I proiettili di rame che ferirono l’onore

[Riceviamo e pubblichiamo]

di Antonio Spera

1988. Avevamo da qualche anno coniato la più dileggiante e razzista onomatopea della lingua italiana. La prima in assoluto avente come soggetto l’uomo. Belare, frusciare, sciabordio e ticchettio erano storia arcinota. Serviva una onomatopea nuova, come gli anni che stavano mutando. Buona per descrivere qualcuno più che qualcosa.
Così passammo anche quell’estate dell’88 a berci questa bibita fresca fresca fatta di 1/2 bicchiere di paura dello straniero, poche foglie di antropologia culturale da quiz a risposta multipla e 1/4 di no-cosmopolitan made in italy. Ecco a voi vucumprà?.
Un cocktail di grido che animerà le calde estati italiane per più di un ventennio. Senegalesi, camerunensi, gabonesi, nigeriani, capoverdiani, marocchini e tunisini. Genericamente tutti africani. Gli ultimi poi si sarebbero staccati per emanciparsi in maghrebini.

foto da Zambia-Italia Seul 1988

Ashols Melu e Stefano Tacconi

Avevamo da poco perso il pass per la finale del campionato europeo di calcio. Schiantati dall’URSS in semifinale. Perdemmo contro una nazionale, un modello, un’ideologia, un blocco che di lì a poco si sarebbe sgretolato segnando il più grande cambiamento geopolitico dopo la seconda guerra mondiale.

L’estate volgeva al termine, non prima di consegnarci l’ultimo scampolo di grande sport dell’anno. Le Olimpiadi di Seul, le seconde d’Asia. Si disputavano a Settembre mentre in Italia si tornava a scuola e il campionato di calcio passava da 16 a 18 squadre. Le milanesi dal blocco contrapposto alemanno-olandese, e la Juventus che guardava ai nuovi mercati dell’Est.

Alle Olimpiadi il calcio italiano era rappresentato dalla cosiddetta Nazionale Olimpica. Oggi corrisponderebbe alla Nazionale Under 23 meticciata con ex Under 21 e qualche giocatore fuori quota. All’epoca dei fatti, invece, venivano spedite le primissime seconde scelte, mai presenti nemmeno a un mondiale. Età media 28,1 anni: i primi tasselli per una costruzione gerontocratica del calcio italiano.

L’assegnazione dell’oro olimpico del calcio avveniva in maniera semplice semplice: 4 gironi all’italiana, quarti, semifinali e finali. Noi ce la dovevamo vedere con un terzetto di parvenu del calcio mondiale: Guatemala, Iraq e Zambia. I primi appena usciti da golpe pilotati e anni di dittatura militare. I secondi non erano ancora quei sagaci e maturi pionieri delle armi di distruzione di massa. Si dilettavano ancora con il solito dittatoruncolo locale, amico di tutti e di nessuno tutto petrolio e zero diritti. E i terzi? Boh. Chi sono?

– Lo Zambia e dov’è?
– È in Africa.
– Sono tutti uguali. Zulù come quel bidone di Zigulì dell’Ascoli.
– Si chiamava Zahoui ed è della Costa d’Avorio.
– Vabbè corrono e basta quelli.

Sì, ma quanto corrono. Quelli.
Ebbri di gioia per un facile 5-2 contro il Guatemala ci ritroviamo a sfidare questi vucumprà in calzoncini verdi e maglietta arancione.

19 Settembre, Ore 17:00, Gwangju Stadium. Arbitra un inglese anonimo buono per una birra a Southampton riguardando i goal di Matthew Le Tissier.

«Italia Starting Lineup» – titolava la televisione con grafica da Commodore 64.

1) Tacconi, S 2) Cravero, R 3) Carnevale 4) De Agosti 5) Ferrara, C 6) Tassotti, 7) Colombo, A 13) Virdis, P 15) Galia, R 16) Iachini G 18) Mauro, M

Sfido io i guru del Fantacalcio a tirar su una formazione del genere.

Pronti e via, ma come corrono questi neri. Per gli italiani, gli zambiani erano una generica formazione fatta da tanti Mario Rossi, solo che nella fattispecie si chiamavano Mwanza. Ce n’erano ben tre. Più una variante lusofona, tale Mwansa. Eppoi c’erano questi due, Johnson e Kalusha Bwalya. Leve lunghe, passaggi decisi, affondi come gazzelle Thompson sulle fasce. Kalusha ci bucava, ci prendeva a pallonate, ci allungava, ci faceva correre. Addirittura ci dribblava. In un contrasto a centrocampo con Pietro Paolo Virdis, il tamburino sardo sembrava un anziano a difesa della sua terra che nulla può contro la globalizzazione.

