Eurovisioni – Mystic Rivera

Città del Messico. 1970.
Undici metri. Il dischetto del rigore, ricamato a una spanna dal pallone che danza leggero, ti segnala la distanza dall’invisibile diaframma che ti si para davanti, separandoti dalla gloria eterna. Il portiere è costretto nella gabbia del suo incolmabile ritardo, a inutile guardia dell’immensa porta spalancatasi di fronte ai tuoi occhi. Non puoi sbagliare. Peggio: puoi, ma non devi.
All’improvviso scopri quel monito ad abitarti i pensieri, nevrotico e ripugnante insetto che non avrai modo di far uscire dalla prigione trasparente della tua mente. Fino a quando la palla non prenderà ad allontanarsi da te. Allora tutto sarà già accaduto, anche se nessuno saprà ancora esattamente cosa.
Ma non è la tua vita sportiva quella che ti scorre dentro, riavvolgendosi alla velocità incommensurabile della memoria. Non stai pensando alla sterminata moltitudine di occhi appaiati a scrutare la profondità dell’abisso su cui si sbilancia il tuo destino. E neppure t’importa nulla di quelli, artificiali, che imprigioneranno l’evento in un’eternità che, in fondo, tu non avrai modo di conoscere. Se un istante fa ancora ti preoccupavi per l’incolpevole errore che costringeva i sogni tuoi e dei tuoi compagni ad azzerarsi, in un’assurda e logorante replica, ora di quel disagio ti resta soltanto un ricordo lontano.
Nel cristallo di secondo che divide il pensiero del gesto dalla sua esecuzione, il verde dell’erba divampa incandescente, accecandoti in un lampo di visionaria follia. Tutto, intorno a te, svanisce, permettendoti di essere altrove.

Città del Messico. Quattro giorni dopo.
Il più forte giocatore tedesco, ancora con il braccio fasciato, stringe la mano a colui che si è appena manifestato al mondo come il più forte di sempre. L’arbitro italiano ha posto fine da qualche minuto a una partita senza storia. Il tabellone che sovrasta l’Azteca sottolinea impietoso lo scarto incolmabile tra le due squadre. Il Brasile si appresta a portare nel cuore del suo impero calcistico una consacrazione dorata che nessun altro potrà mai più sottrargli. La Germania si è inchinata allo strapotere di un calcio tanto lontano dal suo quanto, apparentemente, irraggiungibile.
Il giocatore con il braccio fasciato ripensa allo sforzo sovrumano sostenuto quattro giorni prima per conquistarsi un posto al fianco degli dei. “Il costo di quella fatica è stato pagato oggi, interamente” – pensa sconfortato – “Però, che partita è stata“.

Madrid. 1982.
Il terzino vestito di azzurro non si dà pace mentre esce dal campo zoppicante, per essere sostituito. Sa che il peso del rigore causato lo accompagnerà lungo il cammino di un’intera esistenza. Scrolla la testa mentre volge lo sguardo al campo, spinto dalla fioca speranza che i compagni possano riuscire, nei pochi minuti che restano, a ribaltare la situazione. I tedeschi conducono l’incontro senza che gli assalti disperati degli avversari abbiano ancora portato a un qualche risultato. Il redivivo attaccante italiano nuota stremato nel bianco mare che lo sovrasta, attanagliato dall’angoscia di mancare proprio quell’occasione, dopo quanto ha saputo costruire nelle settimane che l’hanno preceduta. L’Italia improvvisamente ai suoi piedi, il Brasile che ha visto nei suoi occhi di ragazzetto smagrito il volto di un oscuro prodigio, l’incredibile e scrosciante pioggia di reti a proiettarlo sul trono dei goleador del Mondiale. Ora tutto è cambiato: il capitano della Germania, con quel formidabile raddoppio di testa, lo ha appena superato in classifica. Il sogno di eguagliare i più grandi, immaginandosi immortali come loro, toccherà ai tedeschi.
Dalla tribuna si alza sconsolato il presidente sconfitto, colto dalle telecamere nel fragile gesto di sgranchirsi dal troppo torpore. Sorride senza allegria, rivolto a chi gli siede alle spalle.
L’arbitro continua a scrutare il cronometro, senza che nulla di quanto accade sul campo appaia in grado di rallentare la lancetta degli sconfitti. Il portiere vola a respingere un ultimo assalto al suo cielo, grigio quanto la divisa che indossa. Sa che ormai è troppo tardi, e che l’indomani molti ne giustificheranno i riflessi con l’età. Nella panchina degli azzurri un uomo è più solo degli altri: l’allenatore fissa il vuoto che lo circonda, affondando dietro lenti affumicate nell’abisso di una domanda tanto ossessionante quanto idiota.
Come si dirà tricampeão in tedesco?

