La figura dell’arbitro nella storia italiana di John Foot (prima parte)

[John Foot è uno storico italianista e insegna Storia Contemporanea al Dipartimento di Italiano dell'University College di Londra. Siamo molto felici di ospitare un suo contributo originale per Fútbologia, che pubblichiamo in due parti]

di John Foot

Particolare di litografia di Lorenzo D’Andrea

Le regole esistono ma non è facile interpretarle
Paul Ginsborg

Le leggi per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano
Giovanni Giolitti

a. Lo Stato italiano e la sua legittimazione

Gli Stati necessitano di livelli significativi di legittimazione, salvo quei casi in cui siano governati mediante l’uso o la minaccia della forza. Come dice J. Habermas, un sistema politico “esige che la fiducia di massa sia il più possibile diffusa”. I cittadini devono nutrire un certo livello di fiducia nelle istituzioni dello Stato per accettarne il diritto a governare, riscuotere le tasse, far rispettare la legge e la legalità, combattere le guerre e garantire la formazione scolastica dei figli. Lo Stato italiano, sin dalla sua nascita, ha avuto una sorta di crisi di legittimazione semi-permanente. Le ‘regole del gioco’ non sono mai state accettate dalla maggioranza degli Italiani, come parte integrante di una gestione ‘razionale’ da parte dello Stato e del sistema politico. Al contrario, tali regole sono state parzialmente sostitute da un altro ‘codice’ non scritto che ha reso possibile istituzionalizzare la raccomandazione, il clientelismo, l’incapacità professionale e modi più informali di scambio e comportamento.

In Italia, uno dei prerequisiti principali del ‘normale’ funzionamento dello Stato –l’indipendenza (sia reale che mentale) dei sistemi amministrativo e legale dal controllo politico– non ha mai avuto luogo. La ‘fiducia di massa’ non è mai stata raggiunta, ciò è alquanto semplice da dimostrare. Se è pur vero che la crisi di legittimazione raggiunge il suo apice quando i cittadini si rifiutano di votare, pagare le tasse, combattere ‘in nome del proprio paese’, oppure di obbedire alle leggi fondamentali, o, ancora, quando lo Stato deve ricorrere alla violenza per regolamentare i ‘normali’ conflitti economici e sociali, è altrettanto vero che questo stato di crisi può essere percepito anche nella quotidianità degli eventi che regolano il rapporto tra i cittadini e lo Stato sia a livello locale che nazionale, e nella fattispecie nel tipico atteggiamento degli italiani nei confronti dello Stato. La crisi di legittimazione si è aggravata in momenti decisivi, quando il livello di consenso nei confronti delle istituzioni si è abbassato notevolmente e la protesta dei cittadini si è resa particolarmente violenta e diffusa. La crisi perciò è sempre stata presente, e in effetti non si è mai giunti in prossimità di una reale soluzione, mentre la sua intensità ha subito alti e bassi col trascorrere del tempo, portando il rapporto cittadino-stato ad una crisi di legittimazione di massa, talvolta molto vicina al collasso totale.

Le ramificazioni di questo stato di crisi semipermanente sono state avvertite in ogni angolo della penisola italiana. L’illegalità di massa è sempre stato un dato tangibile della vita italiana, dall’evasione fiscale alla costruzione edilizia abusiva, dalla corruzione politica a quella civile. Ciò non significa mettere lo Stato dalla parte del ‘bene’ e i cittadini corrotti in quella opposta secondo una linea immaginaria che li divida nettamente. Sovente infatti, sono state proprio le azioni illecite dello Stato, e quelle dei suoi rappresentanti, ad approfondire la crisi di legittimazione nel tempo. La mancanza di legittimazione si è inoltre riscontrata all’interno della macchina statale e governativa e, talvolta, forze insite allo Stato stesso hanno lavorato in modo sotterraneo per produrre effetti di delegittimazione. Oltre a ciò, lo Stato è stato spesso biasimato per tutta una serie di problemi che hanno afflitto la società italiana, dalla povertà alla totale incapacità di affrontare opportunamente i disastri del paese.

 

b. L’arbitro. Potere privo di autorità?

Che rapporto intercorre, nell’ambito della storia italiana, tra l’analisi da noi svolta ed il ruolo dell’arbitro di calcio? Gli arbitri interpretano un insieme di regole, in un contesto in cui ognuno ha una propria opinione riguardo ai singoli momenti di ogni partita. Questi hanno il compito di prendere decisioni immediate, in un modo o nell’altro, basandosi esclusivamente su ciò che vedono. Come se ciò non fosse già abbastanza difficile, molti dei 22 giocatori in campo (così come i loro manager e tifosi) cercano spesso di ingannare l’arbitro o, più semplicemente, tentano di nascondere la realtà dello sguardo probatorio dello stesso arbitro. I giocatori si mettono in fuorigioco, chiedono la rimessa laterale anche quando sono stati loro stessi a tirare la palla fuori campo, si lasciano cadere simulando dolori lancinanti, colpiscono la palla con le mani. Inoltre, si lamentano continuamente e per qualsiasi cosa. Le partite di calcio, allo stesso modo delle rivolte all’interno delle carceri, sono “fondamentalmente avvenimenti contestati”. Raggiungere un accordo non solo è difficile, è semplicemente impossibile. Tutto ciò risulta essere molto più complesso in Italia, per ragioni di natura storica e politica ben precise. Come ha scritto Paul Ginsborg, “l’autorità dell’arbitro diviene necessariamente incerta, e in Italia la sua posizione è resa ancora più difficile dal clima quasi universale di scetticismo, se non di derisione, che accompagna ogni sua decisione”.

A proposito del rapporto tra i tifosi italiani e la figura dell’arbitro, Ginsborg continua: “Non è difficile individuare in questo contesto una serie di sentimenti –diffidenza, disprezzo, cinismo o addirittura odio– che caratterizzano anche il rapporto tra gli italiani e lo Stato”. In Italia, c’è la forte convinzione che lo Stato, i suoi codici e le sue regole, siano entità flessibili, offuscate dalla corruzione e perciò atte ad essere disprezzate e messe in discussione. Come già visto in precedenza, questa convinzione ha una solida base storica e viene estesa anche ad altre figure che esprimono autorità quale l’arbitro di calcio. Infatti, per il tifoso italiano l’arbitro è sempre corrotto, a meno che non si dimostri il contrario. Ciò che resta da scoprire è come l’arbitro sia o sia stato corrotto, in favore di chi e perché. È proprio questo concetto che domina la maggior parte dei dibattiti calcistici italiani e, in generale, nel mondo del calcio italiano, le teorie riguardo ai presunti ‘complotti’ abbondano. A quale squadra sarà concesso vincere il prossimo anno, la prossima settimana, domani e perché?
[…]

[Fine prima parte. Continua e si conclude con c. Legalità, dittatura e sudditanza]

 

Puoi seguire John Foot su Twitter o leggere il suo blog su Internazionale.

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