Due passaggi in verticale: Musonda-Kalusha-Goal. E Tacconi che aveva toccato senza bloccare il diagonale di quel nero potente ed agile. Sarà scoppiata in quel momento, in lui, l’infatuazione per i partiti politici a difesa dello stato italiano dall’invasore straniero?

Makinka-Musonda-Kalusha. Punizione. Di prima ad aggirare la barriera. Goal. Tutta Italia che guarda a destra e Bwalya li beffa da sinistra. 2-0. Ma come è possibile? Tacconi sbraitava. Massimo Mauro faceva autocritica anziché inveire contro lo straniero. Sarà scoppiata in quel momento, in lui, l’infatuazione per i partiti politici a difesa degli stranieri?

Luca Pellegrini, da poco entrato, presta la schiena per la gloria dell’altro Bwalya di giornata, Johnson. Palla che si impenna e beffa Tacconi. Vucumprà 3 – Italia 0. Pizzul ce lo raccontava con uno strano riso isterico.

Al quarto goal il povero Pizzul nemmeno aveva raccontato più l’azione. L’enfasi giornalistica era andata a farsi benedire. Forse era certo che la palla sarebbe rotolata in rete. E così fu. Le ricordo benissimo quelle manine di quel leone d’Africa di Kalusha Bwalya al suo terzo goal e 4-0 per lo Zambia. Zigzagando con le braccia e il sorriso incredulo.

Che bella disfatta. A scuola, facevo la quinta elementare, ricordo i miei compagni di classe che si facevano portatori insani dei rispettivi commenti casalinghi. Tutti da manifesto della razza. Con marcati accenti baresi ripetevano i commenti di babbo, zio, cugino, amico di famiglia: l’onta subita da un gruppo di Vucumprà ai danni della grande Italia dello sport. Io ghignavo, nutrivo simpatia, a differenza loro, per quelle schegge impazzite, con quelle leve sempre più veloci delle nostre. Affusolate e scattanti. Le trovavo più affascinanti di quella imbolsita nazionale olimpica.

24 anni dopo avrei passato un pezzo della mia vita in Zambia, a Lusaka. Ricordando, più e più volte con gli Zambiani, quel favoloso 4-0. Quel Kalusha Bwalya, che ebbi la fortuna di conoscere, nel frattempo era passato da prolifico bomber, affermatotosi in Europa nel Benelux, a discutibile e chiacchierato padre-padrone del calcio zambiano, con collane ed anelli giallo oro e le solite cravatte regimental stile aquilone.

«Chimpolopolo, Chimpolopolo» – mi continuavano a ripetere nelle baracche che frequentavo, al ricordo di quella storica giornata del 1988. Chimpolopolo, proiettili di rame nella lingua locale, il njanga. I proiettili che ferirono l’onore italiano.

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Di Antonio Spera sempre su questo blog: Contratto a progetto (il traghettatore).

19 commenti su I proiettili di rame che ferirono l’onore

  1. Tommaso

    Va be, si poteva fare meglio della vendetta calcistica degli oppressi contro i cattivi italiani razzisti. Comunque, c’è un errore di battitura: si scrive “parvenu”.

    Rispondi
    1. El_Pinta

      La tua è una lettura superficiale. Il post parla di come quella sconfitta abbia messo in luce quel razzismo strisciante di cui oggi, in Italia, vediamo i segni ogni giorno. Nessuna vendetta

      Rispondi
    2. Antonio

      SI può sempre fare meglio Tommaso. Su questo hai perfettamente ragione.
      Come evitare i buu ad Omolade. Chiamare Zahoui più commercialmente Zigulì. Appendere un fantoccio nero dalla balaustra di uno stadio. Possiamo fare molto meglio di così.

      Rispondi
      1. Tommaso

        Mah: leve scattanti da una parte ed una nazionale imbolsita, ricca ed arrogante, rappresentante di una società razzista, trovo tutto molto facile, buon selvaggio contro corrotto cittadino, schema arcinoto e che, almeno a me, non stimola molta riflessione. Il “favoloso” con il quale viene aggettivato il risultato poi, se non è vendetta dei poveri ma buoni, non so cosa sia. E poi, davvero, “gazzelle”?
        Comunque, è scritto bene e si legge con piacere. Non capisco cosa c’entrino i fan razzisti dell’Hellas con le mie critiche in ogni caso.

