Il mercenario (da Demostene a Borriello)

[Riceviamo e pubblichiamo - di Marco Bettalli, Professore Ordinario di Storia Greca all'Università di Siena.]

Chi segue il calcio, sa che un giocatore può venire a un certo punto della sua carriera bollato come mercenario. Anzi, come ho letto in uno striscione qualche tempo fa, riferito a un noto calciatore di serie A, mercenario senza onore né dignità. La circostanza merita una riflessione. I calciatori – non solo le poche centinaia della Serie A, ma molti altri di campionati assai più oscuri – sono professionisti e quindi giocano tutti in cambio di uno stipendio, spesso elevato; per quale motivo dunque solo alcuni vengono tacciati di questo epiteto, che etimologicamente – lo ricordiamo – si riferisce appunto a chiunque svolga un qualsiasi lavoro in cambio di una mercede? Rispondere a questa domanda ci aiuterà a comprendere un po’ di cose, non legate solo al mondo del calcio.

Credo che il ragionamento sia il seguente: giocare a calcio è sì una professione, non lo si può negare, ma il calciatore deve, nel corso della sua carriera, mostrare anche l’attaccamento alla maglia. Solo pochissimi riusciranno nel corso della loro carriera a legarsi a una sola squadra, sublimando così il loro lavoro in una sorta di matrimonio mistico senza tradimenti, diventando una bandiera. Altri saranno costretti dalle contingenze della professione a cambiare tre-quattro maglie, ma dovranno comunque dimostrare con il loro comportamento – e qui si entra in terreni difficilmente esplorabili da menti normali e non ultras – che nella loro professione hanno il senso dell’onore e rispettano la famosa maglia (tipico esempio di rituale legato a quest’esigenza: chi segna un gol alla sua ex-squadra non esulta mai e compie questo non-gesto in modo eclatante). Insomma, dovranno dissimulare il fatto che lavorano perché ben pagati e che cambieranno anche spesso la famosa maglia perché pagati meglio altrove; dovranno mostrare che hanno un cuore (non a caso, il toccarsi il cuore è uno dei segni più usati dai calciatori, per esempio alla fine della partita, per rivolgersi ai propri tifosi).

In un certo senso, chiamare mercenario un giocatore è un’operazione nostalgica: il mondo di oggi è brutto, dominato dalla mercificazione, ma esisteva un giorno, e forse un giorno esisterà di nuovo, un mondo dominato da valori veri. Inutile ironizzare sul fatto che il mondo agognato da molti tifosi potrà sembrare rozzo e per nulla migliore: sognare un mondo migliore è un diritto inalienabile, lo si pone di solito nel futuro (l’opzione più gettonata), ma spesso ispirandosi a un fantomatico passato (*).

Abbandonando il calcio, ne abbiamo comunque ricavato la lezione promessa. Mercenario è colui che fa vedere con troppa chiarezza che lavora esclusivamente per un guadagno; che non ha alcun apparente scopo superiore per fare ciò che fa; e che quindi sarebbe pronto in ogni momento a cambiare maglia pur di guadagnare di più, poiché ragiona con la testa (o meglio, con la calcolatrice) e non con il cuore. Visti da un’ottica più razionale, i mercenari sembrano in realtà i più onesti, non i peggiori: come il bambino della fiaba, sono gli unici a vedere che l’imperatore è nudo, che nessuno in realtà è coperto dal mantello di uno scopo più alto; semplicemente tutti gli altri fanno finta.

Venendo alla guerra, che è l’ambito dove la parola ha maggiormente attecchito, è facile vedere come vi regni una certa confusione, un po’ come nel calcio (l’accostamento non è casuale; il calcio è una buona metafora della guerra e ha sostituito in questo prestigioso ruolo la caccia: un bel miglioramento, almeno per chi abbia un minimo di sensibilità nei confronti degli animali). I nazisti non minacciano più il mondo, i paesi europei e gran parte dei paesi del mondo non hanno nemici alle loro frontiere, né è probabile che li avranno in futuro. Chi, in Italia o in Francia o in Inghilterra fa il soldato, lo fa come professionista, pagato abbastanza bene: la leva è stata abolita in gran parte dei paesi sviluppati. Lo scopo superiore è di fatto assente. Le faticosissime definizioni di mercenario elaborate dalla Convenzione di Ginevra e poi via via perfezionate impediscono ovviamente di definire mercenario un italiano che militi nell’esercito italiano. E – che diamine – lo impedisce anche il senso comune. Ma più di quest’ultimo, lo impedisce un apparato retorico in caduta libera, ma comunque sempre vivo (specie in paesi come gli Stati Uniti, un po’ meno in Europa) e sostenuto da millenni di storia appassionata e condivisa; apparato che quanto meno riuscirà utile al soldato per farsi celebrare funerali di stato e farsi dedicare piazze e strade se per caso muore in un’azione di peace-keeping. E la morte è importante, e come sei trattato dopo la morte: lo sapeva anche Giasone di Fere, che circa 2380 anni fa, in Tessaglia, invogliava i mercenari a servire presso di lui garantendo loro splendidi funerali in caso di morte.

