, tante finestre e pochi balconi. Segni caratteristici: buche a volontà, polvere, sterpaglie, tre alberi spogli, e spazzatura all’occorrenza. Era un campo di calcio, era un teatro di disfide. Un po’ giungla urbana e un po’ terra di mezzo.

Per me e i miei amici – rappresentanti di un modello di gioventù tutt’altro che impeccabile – per noi piccole, brave canaglie, era semplicemente Il Cortile: la nostra patria.

foto di Gigi Riva che gioca a pallone con alcuni bambini nel quartiere Marina

Gigi Riva gioca a pallone con alcuni bambini nel quartiere Marina

C’era Flavio, detto Arrùbiu, spilungone dalla capigliatura riccia e biondastra. Era dotato di un colpo di testa straordinario e faceva buon uso delle sue qualità acrobatiche, sia per insaccare palloni nella porta avversaria sia per buttar giù gli avversari scorbutici. Una volta lo vidi fare simultaneamente entrambe le cose. E come al solito ci scappò la rissa.

C’era Danilo, detto Trèmulo, gambe da centometrista e due polmoni che forse erano quattro. “Ma lo sai che lo voleva l’Inter?”, m’ha detto una volta un amico. A questa storia non c’ho mai creduto. Ma che Danilo fosse il nostro Burgnich, ecco, su questo c’erano davvero pochi dubbi. E gli somigliava pure, aveva proprio la faccia da Burgnich, Danilo.

C’era Alberto, detto Barduffola, naso importante e sguardo languido, il bello della cricca, un po’ sopravvalutato, sia come latin lover sia come portiere. Una domenica d’autunno lo vidi giocare nientemeno che allo stadio Sant’Elia, una partita tra club di terza categoria, un paio d’ore prima di un deprimente Cagliari-Sambenedettese, in serie B. Nel primo tempo parò persino un rigore. Sapeva che mi trovavo tra il pubblico, quattro gatti in curva sud, e a un certo punto si voltò per salutarmi. Distrazione fatale: partì un tiro da centrocampo e la palla si infilò alle sue spalle, morbida come una nuvola di zucchero filato. Lì finì la sua carriera da numero uno.

E poi c’ero io, Giacomo, Menduledda.

A ogni modo, in principio fummo noi quattro. Tutti gli altri vennero dopo: Babbasoni, Macchiori, Zugh’e Pudda, Conch’e Taccula, Orighedda e Facc’e Cocciula.

Di ragazze, ovviamente, mancu su fragu. Nemmeno sapevamo com’erano fatte, le ragazze.

– Giggirriva! Giggirriva! Giggirriva!

Urlava a squarciagola, il piccoletto. Canottiera, pantaloncini bianchi, calzettoni laschi alle caviglie, pallone sotto braccio.

Era un moccioso di sette anni, con le ginocchia ricoperte di croste. Moccioso di un bel moccio catarroso, verde pistacchio. S’era convinto che il dottor Gianluca Piras, l’inquilino del terzo piano, il ragioniere, fosse Gigi Riva.

Iniziava a urlare, ogni qual volta lo vedeva affacciarsi alla finestra.

– Giggirriva! Giggirriva! Scendi a giocare con me?

Glielo avevamo raccontato noi, al piccoletto moccioso, che il ragionier Piras era Gigi Riva. Glielo avevamo raccontato così, tanto per scherzare.

– Oh, guarda che non lo devi dire a nessuno, capito?

Lui ci aveva guardato così, con occhi da pesce bollito, la candela verde quasi sul labbro.

– Oh, guarda che è un segreto, capito? Non lo deve sapere nessuno.

Sguardo sognante, candela spalmabile, lui aveva fatto sì con la testa, mischinu.

– Lo sai cosa ti facciamo, se riveli il segreto?

Occhi impauriti. Accenno di broncio.

– Ti stacchiamo la barrallicca! A morsi!

Non avremmo mai staccato niente a nessuno, figuriamoci a uno di noi. Perché il moccioso, gira e rigira, era uno di noi, uno del Cortile.

– Dai, ora vai in porta ché ti insegniamo a parare.

Tiravamo certe bordate che è un miracolo che il piccolo moccioso sia sopravvissuto, che non si sia fratturato una mano, una gamba o non so che cos’altro. Scemo era già scemo, per cui pure se l’avessimo colpito in testa, male non gli avremmo fatto sicuramente.

– Ajò, tuffati!

E lui si tuffava.

