Il ritorno dei vecchi leoni (tra Baggio e Budweiser)

Il giovane talento che coglie al volo un’insperata occasione e stupisce tutti è la nostra seconda storia di sport preferita. La prima è il ritorno del vecchio leone. Questa volta non c’entra il paese dalla demografia sbagliata e gerontocratico. Si tratta di regole narrative: il giovane talento fa il botto, dimostra il proprio valore e diventa una star; ci può essere un ostacolo iniziale (l’allenatore che non gli vuol dar fiducia, lo spogliatoio di senatori che lo teme e tiene nell’ombra, l’ansia di voler dimostrare tutto subito) ma, una volta superata questa prova, il ragazzo diventa campione e via liscio.

Il ritorno del vecchio leone è storia diversa: hai un grande giocatore, ormai sempre più spesso definito “al tramonto”, sul punto di rinunciare, arrendersi al declino inarrestabile; sino a quando un cambiamento, interno e\o esterno, ridona fiducia al campione, che, nonostante l’età e il calo fisico, torna per giocarsi tutto sulla “classe”, sul talento immutato della gioventù, che ora deve però brillare da solo, senza più l’energia dei vent’anni.
Questa storia ci piace e coinvolge ancora di più perché già conosciamo e amiamo il protagonista e già abbiamo sofferto con lui per gli ostacoli che lo hanno limitato. E quando riesce a superarli, la sua vittoria dà ancora più soddisfazione, anche perché -lo dobbiamo riconoscere- con il ragazzo promettente abbiamo poco da spartire (a meno di non avere 17-22 anni e strepitose doti). Mentre la riscossa di un calciatore di 33 anni può farci sognare che, anche nelle nostre vite, in ambiti diversi dallo sport e pure in anni molto più avanzati, si possano superare le difficoltà ed essere di nuovo grandi -nel nostro piccolo piccolo, s’intende.

Tutti ricordano Roberto Baggio al Brescia. Arriva in provincia, a 33 ani, dopo una serie di stagioni difficili, anzi dopo una stagione difficilissima con Marcello Lippi. Un altro giocatore “avrebbe sbattuto la porta”, congedandosi irato da quella poco memorabile Inter, Baggio regala invece, nello spareggio con il Parma, la riconferma all’allenatore con cui aveva più volte polemizzato, i preliminari di Champions ai tifosi e la propria autoesclusione dalla squadra alla leggenda (Wikipedia: “segnando quella doppietta, di fatto segna la propria esclusione dalla squadra neroazzurra”).

Va a Brescia e a ogni gol, a ogni punizione, a ogni assist mezza Italia si ferma in muta adorazione per poi urlare “Baggio in Nazionale”. Così per quattro anni, con il codino che s’imbianca sempre di più, gli infortuni che colpiscono sempre più duri, le movenze sempre più lente e la “classe” che rimane eccelsa: dal controllo al volo davanti a Van der Sar alla duecentesima rete, quando con una finta da fermo scardina tutta una difesa, all’ultimo bellissimo gol in serie A (preceduto nella stessa partita da un assist di esterno destro al volo, e seguito nel filmato qui sotto da un non ci lasciare di Giorgio Tosatti e italiani opinionisti tutti).

Scorgendo qualche giorno fa il titolo del Fatto Quotidiano, La pazza idea del Wembley FC: Caniggia&Co. per vincere la Fa Cup, si sarebbe potuto pensare a una storia del genere. Certo Caniggia è dell’inizio 1967, come Baggio, quindi per giocare a calcio sul serio è davvero un po’ troppo anziano. Pure i suoi compagni (Greame Le Saux, Ray Parlour, Martin Keowne, Brian McBride) sono davvero passatelli, ma dài, grande cuore!

Leggendo tutto l’articolo, e compiendo una veloce ricerca su Internet, si scopre però che questa infornata di glorie del passato al Wembley, squadra semiprofessionistica [gioca nella Combined Counties Football League Premier Division, vd. il sistema di leghe inglese], è in realtà una gigantesca operazione di marketing della Budweiser, costruita sopra due miti: il “ritorno del vecchio leone” e la coppa nazionale aperta anche ai dilettanti (dove l’underdog al cubo può arrivare fino in fondo; celebratissimo il caso del Calais RUFC che, da squadra amatoriale, arrivò in finale di Coupe de France nel 1999, perdendola al novantesimo per un rigore inesistente).