Ma alla fin fine i soldati sono tutti mercenari. Tutti combattono – e uccidono, pur con tutte le cautele riservate oggi all’atto che costituisce l’essenza del soldato – in cambio di una paga. E molti soldati – soprattutto inglesi, tanto per fare un esempio – si trasformano dopo anni di servizio in mercenari, per guadagnare di più. Faranno sempre le stesse cose: a ragionare come gli ultras dello striscione contro Borriello, in questo trasferimento perderanno l’onore. Ma la parola non fa più alcun effetto a nessuno e ha ormai una valenza semantica un po’ traballante, che tende a deviare verso la vaghezza, se non addirittura verso un coté paradossale che nulla avrebbe a che fare con l’etimologia originaria.

Forse non ha perso l’onore, che tutti hanno perso di vista: ma, seguendo vie misteriose, invece, il mercenario ha conservato la sua fama negativa. Ce l’aveva anche nell’antica Grecia: Demostene e Isocrate parlavano dei mercenari come della feccia dell’umanità, e questi poveri disgraziati non erano neppure ben pagati come oggi. Eppure, se i due grandi e ricchissimi personaggi avessero fatto una passeggiata fino ai moli del Pireo, avrebbero visto molti poveri, eppure loro concittadini e quindi formalmente membri del club più esclusivo del mondo greco, imbarcarsi come rematori nelle triremi, affollandosi alle banchine per strappare un ingaggio. Erano mossi dallo stesso bisogno dei mercenari – forse qualche pazzo ama combattere, ma dubito siano mai esistiti pazzi che abbiano servito con passione come rematori nelle triremi o nelle galere – ma non erano considerati mercenari: perché era possibile trovare per loro uno scopo superiore, il combattere e morire per la propria patria.

Millenni dopo, studi approfonditi svolti durante la II guerra mondiale o la guerra del Vietnam dimostreranno che non si combatte – e si muore – per la propria patria, ma per difendere i propri compagni di sventura; l’impellenza della fedeltà e del patto non scritto con il proprio commilitone sono molto più importanti di un’astratta fedeltà a una bandiera. I Greci non avevano studiato – la sociologia non l’avevano ancora inventata – ma lo sapevano già, e facevano combattere, se possibile, i parenti e i compagni di quartiere uno accanto all’altro, quando addirittura non crearono battaglioni di coppie omosessuali che morivano avvinte nell’estrema difesa dell’amato (c’è un po’ di letteratura in questa storia, ma sicuramente anche qualcosa di vero) – e lo spirito di corpo esisteva sicuramente anche nelle compagnie mercenarie. Eppure ai mercenari non sarà mai riconosciuto alcun bonus.

Sorprende come le nostre società abbiano ormai accettato da un bel po’ il ruolo centrale, fondamentale, decisivo del denaro per determinare gerarchie, status e quant’altro, ma si ribellino, in ambiti circoscritti, quasi senza rendersene conto, a questo ovvio dato di fatto, condannando senza appello, in nome di obsolete “ragioni del cuore”, coloro che hanno preso alla lettera ciò che è condiviso da tutti. Nessuna parola è più di moda di professionalità: eppure, il marchio dell’infamia sfiora ancora chi la ossequia senza tentennamenti.

(*) I laudatores temporis acti sono un’infinità e nessuno si rende conto di come il passato sia inventato quanto il futuro. Gli storici, in questo gioco, svolgono un ruolo fastidiosissimo, di guastafeste. Infatti non è di una conoscenza del passato che la gente ha bisogno, ma della evocazione di un passato immaginario. Sono uno storico, scusate lo sfogo).

1 commento su Il mercenario (da Demostene a Borriello)

  1. danae

    “non si combatte – e si muore – per la propria patria, ma per difendere i propri compagni di sventura”.
    Credo sia proprio questo il punto, per comprendere la sfumatura negativa della parola “mercenario” nel linguaggio del tifo.
    Più che una patria, la squadra è “matria” (mi perdoni, prof, l’orrendo termine…). C’entra il sangue, dunque. Il mio è lo stesso di quello del mio vicino di curva (orrore! anche quando le nostre posizioni politiche sono agli antipodi), e deve essere lo stesso dei giocatori in campo, dell’allenatore, del presidente, dei raccattapalle, dei massaggiatori, del medico, dell’autista del pullman, dei disegnatori della maglia… Lo stesso sangue, dunque si combatte fianco a fianco, dunque non si può andare via da una squadra con un sorrisetto, tanti saluti e ciao.
    Si va via per consunzione delle cartilagini, o per manifesta non-consanguineità. (Tertium non datur).

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