L’ultimo tackle. Storia di un partigiano-calciatore

[Riceviamo e pubblichiamo - di Domenico Mungo]

Qui ebbe i natali
BRUNO NERI
comandante partigiano
caduto in combattimento
a Gamogna il 10 luglio 1944
dopo aver primeggiato come atleta
nelle sportive competizioni
rivelò nell’azione clandestina prima
nella guerra guerreggiata poi
magnifiche virtù di combattente e di guida
esempio e monito alle generazioni future
(Iscrizione sulla lapide posta presso la casa faentina di Bruno Neri)

Oggi davanti all’Eremo di San Barnaba c’è un agriturismo intitolato ad un profumato fiore boschivo, il cui nome omettiamo per desiderio dei nuovi proprietari. Sono giovani imprenditori, figli della borghesia gaudente ed edonista dell’operosa e produttiva Emilia – Romagna. Giovani di Faenza. Vanno “lassù” solo al venerdì sera, per vedere come vanno gli affari e trascorrere il week-end in compagnia dei clienti, quasi sempre amici e conoscenti, a cui danno in gestione per intere settimane la cascina.

Arrivano verso ora di cena con un corteo di SUV e fuoristrada, aggressivi e invadenti come i battaglioni nazisti che insanguinarono questo scorcio di paradiso incastonato fra le montagne dell’Appennino Tosco-Emiliano e i suoi ampi spiazzi verdi. Fuoristrada tedeschi, naturalmente, dagli enormi cerchioni cromati, metallizzati e rimbombanti di musiche ad altissimo volume, sparate verso il cielo rosso cupo del crepuscolo, e che rimbombano fino a valle come sinistri latrati ritmati, privi di rispetto per i luoghi e i ricordi che si celano sotto ogni sasso e che sembrano scivolare come la rugiada e la brina sopra ogni foglia di castagno e di faggio. Essi, i giovani gaudenti, non hanno memoria del delitto. Sebbene l’insegna dell’edificio che sta all’inizio della strada a tornanti che si avvolge fino a lassù parla chiaro. “Museo della Resistenza”.

Ma pare – a detta del volenteroso custode – che da qualche anno sia frequentato solo da poche scolaresche vocianti, distratte e coloratissime, tenute faticosamente a bada da insegnanti impegnati ad arrivare indenni all’ora di chiusura e da qualche vecchio partigiano sopravvissuto, claudicante e fiero, ai giorni della guerra per la libertà e ai successivi 60 anni di compromessi e omissioni. Vecchi eroi, vecchi uomini stanchi, che si specchiano nelle teche delle fotografie ingiallite, illanguidendosi nel naufragare fra i ricordi di quei giorni pericolosi e ardenti.

La strada a tornanti che dalla Via Emilia si arrotola fino a lassù, oggi conduce fino alla cascina in maniera alquanto agevole, ma allora, nel 1944 intendo, per arrivare fino all’Eremo di Gamogna bisognava essere cerbiatti agili ed esperti, ma soprattutto molto allenati. La strada che si interrompe davanti al grande cancello protetto da un tettuccio, oggi è asfaltata e si inerpica fra le robinie piantate dai giovani proprietari e che hanno ucciso i castagni e le querce una ad una, quasi a rimuovere lo scenario del delitto di allora. Deformandolo alla vista dei visitatori. Il folto orrido del bosco non è più così inestricabile come lo descrissero i cronisti e gli scrittori che vollero raccontare la storia dell’agguato negli anni del dopoguerra. E né il silenzio è così grave da dare tono d’allarme ai remoti latrati dei cani che si confondono con il rimbombare cafone dei fuoristrada cromati, mentre si avvicinano per trascorrere il week-end.

Ma dietro quel cancello, vigilato da due dobermann dal pelo nero come la pece dell’inferno e dagli occhi insanguinati come quelli degli aguzzini teutonici da cui sembrano discendere, tutto è rimasto come lo ricordano i pochi partigiani sopravvissuti al tempo che trovarono i corpi dei loro compagni straziati dai proiettili.

C’è la cappella cinquecentesca fatta costruire da Pier Damiani, il Monaco Santo, soffocata dall’edera. C’è una lapide di pietra, nascosta anch’essa dai rampicanti che sembrano volerla proteggere, piuttosto che occultare. Come per blandire il ricordo dal presente che fugge via rapido e irrispettoso cancellando tutto.

