Una vita a dispetto degli dèi (Taranto)

Di @RedTaras

A noi di Taranto e del Taranto gli dèi del calcio devono proprio voler male. A pensarci bene, a noi di Taranto devono essere gli dèi, in genere, a volerci male.

La città più inquinata d’Europa combatte con una povertà endemica e crescente, nonostante la presenza dei mostri inquinanti dovrebbe almeno dare lavoro. Non essendoci granché panem, a Taranto, uno spererebbe almeno nei circenses. Eppure qui pure il calcio sembra essere un lusso che non ci si può permettere.

Una leggenda cittadina afferma che siamo l’unica città sopra i 200.000 abitanti in Europa a non a ver mai avuto una squadra nella massima serie di calcio. Gli dèi devono averla sentita, e per risolvere il problema devono aver pensato di svuotare un po’ la città, aumentando la disoccupazione. Il problema ora è risolto: non siamo più sopra i 200.000 abitanti, ma un po’ sotto.

Va detto che le partecipazioni in B nella nostra storia ammontano trentadue campionati, tra il 1927 e il 1993. Non poco. Trentadue stagioni in larga parte di passione, ad esser sinceri. Sofferenza, gol da centrocampo fuori casa, spareggi per non retrocedere (un paio, ma storici e vincenti, con Lazio e Campobasso nel 1987 a Napoli, contro la Casertana nel 1992 ad Ascoli).
Tenete a mente il 1993, ne riparleremo tra poco.

Fino ad allora a noi andava anche bene così, siamo gente che si sa accontentare. Avevamo anche subito un po’ di fallimenti, con il sopportabile effetto di qualche variazione del nome societario: Arsenal Taranto, AS Taranto, Taranto FC.

Qualche giocatore importante aveva vestito la nostra maglia: Franco Selvaggi (campione del mondo 1982) e Totò De Vitis per esempio, e l’indimenticato Erasmo Iacovone, unica bandiera, morto il 6 febbraio 1978 nella nostra terra, troppo giovane, quasi a pagare il prezzo di aver voluto aspettare ad andare a segnare per la Fiorentina, perché c’era una promozione in A da conquistare. Morto lui, la promozione non arrivò. Gli dèi non volevano proprio.

Avevamo vissuto sfide importanti, con qualche soddisfazione, come l’incredibile 3-0 al Milan di un giovane Baresi, il 7 dicembre del 1980, in uno dei pochi anni di serie B dei rossoneri, prima dell’era berlusconiana. Doppietta di Bortolo Mutti. In mezzo il gol, straordinario, di Cassano. Non Antonio ovviamente, ma Nicola. Anche lui barese, ma glielo perdonammo.

Rivalità con molte piazze: Hellas Verona, Catania, Genoa, Salernitana, Ternana, Palermo, Lazio, Campobasso, Pescara, Pisa, in ordine sparso e non esaustivo. Qualcuno potrebbe dire troppe, ma quando la passione è tanta è chiaro che si finisce con il confliggere con gli altri tifosi. Avevamo per fortuna anche un paio di tifoserie abbastanza amiche, nell’era d’oro degli anni 80, come Napoli e Roma. Tifoserie mal sopportate in giro per l’Italia, come noi, che forse per questo venivano prese dalla simpatia per i tifosi della Città dei Due Mari.

 

E i derby, i derby.
Con il Lecce, col Foggia.
Con il Bari, soprattutto. L’odiata Bari. Derby tra due città importanti troppo vicine per non rivaleggiare. Chi non salta è un barese

Anche la C1 non ci faceva poi così schifo. Purgatorio necessario, di tanto in tanto, per tornare in B, la nostra casa, dove abbiamo passato 12 anni consecutivi, tra la fine dei ’60 e gli inizi dell’80. E poi di nuovo 7, in 9 stagioni, fra il 1984 e il 1993.
Dannato 1993.

Avevo dieci anni. Per cui, quelle che vi ho raccontato fin qui sono per lo più leggende e storie tramandatemi da parenti e amici. Ricordo solo qualche partita in casa fino ad allora, confusamente.

Una partita di Coppa Italia con la Juve di Maifredi, Baggio e Schillaci, inutile ma soddisfacente 2-1 per noi, dopo lo 0-2 dell’andata. Un’altra con la Roma. 3-1 per loro, allo Iacovone, che ribadiva il 4-1 dell’andata, all’Olimpico. Un’amichevole con il Bari, 2-1 per loro, che però avevano giocato col sangue agli occhi; noi no, era solo un’amichevole estiva. O almeno di questo mi convinse mio padre. Non ricordo molto altro, fino a quel 1993.

Il 1993 però me lo ricordo bene. Mi ricordo addirittura la locandina del giornalaio sotto casa, una calda mattina d’estate: “Carelli non ce l’ha fatta, Taranto radiato”. Stavo andando al mare, come praticamente ogni giorno delle vacanze estive della mia carriera scolastica. Uno dei pochi vantaggi in questa città malvista dagli dèi.