Ma la ghi ses scarsu! Mì che Giggirriva non ci gioca con gli scarsi come te!
E giù stamborrate che avrebbero piegato un albero.

 

Un bel giorno arrivò un ragazzino di fuori.

Aveva gli occhiali con la montatura d’osso, le lenti spesse come fondi di bottiglia di birra Ichnusa, e veniva da Genneruxi, da un quartiere distante svariate galassie dal nostro. Disse di chiamarsi Giuseppe e di avere dodici anni.

Giuseppe era cugino in secondo grado di Flavio, e i suoi genitori erano professori di scuola media, mica gentiscedda. Ecco perché abitavano a Genneruxi, dove c’erano belle ville, case grandi e moderne, e persino – si diceva – una discoteca.

Giuseppe arrivò un pomeriggio in cortile insieme a Flavio. Fremeva dalla voglia di raccontarci una cosa.

– Ajò, racconta!

Lui ci disse che un suo amico, fratello di un altro tizio che insieme a un gruppo di sfigati bazzicava i campetti della chiesa di San Giuliano, gli aveva detto che noi eravamo delle mezze seghe, che non sapevamo giocare a calcio. Ma lui, Giuseppe, non ci credeva. E glielo aveva detto. Ma quello, il fratello del tizio, aveva aggiunto che non solo eravamo degli incapaci ma anche dei bugiardi cagasotto, e che non avremmo mai accettato di andare a sfidarli sul loro campo.

Noi a Giuseppe, dopo che lui finì di raccontarci questa cosa, non lo picchiammo e non ci azzardammo a torcergli nemmeno un capello, ma soltanto perché era un mezzo parente di Flavio. Altrimenti le cose sarebbero andate diversamente. L’avremmo smermato e preso a puntar’e peis a culu da piazza Garibaldi sino a via Atene, passando per Piazza San Benedetto e viale Marconi.
A ogni modo, bisognava far qualcosa.

Così decidemmo di sfidare il Genneruxi: gara secca, due tempi da trenta minuti, senza supplementari o rigori.

Consegnammo l’ambasciata al piccolo occhialuto.

– Diglielo. Sabato prossimo alle quindici. As cumprendiu?

Giuseppe fece sì con la testa.

– E ora vieni che ti facciamo vedere quanto siamo scarsi – lo apostrofò ironicamente Alberto.
Ingaggiammo una partita furibonda, sotto il sole di metà maggio, sei contro sei, portieri volanti e un San Siro nuovo di zecca.

Durante la pausa, io e Danilo ci avvicinammo alle cabine dei contatori dell’acqua, in un angolo del cortile. In genere era lì che tutti noi pisciavamo.

Faccia al muro, ci abbassammo i pantaloni, attenti a non schizzarci l’un l’altro. Sentii una presenza alle nostre spalle. Mi voltai, era Giuseppe. Si accostò pure lui, si tirò giù i calzoncini.

– Ehi – disse – perché ce l’avete più grosso del mio?

Gettammo un’occhiata. Aveva proprio un pistolino.

– Ma tu quante volte te lo sfreghi al giorno? – gli domandò Danilo.

Sfregare?!

– Eja.

– Perché? Lo devo sfregare? – disse lui.

Oh scimpru! Se non lo sfreghi mica ti cresce, non lo sai?

– Ma davvero?

– Lo devi sfregare molto, ma molto. Finché non si allunga tutto e non spruzza, capito? – gli disse Danilo.

– Finché non spruzza? Che cosa?

– Tu sfrega, e cittirì.

– Siete sicuri?

– Eja. Ma lo devi fare molte volte al giorno.

– E voi quante volte lo sfregate, al giorno?

– Io anche sette, otto volte – disse Danilo – ma se te lo fai sfregare da una ragazza è molto meglio, capito?

– E spruzza sempre? – chiese lui.

– Tranquillo che spruzza. Vai, provaci adesso!

– Adesso?!

– Eja, cos’hai, paura? Gua’ che lo diciamo agli altri, che hai paura di sfregartelo.

Giuseppe ci guardò spaventato.

– No, no! Lo faccio, lo faccio – disse lui.

Ci tirammo su i pantaloni e tornammo a giocare. Giuseppe rimase lì, culo nudo e pistolino in mano, davanti a quell’angolo di muro impregnato di urina.

– Sfrega, sfrega! – gli urlammo mentre ci allontanavamo. – Sfrega! Ancora più forte!
Eravamo proprio degli stronzi di prima classe. Lo sapevamo. E un po’ ne eravamo anche orgogliosi.