La nota birra americana cerca di vincere cuore, gola e tasche degli inglesi sponsorizzando la FA Cup, una delle due principali coppe nazionali [l'altra è la League Cup, ad accesso ristretto e sponsorizzata da Capitol One]; e quest’anno ha deciso di fare uno spot elaboratissimo. Ha preso una squadra di serie minore con qualche bel punto da sfruttare: sede a Londra, nome di Lions per i giocatori, motto a posse ad esse (dal potere all’essere) ecc.; l’ha riempita di testimonial, pardon giocatori (tre internazionali inglesi, un campione argentino, e un americano per non sbagliare; oltre a Terry Venables in panchina e a David Seaman come allenatore di portieri); e ha ottimizzato il tutto in termini d’intrattenimento televisivo, con il reality Dream On. The Journey of Wembley FC, da Agosto su ESPN.

Ma c’è voluto un Global VP Budweiser per riuscire a dire serio frasi come:

“We believe that the best way to champion The FA Cup is to celebrate its uniqueness from the grassroots up. Wembley FC has an incredible heritage and story to tell. We look forward to helping fulfil their dreams.”

Perché di grassroots up in questa sceneggiatura non c’è proprio nulla. Niente potrebbe essere più artificioso e dall’alto, a cominciare dalla pioggia di soldi per metter su tutto il baraccone dei sogni.

Sicuramente vedremo i vecchi leoni faticare per rimettersi in forma, mentre simpatici fan del Wembley si mostreranno deliziati e stupiti di tutta questa attenzione; sicuramente vedremo qualche bella affermazione su squadrette di pari categoria, con i calciatori a fine partita che si contendono il cambio maglia con Caniggia; sicuramente vedremo qualche vittoria su formazioni che militano in leghe superiori. Sicuramente  vedremo un sacco di cartelloni, sovraimpressioni, cappellini, bottiglie, spot Budweiser.

Ritengo che “demitizzare” e persino “cinicizzare” sia un esercizio sempre più necessario per il calcio, anche per Baggio, anche per gli anni a Brescia, anche per l’ultimo assist e l’ultimo gol, ma appunto in quei casi il mito di partenza esiste, nei milioni dell’ingaggio ma ancor più nell’immaginario e nel gioco. Qui invece abbiamo solo il quieto cinismo operativo di un programma che schiaccia tutti i bottoni narratologici e calcistici della FA Cup e dell’appassionato.

I gentili lettori più apocalittici tremeranno forse di terrore, immaginando una Coppa Tim con squadra romana di serie D, vecchi campioni a caccia di nuova fama e il Mago Otelma che commenta l’allenamento di rifinitura in studio con Simona Ventura… Per devozione all’icona di Roberto Baggio spero quindi che la Coppa Italia, questo buco con il cambio continuo di formato intorno, ritorni alla formula del 2007, quando era disputata solo da squadre di serie A e B, chiaramente non coinvolgibili in un’impresa alla Dream On. Non conosco nei dettagli le regole per l’ammissione ma vedere che alla Coppa oggi partecipano anche 9 squadre della serie D fa appunto un poco preoccupare.

Il primo che avvista glorie del passato e cartelloni TIM (quasi) fermi con fare sospetto su quei campi di dilettanti lanci l’allarme! Contro la cartapesta digitale, per l’underdog e il vecchio leone!

2 commenti su Il ritorno dei vecchi leoni (tra Baggio e Budweiser)

  1. Giagalle

    Qualche anno fa, nell’Eccellenza romana ci fu qualcosa di simile, ma presto il progetto naufragò senza vedere mai successi degni di questo nome. Certo non c’era dietro tutto il baraccone pubblicitario, ma l’idea era proprio quella di “vincere”/”far parlare di sé” con il ritorno dei vecchi leoni.

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  2. johngrady

    Ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla Coppa Italia, sulle squadre che la snobbano, sui tentativi maldestri di riportarla in auge eccetera.
    Io sono un fan del modello FA Cup. Farei partecipare tutte le squadre delle prime quattro serie, più alcune del campionato dilettanti: niente teste di serie, tutti contro tutti. Più si va avanti, più entrano in gioco le squadre forti.
    Sul discorso-budweiser: condivido. Ricordo che qui in Italia non ci siamo privati manco di quello: qualcuno ricorda il reality “Campioni”? Il Cervia allenato da Ciccio Graziani? Ecco.

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