In quell’estate del 1993, il Taranto con i suoi problemi economici fu travolto dall’ondata di pulizia generale voluta dalla FIGC per cercare di arginare la già enorme falla economica del sistema calcistico nazionale. Caddero così, in quegli anni, altre piazze importanti come Arezzo, Terni, Messina, Catania, Caserta, Salerno, Palermo.

Anni dopo, il nostro presidente di allora, Donato Carelli, avrà ragione nei tribunali. Il Taranto non doveva essere dichiarato fallito. Un’altra leggenda in città afferma che la decisione fu presa da Antonio Matarrese, barese e presidente della federazione, per odio campanilistico. Sapete come si dice: vox populi vox Dei.

Tant’è, il Taranto avrebbe dovuto disputare la C1 perché retrocesso dalla B, e invece fu rifondato e riiniziò dalla serie D. Piccolo inciso: oltre ai 32 campionati di B, fino ad allora, contavamo 31 stagioni in C1 (o equivalenti). Stop. Insomma, niente paradiso, ma neanche inferno.

Purtroppo l’inferno arrivò. La serie D si chiamava Campionato Nazionale Dilettanti, allora. E’ lì che ho i miei primi ricordi di stagioni intere vissute allo stadio. Un anno di assestamento, senza infamia e senza lode, e poi la vittoria del campionato. Uno scudetto dilettanti, addirittura. Sembravamo già lanciati, ma i successivi due anni in C2 non furono idilliaci. Ci giocammo la salvezza fino all’ultima giornata, il secondo anno. Vincere le ultime due partite però non bastò. Per un punto retrocedemmo. Di nuovo la D, l’inferno. Altri 3 anni.

Non me ne vogliano i loro tifosi, ma per noi non è mai stato particolarmente esaltante sfidare nomi del calibro di Termoli, Aviglianese, Toma Maglie, Nuova Nardò, Agropoli, Sant’Anastasia, Nuovo Terzigno, Gabbiano Napoli, Acerrana, Pro Italia Galatina, Sanità Nola, Pro Ebolitana, Noicattaro, Rotonda, Cirò, Ruggero di Lauria e così via. Ci sentivamo di un altro lignaggio, noi. Taranto è ancora una specie di città-stato, nella mente dei suoi cittadini. Capitale della Magna Grecia.

E la cosa più assurda è stata disputare anche dei campionati mediocri, in D. Perderci, con queste squadre considerate minori.

Nel 2000 il Taranto arrivò secondo, sempre in D, solo un punto sotto i rivali del Campobasso. Ancora, la sensazione dentro che qualcuno lassù non ci amasse. Ma la fortuna si mise a girare. Tal Pieroni decise di comprarci e ci fece ripescare in C2 come migliore seconda dei gironi di D. Seguì un anno trionfale in C2 con vittoria del campionato, alla faccia del Campobasso che ci aveva scippato la promozione l’anno precedente. E venne il 2001/2002 in C1. Dopo 10 anni, tornammo lì dove eravamo stati radiati. Ma la scalata per noi tifosi non era ancora finita. Il posto che sentiamo appartenerci, da sempre, è la B.

Se non lo sapete, non ci siamo ancora tornati. In questi ultimi 10 anni, abbiamo ripreso sfide più consone al nostro rango, certo. Siamo anche retrocessi in C2, per un paio d’anni. Abbiamo cambiato tre volte proprietà e nome, rischiando due volte il fallimento. Business as usual.

Forza Taranto / portaci via / da questa merda di categoria è uno dei cori urlati con maggior convinzione e veemenza allo Iacovone, con tre echi successive da curva, gradinata e tribuna (cercatene il video online, da far accapponare la pelle).

Abbiamo disputato 5 playoff per andare in B, in questi 10 anni. Tutti persi, è ovvio, altrimenti non saremmo qui a scrivere questa storia. Abbiamo perso da secondi, migliore posizione per accedere a questa fantasiosa lotteria, nel 2002 in finale contro il Catania: 0-1 fuori casa e 0-0 in casa, con pesanti accuse di combine (il loro presidente era Luciano Gaucci, quello che è fuggito ai Caraibi per non essere arrestato, non so se ci siamo capiti). Abbiamo perso due semifinali: da quinti con l’Avellino nel 2006 (1-0 e 0-1) e da quarti con l’Atletico Roma nel 2011 (0-1 e 3-2). Abbiamo perso una finale da terzi con l’Ancona (0-0 e 1-2).

