Zambrotta, il bel gesto e il terrore del crollo (calcio e identità nazionale)

[Di Fabio Camilletti, assistant professor al dipartimento di Italian Studies all’università di Warwick.]

Quando Mandžukić, il 14 giugno scorso, segnò il gol del pareggio contro l’Italia (e il paragone sembrò farsi più concreto nel momento in cui, quella sera stessa, la Spagna asfaltò l’Irlanda per 4 a 0), il pensiero di molti si rivolse al 18 giugno di otto anni prima, quando un tacco di Ibrahimović – a cinque minuti allo scadere – aveva fissato il risultato sul pari, di fatto eliminando l’Italia dall’Europeo. A Oporto, nel 2004, l’Italia aveva giocato un buon primo tempo, andando in vantaggio per uno a zero. Col secondo tempo la squadra si era chiusa più o meno in trincea, e al 70’, forse per gestire meglio il risultato, Trapattoni aveva fatto uscire Cassano, l’autore della rete. Questa – a detta della maggior parte dei commentatori – era stata la causa principale della débacle (quella sera, con tono da profeta biblico, Aldo Biscardi commentò che il tecnico doveva aver ‘perso il lume del giusto’, spegnendo ‘la luce in campo’). Quel che più inquietava, tuttavia, era l’idea – chiara, e sottilmente perturbante – che quel gol dovesse arrivare, necessità dettata da qualche tara atavica e ineliminabile.

Nella sua fatalità, il gol di Ibrahimović ripeteva le disfatte di Italia-Argentina del 1990 (Caniggia al 68’), Francia-Italia del 2000 (Wiltord allo scadere, Trezeguet ai supplementari), Corea del Sud-Italia del 2002 (SeolKi-Hyeon all’88’, golden gol di Ahn). L’incapacità di gestire il vantaggio, la punizione che ineluttabilmente seguiva – quasi sempre allo scadere – l’arroccamento difensivo, il contraccolpo psicologico e lo sbando, sembravano dettati da una sorta di maledizione originaria, un cortocircuito vizioso in cui il terrore per la rete avversaria ne propiziava inconsciamente il realizzarsi: come se la paura della sconfitta non nascondesse, in fondo, che una paura della vittoria.

A fine partita, un giornalista RAI intervistò Gianluca Zambrotta. Ancora sudato, col pizzetto da bravo manzoniano o da carabiniere delle fiction, Zambrotta si lasciò uscire una dichiarazione che diceva molto di più del suo significato letterale. È vero, disse, hanno pareggiato; ma – cito a memoria – ‘per tutto il primo tempo gli abbiamo fatto vedere come sa giocare l’Italia’. La frase presentava una sua grottesca e involontaria ironia, essendo – di fatto – il calco, inconscio ma letterale, delle ultime parole di Fabrizio Quattrocchi, ucciso in Iraq appena due mesi prima. Davanti al microfono, Zambrotta ricorreva a uno schema narrativo di larga fortuna,nel quale l’italianità diveniva qualcosa da sbattere in extremis in faccia allo ‘straniero’: il ‘Tiremminnanz!’di Amatore Sciesa condotto al patibolo, il piccolo patriota padovano di Cuore che lancia le monete agli spocchiosi forestieri, fino a Gassman che strilla ‘Faccia di merda!’ all’ufficiale austriaco, e a Manfredi che esulta per il gol di Capello in mezzo agli svizzeri.

Senza saperlo, Zambrotta stava così rimettendo in scena l’ideale (dannunziano, ma non solo) del bel gesto. La sua risposta ne conteneva tutte le caratteristiche. L’inutilità: il bel gesto non prevede finalità pratiche, percepite come utilitarismo bieco di bottegai, e – anzi – acquista gran parte del suo fascino nell’essere compiuto a dispetto del fine, o addirittura quando ogni prospettiva di un fine è svanita. L’autoreferenzialità: benché esplicitamente inteso come azione dimostrativa diretta all’altro – il nemico o l’avversario che dovrebbero rimanerne stupiti o gabbati – esso è in realtà un messaggio obliquo teso a cementare il fronte interno, stimolando un’adesione emotiva e a-razionale (la beffa di Buccari e il volo su Vienna servirono soprattutto a risollevare il morale delle truppe dopo la disfatta di Caporetto). Infine – e principalmente – l’ideale del bel gesto nasce da uno scarto che all’etica come fondamento dell’azione sostituisce l’estetica. In altre parole, il gesto viene compiuto perché è bello, ed è la bellezza a fornirgli la propria ragione d’essere: non ha senso interrogarsi sul quadro generale, sul perché (ad esempio) si sia scelto di entrare in guerra, o perché l’unica strategia consentita sia inserire un difensore immediatamente dopo aver segnato l’1 a 0. L’aver fatto vedere, per dirla con Zambrotta, come sa giocare l’Italia (quando vuole), giustifica e riscatta il fallimento generale: l’autocompiacimento liberatorio tronca sul nascere qualsiasi critica, e lo status quo può, sostanzialmente, rimanere immutato.