Ci occorrevano delle magliette, per la sfida contro quegli sbruffoni. Non potevamo andar lì e presentarci raffazzonati. Mica eravamo grezzumine di Sant’Avendrace, pogarirari. Quei fighetti c’avrebbero riso dietro per tutta la vita.

Servivano soldi, e noi non ne avevamo.

L’unico espediente per racimolare un discreto gruzzolo era quello di mettersi a ripulire il cortile, tirar via l’immondizia, insaccarla alla bell’e meglio, e passare poi casa per casa, famiglia per famiglia, a implorare un’offerta che ricompensasse il nostro duro lavoro. Ché di aliga, in cortile, ce n’era veramente tanta. Da riempire un paio di camion.

Così prendemmo scope, ramazze, secchi e rastrelli, e in una sola giornata facemmo del nostro meglio.

La mattina dopo andammo a batter cassa. Dal condominio sud, popolato per lo più da famiglie di operai e manovali, non potevamo aspettarci chissà che cosa. E, infatti, tirammo su non più di cinquemila lire. Dalla raccolta nel condominio nord, il più ricco e il più snob, ricavammo seimilacinquecento lire. A est, una miseria: duemilatrecento lire.

Lì ci abitava signora Nennedda. Che non ci fece nemmeno entrare in casa, non ci offrì nemmeno un bicchiere d’acqua, una menta, o una gassosa. La sua mano rugosa sbucò da uno spiraglio della porta. Le dita tremolanti stringevano una moneta da venti lire.

– E non spendetele tutte in una volta! – disse.

Venti lire.

Ma itta fiara, una pigara po culu?

La sera stessa ci riunimmo in un sottoscala e stabilimmo le modalità e i tempi della rappresaglia.

Ci serviva un topo. E grazie al cielo in cortile non erano di certo i ratti a mancare. Il transito di merdone rappresentava da sempre una delle principali attrazioni del quartiere.
Ci serviva un bel topo. E non faticammo a trovarne uno che facesse al caso nostro: taglia media, pelo rossiccio.

Lo catturammo a colpi di bastone. E prima di renderlo inoffensivo ci divertimmo un po’. Lo stordimmo, gli infilammo un paio di fialette di benzina nel culo, e poi gli demmo fuoco. La merdona iniziò a piroettare come una trottola, un filo di fumo denso gli avvolgeva la coda.

La bestiola resistette una mezzoretta. Quando Danilo afferrò una pietra per darle il colpo di grazia, il suo cuoricino già s’era spento. Prendemmo il topo, lo nascondemmo dentro una scatola di cartone e aspettammo le ombre della sera, seduti su un’aiuola di cemento a raccontare barzellette sporche.

Entrammo in azione prima di cena. Signora Nennedda abitava al terzo piano. Salimmo le scale al buio, senza fare rumore. Una volta nel pianerottolo, ci accovacciammo, restammo in ascolto per almeno un minuto. Poi indossammo dei berretti di lana, calandoceli a mo’ di passamontagna.

Suonammo il campanello.

Un istante dopo si sentì la voce della vecchia.

– Chi è?

– Amici – disse Flavio.

Si udì il rumore della catena di sicurezza che scivolava sul legno della porta. Un filo di luce squarciò l’oscurità, e vedemmo sbucare la sagoma della vecchia. Nello stesso istante, Danilo estrasse il topo dalla scatola, lo prese per la coda e lo scagliò tra i suoi piedi.

Tiè! Miserabile! Su cunn’e mamma rua! 

Mentre fuggivamo giù per le scale, facemmo in tempo a sentire un urlo prolungato, un altro urlo ancora, più acuto del precedente, e un rumore sordo, come il tonfo di una persona che cade esanime sul pavimento.

Il giorno dopo arrivò persino la polizia.

Signora Nennedda aveva perso i sensi per quasi un’ora. Poi era rinvenuta e s’era messa a piangere e a lamentarsi, richiamando l’attenzione dei vicini. Era stato necessario chiamare un medico.

– Loro! Sono stati loro! Delinquenti! – aveva detto lei ai poliziotti.

Quelli, gli sbirri, avevano ascoltato, stilato il verbale e poi se n’erano andati. Figurarsi fare indagini.

A ogni modo, l’atto vendicativo aveva rafforzato il nostro spirito guerriero in vista della partita contro il Genneruxi.