La stagione appena conclusa è stata la migliore da quel 2001/2002 della finale persa col Catania, sportivamente parlando. La società dell’attuale presidente D’Addario, però, ha finito presto i soldi e a partire da novembre ha smesso ha smesso di pagare gli stipendi dei calciatori. Dunque sono arrivate le penalizzazioni, figlie di un recente regolamento voluto per arginare la nuova voragine economica delle serie minori del calcio del Bel Paese. In totale ci hanno tolto 7 punti che hanno portato alla trasformazione del primo posto conquistato sul campo con 70 punti (5 di vantaggio sulla seconda, la Ternana) in un altro secondo posto, come dieci anni fa. Fiduciosi abbiamo affrontato i playoff, che abbiamo però già perso, in semifinale con la Pro Vercelli (2-1, con una partita che merita un racconto a parte, e 0-0).

Ora siamo qui, con una società in fallimento e poche speranze di trovare un compratore. Siamo qui con lo spettro della D, se ci va bene. Siamo qui ad attendere nuovi umilianti scontri in stadi polverosi da 1000 posti. Eppure non molliamo, non l’abbiamo mai fatto.

Gli dèi non ce ne vogliano, se ci ostiniamo a credere in un futuro migliore, che non ci vogliono concedere. Non si irritino oltre se, a Taranto, città-stato, continuiamo a credere di poter fare a meno di tutti, anche di loro.

Rosso e Blu sono i colori più belli del mondo. Forza Taranto.

16 commenti su Una vita a dispetto degli dèi (Taranto)

      1. Nico R

        E lo so, tanta gente del mio paese (prov Bari) che per anni ha lavorato all’Ilva non s’è mai azzardata ad assaggiarle.
        Io le trovo ottime. Forse proprio per il fattore inquinamento!

  1. asd

    da barese mi tocca dire.. bel racconto.
    La cosa divertente è che a Bari abbiamo una leggenda molto simile (mai verificata), siamo la città più grande d’Europa a non essere mai entrata in una competizione europea :D

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  2. Tacos

    Complimenti per il racconto, davvero ben scritto e che è stato un piacere leggere, benché parli di vicende non proprio allegre. Pensa che io il Taranto l’ho anche visto giocare qui a Marassi contro la Samp, campionato 1980-81, avevo 9 anni ma già non mi perdevo una partita.
    Tenete duro!

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  3. lozio

    a milano gioco settimanalmente con un paio di ragazzi tarantini coi quali ho spesso discusso delle imprese epiche degli undici di dionigi (mi hanno anche descritto una sua lettera da brividi…), delle maglie sponsorizzate raffo e della figurina panini con ciro muro. Io, da novarese di nascita, milanese per scelta e bolognese per fede, sono sempre sensibile a racconti come questo.
    Forza taranto!

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  4. raffaele

    io tarantino di origine e romanista (zemaniano) di adozione ricordo, ma correggimi se sbaglio, una vittoria contro la lazio in coppa italia allo jacovone. non so’ se me la sono semplicente sognata o e’ reale ma comunque e’ ormai consolidata nei miei ricordi di infanzia.
    cazzo quest’anno ci avevo creduto alla promozione.
    da romanista o tarantino comunque si soffre sempre.

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  5. girolamo

    Anche Romeo Benetti, tra il ’65 e il ’67, ha vestito la maglia rossoblu. Cuore di leone dentro e fuori il campo, Romeo: si narra che una sera, nella Città Vecchia, ebbe un alterco con dei nativi che, spaventati dalla sua possanza, si rifugiarono dietro un portone (e noi tarentini sappiamo quanto erano spessi i vecchi portoni, prima di infracicarsi con l’umido e il degrado). Che Benetti sfondò a pedate, com’era solito fare con le reti avversarie già allora (da mediano, 11 goal in due stagioni in rossoblù: niente male davvero). E di Invernizzi, che dopo aver vinto uno scudetto con l’Inter e perso una finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax di Cruijff, venne ad allenare nel ’73-’74 e ci portò al quinto posto, fa’ che non ne parliamo? Ultima di campionato contro il Varese di Calloni e Libera, dallo 0-3 e rigore sbagliato al 3-3 al 90mo in 10: leggenda!

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    1. RedTaras

      grande, queste due storie non le avevo mai sentite. Certo il fatto che mi sia scordato di Benetti non è perdonabile, l’ho pure conosciuto qualche anno fa. Grande personaggio e giocatore!

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  6. girolamo

    @ RedTaras
    la mia famiglia paterna è migrata via dalla città vecchia solo sul finire degli anni Settanta, per cui la tradizione orale del primo racconto (Benetti boom boom) è attendibilissima, fa’ che ci metto la mano sul fuoco sulla memoria dello zio che mi portava allo stadio quando si chiamava ancora Salinella. Sul secondo racconto: beh, c’ero, e mi sa che la devo proprio scrivere, questa partita. Ci presi un bel voto in un tema in III media, su Invernizzi a Taranto: la traccia era su un personaggio famoso, io avevo iniziato a scrivere di Napoleone, la profe mi disse che dovevo volare più basso, dunque…

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