    3. Antonio

      Caro Tommaso

      non è la squadra olimpica italiana ad essere razzista ma il brodo di (in)cultura nel quale si iniziava a muoversi. Non credo di aver detto che fossero loro i razzisti. Sull’imbolsita ti invito a vedere le carte di identità dei principali giocatori in campo.
      Molti passaggi sono volutamente enfatizzati. Il mito del buon selvaggio non credo appartenga alla tradizione italiana. O almeno l’accostamento alla parola “buon”.
      Dovresti rileggere i commenti di ben 6 anni prima in occasione di Camerun – Italia 1-1 del mondial ’82.
      Dovresti farti un giro in Zambia, le gazzelle thompson ci sono davvero. Non è solo un luogo comune.
      Favoloso deriva dalla parola favola. Tu gli dai una errata valutazione di merito. La favola di una nazionale fino ad allora sconosciuta. Quindi nemmeno del Camerun di Milla si poteva dire favoloso?
      Che l’Italia non sia centrata da anni su una concezione razzista dell’altro, ho davvero difficoltà a crederlo.
      Per stimolare la tua riflessione si può anche dire i peggiori dittatori africani, i più sanguinari, erano neri e non bianchi colonizzatori. Ma credo si leghi poco alla partita.
      Uno dei crinali più scivolosi dell’antropologia culturale è il ribaltamento ma anche la minimizzazione è un problema.
      PS. la parola vendetta, come scrivi nel primo commento, non compare nemmeno una volta.
      Grazie per il “si legge bene”.

      Un saluto

      Michael Ferrier

      Rispondi
      1. Tommaso

        Si, ma io capisco quale sia l’obbiettivo dell’articolo: stigmatizzare il razzismo tramite un racconto calcistico. Non penso però che la diffidenza nei confronti dell’altro, che è alla base del razzismo, si combatta caratterizzando questo altro come specchio buono della nostra natura degenerata. E’ facile e, secondo me, anche dannoso. Tutto qui.

      2. Tommaso

        Fa bene John Grady a fare lo sbirro. Forse si può fare di meglio con questi commenti. RIformulo quella che era la mia domanda. Capisco benissimo cosa sia minimizzare il problema, e accetto che nella mia posizione ci sia questo rischio. Quello che sinceramente non mi è del tutto chiaro è il “ribaltamento”. Sarebbe l’esaltazione dell’altro che rimprovero all’articolo? La domanda è questa, perchè non sono sicuro di aver capito cosa sarebbe, altrimenti, questo ribaltamento.

    4. Antonio

      “…Uno dei crinali più scivolosi dell’antropologia culturale è il ribaltamento ma anche la minimizzazione è un problema”…non lo scrivevo a caso.

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      1. johngrady

        Ok ragazzi. Non sono sbirro e manco pompiere, però ho l’impressione che ci si stia un po’ incartando nei commenti.
        La posizione di @Tommaso mi sembra ben chiara e altrettanto quella di @Antonio.
        Perché non convogliamo le energie verso qualcosa di costruttivo?
        Abbiamo diversi post interessanti e molti meritano un commento ragionato, se si entra in modalità chat diventa tutto molto palloso (e non in senso futbologico).

  2. fabriziogabrielli

    Quest’anno, poi, è successo che i Proiettili di rame abbiano vinto la Coppa d’Africa. In Gabon. A poche centinaia di chilometri da dove, 5 anni dopo averci umiliati in Corea del Sud, quasi tutti quei misconosciuti (otto degli unidici scesi in campo contro l’Italia) avevano perso la vita.
    Per noi, a quell’Olimpiade, fu una sconfitta “tragica”.
    Anche se son ben altre, le tragedie.
    (ne avevo scritto, ormai due anni fa, tipo, qua: http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/06/11/in-balia-di-una-sorte-bizzarra-e-cattiva/)

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    1. xho

      È vero, va ricordato che 8/11 di quella nazionale morirono su un volo Gabon Air il 28 aprile 1993.
      Ma questo lo ha già raccontato meglio di me Fabrizio Gabrielli nel post succitato.

      Rispondi
    2. Antonio

      Caro Tommaso,
      Io colgo il tuo punto di vista e ne faccio motivo di riflessione. Cogliere il punto di vista altrui non sapevo si chiamasse”caciara”. La democrazia inizia da due, diceva qualcuno piu famoso di me, e mi sembra l’unico vero punto di verità. Post compreso

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      1. Tommaso

        Ho risposto sopra. Bene aver chiarito, ma mi resta un dubbio, e cioè cosa sarebbe il ribaltamento di cui parli?

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