“QUI MORIRONO I PARTIGIANI “BERNI” E “NICO”. Assassinati dalla tracotanza dei nazisti e dalla delazione dei traditori fascisti. Per la libertà di tutti. Ivi, Gamogna 10 luglio 1944”.

Ma pare che nessuno più legga quell’epigrafe. Né fa caso alla sua esistenza. Come quando in Piazza della Signoria a Firenze, passeggiamo sopra la lapide che ricorda la pira che incendiò Savonarola e i suoi seguaci, mentre sbocconcelliamo un gelato e impalliamo le foto dei turisti giapponesi, americani e spagnoli, e non ci rendiamo conto che stiamo calpestando la storia.

Un po’ così come la Grande Storia che da sempre calpesta gli uomini.
La storia che si narra qui di seguito è invece una storia minima, essenziale, forse banale, ma che merita di essere conosciuta. Per la semplicità divina del suo sacrificio e per la sua crudele puntualità perversa. E soprattutto perché quei fuoristrada cromati, con il loro carico di superficialità, profanano questo luogo molto più che le raffiche maledette di allora.

***

Raccontano che Bruno aveva preso la decisione di unirsi ai partigiani all’improvviso, rapida e accecante come un tiro al volo scagliato dal limite dell’area all’incrocio dei pali. La sua vita sarebbe potuta continuare abbastanza tranquillamente nel dramma della guerra intorno, tutelata dal suo status di campione del calcio, nonostante tutto. Ma l’8 settembre aveva messo tutti i giovani italiani di fronte ad un bivio. Tornare a casa e imboscarsi nei granai e nelle fogne per sfuggire ai rastrellamenti, oppure imbracciare un fucile e raggiungere i traditori repubblichini di Salò a fianco degli invasori nazisti o combattere per difendere e liberare le proprie case e le famiglie e unirsi alle bande partigiane sulle montagne. Egli decise di unirsi ai partigiani.

Mitra e scarponi al posto di scarpini bullonati e olio di canfora. Circa un anno prima di quel 10 luglio 1944.

Ora, Bruno, stava salendo verso il cielo, zigzagando insieme al suo compagno di lotta Nico, elastici come molle e rapidi come uno stambecco in fuga. La brezza calda avvampava le guance abbrustolite e seccate dal calore. Gli occhi stretti, chiusi come una feritoia di garitta, celati al bagliore del cielo fosforescente dalla visiera del berrettino dell’Esercito degli Uomini Liberi. Termidoro, mese dei rivoluzionari sanguinari e accecati di puro furore di libertà, si allungava indolente in quella prima estate di guerra di liberazione, mentre i due uomini si inerpicavano lungo l’irregolare e sbilenca mulattiera che si accoccolava fino a Gamogna: un puntino sulla carta geografica, un nugolo di case in pietra, una manciata di lapidi nel cimitero e la tonaca lisa di un vecchio parroco.

Salivano, i due partigiani, verso l’eremo in cerca di Corbari, il quale da settimane non dava più indicazioni sulla sua posizione – questo mi preoccupa non poco. Quel pazzo di Corbari. Solo contro tutti. Il Robin Hood di Faenza – rise Nico, mentre non riuscivano a dissimulare l’apprensione. Un soffio di luce illuminava le due sagome partigiane che avanzavano tra sterpaglie, faggi, noccioli e querce. Attraversavano dune di verde assopite nel frusciare del vento, come due ombre luminose stagliate in segmenti d’azzurro.

Erano quasi le due del pomeriggio. Il sole era una sfera di cuoio incandescente come un pallone da calcio che ti colpisce in pieno viso. Gli Sten a tracolla ondeggiavano ardenti e la guerra, vista da lì, pareva uno spietato dottore tedesco sulla Linea Gotica, infagottato in un goffo cappottone rattoppato e sdrucito. Una pericolosa insidia fra i monti azzurri dell’Appennino Tosco-Emiliano che rimbombavano dei sordi tonfi di cannone distanti.

