“Identità e appartenenza” Call for Paper per la rivista Lancillotto e Nausica

Ok, lo confesso. Troppa pressione, troppa tensione, ormai non vivo più. Il senso di colpa mi lacera. Meglio uscire allo scoperto. Ma sottovoce, piano piano: “non sono sempre stato un appassionato di pallone”.

Anzi, a dirla tutta per gran parte della mia vita del calcio non me ne è fregato un cazzo. Ventidue trogloditi che corrono dietro a un pallone strapagati per farlo. E la ggente non arriva a fine mese! Vergogna! Ladri! Buffoni! Peppe Crillo!!!

Ok ok, sto divagando, lo so. Cercavo solo di sottrarmi all’occhio implacabile del tribunale futbologico che ora di certo mi espellerà con disonore sottoponendomi all’ingloriosa prova televisiva. Se mi va bene un DASPO, se mi va male…la ghigliottina.

Però…

Però forse un’ultima, disperata difesa me la potrebbe concedere, questo spietato tribunale. Una storia per la mia discolpa mi sembra uno scambio equo. Che ne dici, amico lettore? Mi sostieni, tifi per me? Si? La vuoi sentire allora questa storia? E io te la racconto.

La mia storia comincia in un tempo lontano, che ormai sfuma in quella terra incerta tra il ricordo e la leggenda. Tempo di università, di appartamenti in nero ammobiliati quel tanto che basta per riposare le proprie membra dopo l’ennesima sbronza, dopo l’ennesima canna. Ecco, a quel tempo giunse in casa, come acheropita neve d’agosto, una Playstation. Furono dapprima i tempi di Tony Hawk Skateboarding e poi quelli assai più lunghi di Pro Evolution Soccer 3, 4, 5 e via discorrendo.

Vale la pena ora di aprire una parentesi su cosa potesse significare l’apparizione di una Playstation a quel punto della mia giovane vita. Fin da bambino io ero un nerd, i polpastrelli consumati sui tasti del NES 8 bit o nei cabinati di fumose sale giochi. Poi arrivarono le scuole superiori e la pressione sociale. Smisi i panni del nerd e indossai quelli del punk. Non che fosse particolarmente fico essere punk, ma almeno con cresta, borchie e un paio di chiletti di catene varie addosso nessuno poteva più darmi dello sfigato. Se non a rischio della sua incolumità.

Adeguarsi alla pressione sociale, poter finalmente appartenere a un gruppo di persone (una classe, una squadra, ecc.) senza sentirsi anormale o asociale comportava dei sacrifici. Così addio videogiochi – sono una espressione triviale della lobotomizzazione capitalistica. Io apro le porte della perfezione con dell’ottimo fumo spuzzone dal vago sapore di plastica. Toh, fatti un tiro di pillola rossa, schiavo - addio ai GDR – roba da sfigati psicopatici che poi massacrano i compagni di scuola a colpi di machete - e addio a tante altre cose.

Solo che poi successe qualcosa. Qualcuno pensa si tratti di radiazioni post 11 settembre, qualcun’altro incolpa le scie chimiche o il progetto Monarch. Fatto sta che le cose cambiarono e i videogiochi tornarono ad essere un passatempo socialmente accettabile (almeno dal maschio bianco di età compresa tra i 20 e i 30 anni, con le donne non c’è stato verso fino all’uscita della Wii).

Era il mio momento cazzo! A Tekken ero un drago, conoscevo ogni segreto di Super Mario e a Call of Duty ero implacabile come un Terminator. Peccato si giocasse solo a quel cazzo di gioco di calcio. E a me il calcio faceva proprio cagare, mica ci riuscivo, io, a capire le logiche bizzarre secondo cui quegli omini pixelati si muovevamo su un campo da gioco altrettanto pixelato. E perdevo. E rosicavo. Più perdevo, più rosicavo. Perché io sono competitivo e se so che posso essere più bravo di te e non lo dimostro, rosico. Sono fatto così.

Come uscire da questa impasse? Conoscevo un unico modo: studiare, studiare, studiare. Fu così che cominciai a guardare partite e highlights, a discettare di tattica e strategia, ad applicare quello che apprendevo alla simulazione digitale di una partita di calcio. E cominciai a vincere. Piano Piano, sottovoce, poi con sempre più arroganza e protervia.

Ma in questo percorso scoprii un mondo. Un mondo sfaccettato e multiforme in cui stavano insieme il gioco più bello del mondo e la terrace culture, racconti e leggende, politica e società. In una parola scoprii la cultura del calcio, il calcio come fenomeno umano.

Ma come insegna la vita, per tutto s’ha da pagare un prezzo. Il calcio è partigiano, unisce e divide allo stesso tempo. Esige di plasmare la tua identità, ti chiede di prendere posizione. E io scelsi, divenni tifoso e ne pagai le conseguenze.

“Ma insomma! Dove vuoi andare a parare?” si domanda lo spazientito lettore “ci ammanisci una bella dose di cazzi tuoi per un motivo o vuoi solo ritardare la tua ineluttabile sorte?”

E pure tu hai ragione, mio caro lettore, a lamentarti. Ma se sei giunto fin qui avrai notato due paroline messe quasi a caso nel testo ed evidenziate in grassetto.

Identità e appartenere che se lo trasformi in sostantivo diventa appartenenza.

Identità e Appartenenza sono due vocaboli che rappresentano bene il sentimento che sviluppiamo per il calcio e verso il calcio. Ma è anche il titolo del Call for Paper per il numero 1/2012 della rivista di storia e critica dello sport Lancillotto e Nausica, curata dagli amici Paolo Demuru, Eva Ogliotti e Andrea Salvarezza.

Per mandare le vostre proposte c’è tempo fino al 30 di settembre e qui potete leggere il Call in tutti i dettagli. Tutto questo scritto non è altro che una scusa per presentarvelo.

A questo punto non mi resta che invocare clemenza e salutarvi,
au revoir!

[Informazioni e materiali della Call for Paper sono disponibili sul sito della rivista]

2 commenti su “Identità e appartenenza” Call for Paper per la rivista Lancillotto e Nausica

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>