Comprammo sette magliette, bianche, immacolate, con il collo a V e le maniche lunghe. Comprammo anche due grossi pennarelli rossi e blu. Scrivemmo i numeri sulle maglie e disegnammo lo stemma, uno scudetto con una grande “C”, la “C” di Cortile.

Arrivammo a Genneruxi un’ora prima della partita. Ci presentammo in dieci, otto titolari e due riserve. Nessun tifoso al seguito, nemmeno il piccoletto dal moccolo verde.

I nostri avversari indossavano un completo elegante: maglia a righe bianconere e pantaloncini bianchi. Erano in dieci pure loro. E il capitano si chiamava Dario, unu lolloni leggiu.

Tra il pubblico, oltre a Giuseppe e ai suoi grandi occhiali da miope, c’erano anche quattro ragazze, le pivelle più bone che avessimo mai visto. Ma non eravamo tipi da distrarci noi.

Flavio mise a segno il primo gol dopo appena tre minuti. Un istante dopo, Babbasoni prese palla, attraversò la metà campo, dribblò due difensori, entrò in area e raddoppiò di piatto destro. Fui io a siglare il terzo gol: sbagliai il cross, e la palla s’insaccò sul primo palo.

Dilagammo sino alla fine del primo tempo: sette a due.

Sembrava fatta. Invece all’inizio della ripresa subimmo la rimonta. E sull’otto a cinque per noi, l’arbitro assegnò un rigore a loro favore. Il rigore non c’era, su questo non ci piove, oggi come ieri. A ogni modo, volarono parole grosse. E non solo parole.

Alla fine il rigore fu battuto. Loro segnarono, si esaltarono e attaccarono in massa. Ma il destino quel giorno era dalla nostra parte. Negli ultimi sei minuti mettemmo al sicuro il risultato con due contropiedi da manuale.

Finì dieci a sei per noi.

Già pregustavamo il momento della passerella in cortile, tra orde di piciocheddus adoranti, pronti a emulare le nostre gesta, e mamme orgogliose dei propri figli, calciatori rudi come pirati.

Non trovammo niente di tutto ciò, al ritorno.

Ciò che balzò ai nostri occhi, invece, fu l’assembramento inusuale di adulti e bambini al centro del cortile. Parlavano ad alta voce, in modo disordinato, sembravano molto eccitati. Ma non certo per le nostre imprese oltre confine.

C’eravamo per caso persi qualcosa?

La risposta ce la fornì il piccolo moccioso dalla candela verde. Ci venne incontro di corsa, sorridente, più lurido e catarroso che mai, con un pallone in mano, un pallone vero. Un pallone di cuoio, bianco, con tanti pentagoni neri.

– Giggirriva! Giggirriva! – urlò mostrandocelo.

Guardammo allibiti. Sul pallone c’era una scritta, una firma, un autografo chiaro e distinguibile: Luigi Riva.

Scoprimmo così che il numero undici più forte della storia del calcio, il più forte di tutti i tempi, quel pomeriggio, passando casualmente dalle parti del cortile, s’era fermato, incuriosito da chissà cosa, e s’era trattenuto qualche minuto a parlottare con i più piccoli, a scherzare con loro, a tirar calci a un pallone di cuoio, sbucato all’improvviso chissà come e chissà da dove.

Giggirriva s’era messo poi a firmare autografi, a posare per alcune foto ricordo, prima di scomparire, misteriosamente, così com’era apparso.

Giggiriva. Nel nostro cortile. E noi a Genneruxi. Pitticca sa sfiga. 

Ecco, da quel momento, nessuno di noi pensò più che il destino, quel giorno, avesse scelto di stare davvero dalla nostra parte.

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Gianni Zanata è giornalista, scrittore e blogger. Ha un blog ed è presente su Twitter.
Nel 2011 ha pubblicato il romanzo “Non sto tanto male” (Quarup).

[La foto che accompagna il pezzo è di Francesco Pisano e l'abbiamo trovata sulla pagina Facebook "Is amigus de sa Marina"]

3 commenti su Quelle brave canaglie del cortile accanto

  1. Pingback: Fútbologia | Gianni Zanata

  2. Mirko

    Anche senza traduzione, si capisce tutto. Anzi, a volte non si capisce niente, ma non si può rinunciare al suono di alcune parole. Meglio così.
    E poi il Cortile mi ha un po’ ricordato la Barrytown di Paddy Clarke ah ah ah!, in cui delle brave canaglie crescono e imparano che la vita può essere amara. Anche quando si vince una partita di pallone.

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