Per questo, il bel gesto è quintessenzialmente fascista: il privilegiare l’emozione alla ragione e l’estetica rispetto all’etica, il culto dell’azione per l’azione, la sostanziale difesa dell’ordine, fanno tutte parte di quelle che Umberto Eco definiva le caratteristiche dell’‘Ur-fascismo’, la presenza di una sola delle quali basterebbe ad addensare una ‘nebulosa fascista’. C’è però un aspetto ulteriore, che è quello che più mi preme sottolineare. Nella sua esibita ostentazione, nella sconfitta e a dispetto della sconfitta, il bel gesto ha infatti una componente apertamente narcisistica. E il narcisismo, la psicoanalisi insegna, è sempre uno schermo protettivo con cui ci si tutela da una perdita attesa e temuta (la duttilità della lingua italiana è in questo senso evocativa, dato che il ‘perdere’ può riferirsi alla sconfitta, militare o calcistica, ma anche alla perdita in senso psicoanalitico). Così, il narcisismo infantile è divenuto il concetto-chiave con cui il sociologo tedesco Klaus Theweleit, in un saggio del 1977, ha potuto interpretare la psicologia del fascista: riassumendo, in maniera necessariamente grossolana, le argomentazioni di Theweleit in Fantasie virili, il fascista è fondamentalmente un bambino frustrato,che il terrore della perdita blocca sulla difensiva, e che si costruisce un’identità monolitica da cui ogni elemento estraneo viene allontanato come una minaccia. Di fronte al terrore della perdita,il soggetto mette in scena una serie di azioni e comportamenti che favoriscono la perdita invece di scongiurarla o differirla; questo processo, in psicoanalisi, è quello che si definisce una coazione a ripetere, la ripetizione – cioè – di una situazione sempre identica che il soggetto non percepisce come attuata da se stesso, ma come una fatalità imposta dall’esterno. Una volta sperimentata la sconfitta, che egli stesso ha inconsciamente propiziato, il soggetto si trincera quindi dietro un ribellismo revanscista e privo di utilità fattuale, in cui trova il proprio, narcisistico appagamento.

È interessante notare come, nella risposta di Zambrotta, l’accento fosse posto sul far vedere: lo straniero deve vedere, deve accorgersi che gli italiani non sono vigliacchi, catenacciari, ladri. Questa ossessione per il giudizio altrui attraversa l’intera cultura italiana post-risorgimentale, e fin dalle origini: il racconto mensile del Piccolo patriota padovano, in Cuore, ha come scopo, nemmeno troppo malcelato, di insinuare nei ragazzini una sorta di rancore preventivo verso gli ‘stranieri’, sull’idea che questi non capiscano gli italiani, e che in generale li disprezzino – idea che si riflette, ancor oggi, nello sguardo circospetto di molti turisti appena mettono piede fuori dalla penisola. Eppure Cuore esce nel 1886: il processo risorgimentale era concluso da sedici anni, l’Italia aveva sostanzialmente vinto tutte le guerre a cui aveva partecipato e – almeno in linea teorica – era una giovane potenza europea che poteva guardare, e legittimamente, al futuro. E invece, dall’aneddotica risorgimentale al primo libro esplicitamente concepito per essere letto ‘in tutte le scuole del Regno’, si sceglieva di fondare l’identità italiana su un risentimento piccino e provinciale, sull’idea che gli stranieri non ci capiscono, che gli stranieri disprezzano l’Italia, ma che gliela faremo vedere noi. Ed è precisamente questo il punto: perché quest’ansia di far vedere come sa giocare l’Italia (invece di giocare, possibilmente bene, e basta)? E a chi? Perché quest’insistenza affinché ‘lo straniero’ capisca? E che cosa dovrebbe capire, esattamente?