Mentre camminava, Bruno pensò a Faenza. Alla sua casa, ai fratelli, a sua madre, a tutti i suoi ricordi. Pensò alla morte. Come non ci aveva mai pensato prima. Pensò a quanto era bello il gioco del pallone. Poi pensò a quello che aveva visto e sentito sulle imprese dei repubblichini e dei nazisti, prima di imbracciare un mitra e fuggire verso le montagne per combattere lasciando la sua Faenza, che ormai era solo un puntino distante disperso nella Pianura Padana:

Una grossa torre barocca/ dietro la ringhiera/ una lampada accesa/ appare sulla piazza/ al capo di una lunga contrada/ dove tutti i palazzi sono rossi. (1)

Rammentava di un pomeriggio di dicembre, dietro le vetrine del Caffè Sangiorgi, appannate dall’aroma delle cioccolate calde e dal fumo acre delle sigarette senza filtro risparmiate dal razionamento. Il Caffè Sangiorgi, che ancora oggi sta all’angolo con Via Mazzini nel pieno centro di Faenza, in cui Silvio Corbari – quel pazzo anarchico- aveva irriso i caporioni del Fascio locale e addirittura il podestà in persona. Aveva bevuto gomito a gomito con tutti loro- che non lo avevano riconosciuto nonostante fosse ricercato da tempo- e ad un tratto, rivolgendosi agli allibiti camerati, rovesciò i ritratti del Duce sul pavimento e stracciò le lugubri insegne che ornavano la sala. Fece questo prima di fuggire verso le montagne e solo dopo aver fatto morto un repubblichino che lo aveva riconosciuto. Ora anch’egli e Nico stavano cercando Corbari, ma per aiutarlo e convincerlo ad unirsi a loro.

Salendo verso l’azzurro e il verde non potette non pensare al prato di fronte alla chiesa di San Domenico e ad un pallone. Prato dove aveva iniziato a tirare calci fino a sbrecciare il muro. Da dove avrebbe spiccato il volo verso la Fiorentina del Marchese Ridolfi e poi la Lucchese e poi il Torino che si stava attrezzando per divenire il Grande Torino, quello dello schianto e del Mito. Per poi indossare la maglia azzurra e sconfiggere i tedeschi sul prato verde. Qualcuno, nella retorica del regime, gli aveva detto che avevano onorato la Patria sconfiggendo i tedeschi sul campo. Per lui era solo calcio. Per lui che credeva che la patria di tutti fosse il mondo intero. Per lui che unico, immortalato in una fotografia in maglia viola, non fece il saluto romano come imponeva la prassi di regime prima dell’inizio di una gara ufficiale per l’inaugurazione dello Stadio Berta di Firenze. Per lui calciatore istintivo e generoso campione. Un misto di classe e di grinta erculea. L’uomo che entrava in ultimo tackle disperato contro l’avversario e con pulizia essenziale lanciava il proprio compagno verso il gol. Cuore e genio. E con la stessa inclinazione era diventato partigiano. Per amore della libertà. Come Nico, il suo compagno di salita. Come Corbari, che probabilmente era rimasto tagliato fuori dai lanci alleati e cercava un varco verso il Monte Lavane per recuperare i rifornimenti.
Silvio Corbari e la sua bandaccia di fieri partigiani anarchici.

- Quel pazzo – disse Berni a Nico ad un tratto, passandogli una sigaretta con l’espressione sottoscritta da un ghigno di sottile ammirazione e di preoccupazione – che crede di poter fare tutto da solo. Ma la guerra partigiana è come il calcio, puoi essere bravo e dotato quanto vuoi, ma conta solo il gioco di squadra…

* * *

La raffica fu improvvisa. Alcuni dissero che i due partigiani non se ne accorsero quasi. La rada su cui stavano camminando fu un imprevisto e violento brulicare di aggressori. Un’orda di barbari che tracimavano dalle alture. Erano i nazisti del famigerato Battaglione Todt. I fascisti dovevano averli avvertiti della sortita dei due partigiani. Tant’è vero che fra i primi a scaricare il suo mitra contro le sagome inermi di Eurialo e Niso, fu il tenente Armando Losco, ufficiale di Salò, ghignando come una jena invasata. La radura era scoperta. Verde come un campo di calcio e senza ripari. Schmeiser contro Sten. Ma in numero impari e tracotante. Sembrava quasi che i due fossero travolti da miriadi di contrasti di nerboruti terzinacci teutonici. Le gambe fiaccate dai colpi, le ossa spezzate dalle pallottole, il sangue che copriva il cielo.