Dortmund. 2006.
L’arbitro si aggira indolente per il campo, tenendo in mano il taccuino riempito di nomi e minuti. Intorno a lui qualche massaggiatore tenta di contenere lo stillicidio di acido lattico che inonda i muscoli di chi è ancora riverso a terra. Tutto si è già consumato, secondo copione.
L’eroe di un’intera nazione è inginocchiato con i compagni a ringraziare l’infinito carnevale di un popolo in festa. L’instancabile marcia fino al cuore del loro paese terminerà di lì a pochi giorni, nella speranza di coronare il sogno più grande.
Sdraiati in terra a margine della scena, con il viso rivolto al cielo cupo, una mezza dozzina di giocatori italiani ripensa a tutto quanto avrebbe potuto essere, ma non è mai stato. Gli occhi della memoria rivivono spietati ogni singolo istante appena trascorso, nel vano tentativo di esorcizzarne l’ossessione futura. I novanta minuti di straordinaria battaglia; il palo colpito a due dalla fine; le occasioni che l’hanno preceduto. Poi, quando tutto sembrava ormai doversi decidere ai rigori, quel tiro da fuori area rimpallato dal corpo del capitano azzurro, e sparato in rete dall’omologo tedesco, in un’assurda simmetria speculare tra vincitori e sconfitti. Il fantasma di un giocatore rinato davanti alle ceneri fumanti degli eterni rivali, sempre vinti. Una notte impossibile da dimenticare per chi, da bambino, ha vissuto il poema di epiche battaglie messicane e spagnole raccontate dai padri, e che ora ne alimenta la grandezza, scrivendone nuovi canti.
Uno degli azzurri sconfitti s’infila lentamente nel tunnel degli spogliatoi, dopo essersi sentito rincuorato per la grande partita giocata. L’indomani, di quel conforto, rimarrà soltanto una piccola traccia impossibile da trattenere. La sola cosa che resterà a tormentarlo sarà il ricordo del rumore sordo di quel palo, colpito quando il destino stava per essere cambiato. Doloroso quanto l’urlo strozzato sul fondo della propria incredulità.

Nell’istante esatto in cui il tuo piede colpisce la dura e rotonda superficie, la consapevolezza del tempo presente ti riporta alla banale semplicità del gesto appena compiuto. Osservi il pallone sfiorare il piede del portiere lanciatosi sgraziato, e superarlo. Sei ancora avvolto dalla visione dentro cui sei rimasto imprigionato, ma non sapresti dire per quanto. Tutto ora sembra accadere con la consistenza del reale, e tanto ti basta. Non ti sei mai realmente chiesto se quella palla sarebbe entrata. Perchè, semplicemente, non ci hai pensato. Non ne avevi bisogno. Tu eri altrove, lungo la via breve che illumina la mente del genio, permettendogli di cambiare la storia. E di riscrivere tutti i nostri sogni.

(*) Gli incontri cui fa ucronicamente riferimento il testo sono i seguenti:
17/06/70 Semifinale Mondiali – Italia vs Germania Ovest 4 – 3 (dts)
21/06/70 Finale Mondiali – Brasile vs Italia 4 – 1
11/07/82 Finale Mondiali – Italia vs Germania Ovest 3 – 1
04/07/06  Semifinale Mondiali – Italia vs Germania 2 – 0 (dts)

(**) Tutte le immagini sono prese da www.ilpost.it/2012/06/27/italia-germania-in-35-foto/

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