La mia idea è che ci sia, nelle origini dell’identità nazionale italiana, come un qualcosa di mutilo: un nodo problematico e irrisolto, una crisi di identità che marchia, fin dall’inizio, l’idea di italianità, di cui Giulio Bollati– nei saggi poi raccolti ne L’Italiano – rintracciava le origini fin dentro il compromesso raggiunto dalle classi dirigenti del Lombardo-Veneto all’indomani delle guerre napoleoniche, e che si può riassumere nell’auto-illusione di essere una potenza nazionale moderna senza accettarne le inevitabili conseguenze. Il progetto di Italia che le élite post-napoleoniche hanno in mente – e che si riverbera per tutto il Risorgimento, lasciando tracce persistenti per tutto il Novecento – è un’immensa tensione fra istanze modernizzatrici e desiderio di preservare una presunta peculiarità ‘italiana’, un costante oscillare tra europeizzazione e strapaese in cui non si opera mai una scelta definitiva, e si gioca a fare la potenza europea sperando di evitarne le implicazioni più spiacevoli. Essere come la Francia e l’Inghilterra, e tuttavia preservarsi dall’industrializzazione; modernizzarsi culturalmente, ma senza rinnegare il classicismo (l’intero problema del Romanticismo italiano è inconcepibile senza questa considerazione a monte); avventurarsi in imprese coloniali, e tuttavia non accettare le inevitabili sconfitte. È proprio nelle vicissitudini coloniali in Africa orientale che la schizofrenia di fondo dell’identità italiana appare in maniera più evidente e senza filtri. Cuore esce l’anno prima di Dogali; la battaglia di Adua – 1896 – svelerà le contraddizioni intrinseche dell’approccio italiano al colonialismo, e alla politica internazionale in genere. Alla sconfitta seguì il ripiegamento, l’abbandono – per oltre quarant’anni – di ogni velleità coloniale. Assieme a un montante senso di rancore, di ambizione frustrata, come se la disfatta avesse messo in luce un’inadeguatezza rispetto alle altre potenze europee che tutti, inconsciamente, avvertivano, ma che si era creduto di poter dissimulare;e che solo uno scatto infantilmente ribellistico (e che il fascismo seppe incarnare alla perfezione, facendo della presa di Adua uno dei cardini del proprio programma) avrebbe potuto aspirare a sanare, facendo vedere, ancora, di cosa è capace l’Italia. A pensarci bene, e scivolando dalla storia culturale a quella calcistica, è la stessa incapacità di reagire dopo il gol avversario del 1990, del 2000, del 2004. La stessa, stupita incredulità di chi partecipa alle guerre credendole incruente missioni ‘civilizzatrici’ o ‘di pace’, e poi cade dalle nuvole davanti a Dogali, ad Adua, a Nassiriya. Fare la guerra, giocare a calcio, ma senza subire perdite o gol – e, se succede, è la catastrofe.

Come lo psicotico, scriveva in poche, densissime righe Roland Barthes, l’amante vive nel terrore del crollo, della perdita. E allora, a volte, forse, bisognerebbe semplicemente spiegargli che quella perdita è già avvenuta, ‘sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento’ – dice Barthes – ‘in cui sono stato stregato’. Che la perdita, in altre parole, fa parte dell’amore, come la sconfitta del calcio, ma entrambe – la perdita, la sconfitta – hanno già avuto luogo, da qualche altra parte, nello spazio dell’origine. È solo accettando questo che si può cominciare a giocare, ma giocare davvero: e non per far vedere qualcosa a qualcuno, ma – più candidamente – for the sake of the game.

Testi citati
- Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, traduzione di Renzo Guidieri, Torino, Einaudi, 1979.
- Giulio Bollati, L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Torino, Einaudi, 2011.
- Umberto Eco, ‘Il fascismo eterno’, in Id., Cinque scritti morali, Milano, Bompiani, 1997, pp. 25-48.
- Gilles Pécout, ‘Le livreCœur: éducation, culture et nationdans l’Italie liberale’, in Edmondo De Amicis, Le livreCœur, traduzione di Piero Caracciolo, MarielleMacé, Lucie Marignac e Gilles Pécout, Parigi, Éditions Rue d’Ulm, 2005, pp. 357-483.
- Domenico Quirico, Adua. La battaglia che cambiò la storia d’Italia, Milano, Mondadori, 2004.
- Maurizio Serra, L’esteta armato: il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta, Bologna, Il Mulino, 1990.
- Klaus Theweleit, Fantasie virili. La paura dell’eros nell’immaginario fascista, traduzione di Giuseppe Cospito, Milano, Il Saggiatore, 1997.

* Questo saggio deve molto alle mie conversazioni con Simone Brioni, Alessandra Diazzi, Loredana Polezzi e Filippo Trentin, fra calcio, psicoanalisi, studi postcoloniali e cultura pop; e non avrebbe potuto essere scritto senza le lunghe discussioni con mia madre, archivista e storica della Restaurazione. Li ringrazio tutti.

8 commenti su Zambrotta, il bel gesto e il terrore del crollo (calcio e identità nazionale)

  1. gabriele

    Complimenti all’autore, sottoscrivo tutto – e grazie anche per aver utilizzato/citato due testi bellissimi come quello di Theweleit (e l’edizione tedesca originale è ancor più completa della trad. it.) e quello di Serra.

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