Berni si gettò su Nico, nell’estremo di ripararlo dalla mattanza di proiettili. Lanciato nell’ultimo tackle disperato. I colpi si susseguirono frenetici e feroci, incessanti e per istanti interminabili, come al rallentatore, facendoli sobbalzare innaturali e dinoccolati. I corpi dei due partigiani rimbalzarono più volte su se stessi, tesi come lo spasimo che non vuole finire per spegnersi. Cessarono solo quando i due non furono altro che inermi manichini di carne privi di vita. Persi nell’immobile azzurro striato di bianco e sangue.

Poi il silenzio.

Gli occhi sbarrati, verso il cielo. Con un pugno chiuso che sfida il nemico, come dopo aver fatto un gol decisivo.

- Sono Bruno Neri (2) – pensò mentre un filo di sangue divideva la sua fronte in due, e aveva come il presentimento che lo stesso sarebbe successo con la sua vita ed egli non avrebbe potuto più fare nulla né per se né per Nico – Sono Bruno Neri, partigiano e calciatore e sto morendo in un prato verde per la libertà -. Mentre, abbarbicato sul suo compagno senza più forza, il fiato si spezzava, e gli assassini correvano giù dai loro rifugi, ululando come lupi eccitati e assetati di sangue. E tutt’intorno le cime d’erba vermiglie spazzate dal vento gli accarezzavano il viso sorridente, ondeggiando impazzite come le braccia festanti e le teste urlanti dopo un gol sugli spalti di uno stadio.

Note: (1) Versi tratti da Faenza, del poeta Dino Campana, Einaudi. (2) Bruno Neri, nato a Faenza il 12 ottobre del 1910. Centromediano metodista, come si diceva allora nella terminologia calcistica dell’era del WM. Calciatore della Fiorentina, del Torino, della Lucchese e della Nazionale. L’antifascismo e l’amore per il calcio per Bruno Neri proseguono anche negli anni seguenti; tornato nella sua Faenza, diventa giocatore e allenatore della squadra nel 1940, stringendo sempre più i contatti con i movimenti antifascisti. Nel 1943, dopo l’armistizio, abbandona il calcio e si unisce ai partigiani faentini. Fin dalle prime settimane si distingue per il suo valore, tanto da diventare vicecomandante del Battaglione Ravenna, impegnato sull’Appennino tosco-romagnolo. Morì da partigiano con il nome di battaglia di Berni combattendo contro i nazifascisti, insieme al suo compagno Nico (Vittorio Bellenghi), nelle vicinanze dell’Eremo di Gamogna sui crinali dell’Appennino Tosco-Emiliano. Era il 10 luglio del 1944.
Fonti: Massimo Novelli - Bruno Neri. Il partigiano-calciatore e altre storie di sport e di guerra- Graphot.

3 commenti su L’ultimo tackle. Storia di un partigiano-calciatore

  1. mattia

    Solo un piccolo appunto al bellissimo racconto. Il Battaglione Todt non era un battaglione ma un’organizzazione nazista che utilizzava manodopera coatta per costruire strade militari, fortificazioni, bunker etc.

    Complimenti ancora

    mattia

    Rispondi
  2. vincenzo

    L’articolo è bellissimo. E la figura di Bruno Neri è molto interessante. Nell’approfondire le notizie per conoscere più a fondo la storia calcistica del mediano però non ho trovato riferimenti alla partita contro i tedeschi di cui si parla nell’articolo: “Qualcuno, nella retorica del regime, gli aveva detto che avevano onorato la Patria sconfiggendo i tedeschi sul campo. Per lui era solo calcio”. Sul sito della FIGC le statistiche parlano di tre convocazioni, due contro la Svizzera ed una contro la Cecoslovacchia. Forse si fa riferimento ad una partita giocata con il Torino? E’ solo curiosità!

    Complimenti per l’articolo, complimenti a Futbologia e viva la Resistenza.

    Vincenzo

    Rispondi
  3. Pingback: Matthias Sindelar e La partita dell’addio | Fútbologia | Blog

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>