Breve cronaca di evento epocale (Napoli, Maggio 1988)

[Riceviamo e pubblichiamo - di Carlo Maria Miele.]

La mia infanzia è finita nel maggio del 1988, alle cinque di una domenica pomeriggio. Stavo a casa mia, stravaccato sul divano del soggiorno, cullato da voci familiari e rumore di stoviglie, quando all’improvviso ebbi l’esatta percezione di essere diventato grande. Non adulto, certo, ma grande abbastanza per decidere di mettere da parte i giochi e le illusioni dei primi anni di vita, per iniziare a fare in prima persona i conti con la realtà, senza più lo scudo dei genitori o di qualche parente.

In seguito, a distanza di molto tempo, ho avuto anche modo di gioire per quella accecante rivelazione. Ancora oggi, quando mi trovo a rammentare l’episodio o le poche volte che accetto di parlarne con qualcuno, finisco per ammettere che il fatto di aver potuto assistere alla mia maturazione, quasi come un osservatore esterno, sia stata una fortuna, un privilegio che non capita a tutti. Ma allora, in quei pochi drammatici momenti che segnarono la mia esistenza, non provai alcun piacere. Solo una sofferenza intensa, che mi colse allo stomaco e che mano a mano si irradiò per tutto il corpo, fino ad afferrarmi il petto e gli arti, come una sorta di infarto prematuro.
Fortunatamente, fu tutto abbastanza rapido, non più di qualche decina di minuti. Più o meno quanto passa dall’intervallo di un incontro di calcio al suo fischio finale. Perché la mia maturazione avvenne durante una partita. Precisamente durante il secondo tempo di Napoli-Milan.
Erano gli anni ottanta, e le partite si potevano sentire solo per radio, o al massimo vedere in differita. Però in quell’occasione, data l’importanza dell’evento, la Rai aveva concesso la diretta della seconda metà dell’incontro. Solo così, in virtù di un’anomalia nel palinsesto della televisione di Stato, potei assistere al mio primo dramma, vederlo dipanarsi davanti ai miei occhi in maniera lenta e inesorabile, senza poter far niente per impedire che accadesse.
Quel giorno di maggio, e contro ogni pronostico, il Napoli perse in casa per 3 a 2. Il Napoli di Maradona, il più bel Napoli di sempre, perse l’invincibilità casalinga e abbandonò lo scudetto a un passo dal traguardo. O, meglio, lo consegnò nelle mani del peggior avversario che potesse trovare: il Milan degli olandesi, di Sacchi, di Berlusconi. Una creatura del tutto nuova, che fino a quel momento non avevo nemmeno preso in considerazione; forgiata a colpi di soldi e impresa, dinamica come una locomotiva futurista e immonda come il peggior spettacolo delle tv commerciali.
Un gol dietro l’altro seppellirono il Napoli e quanto restava dell’infantile illusione di invulnerabilità che avevo coltivato fino a quel giorno. Quel pomeriggio, al cospetto della prestanza atletica dei rossoneri i mie beniamini mi parvero poco più che vecchietti acciaccati. E sotto il sole tardo primaverile del San Paolo anche le divise dei dirigenti milanisti offuscarono per taglio e bellezza le antiquate tute in flanella di quelli della mia squadra.
In seguito, di quella partita parlarono in tanti e per anni. Si disse che i giocatori del Napoli se la fossero venduta, che l’avesse comprata la camorra per non finire in bancarotta pagando tutte le scommesse che davano gli azzurri vincenti in quel campionato. In pochi però capirono la portata vera dell’evento. Solo qualcuno si rese conto di cosa stava accadendo, che un tipo di modo di intendere il pallone era morto, per lasciare spazio a qualcos’altro. Che in quei novanta minuti non si era giocato solo uno scudetto, ma che era avvenuta una vera rivoluzione, che avrebbe trasformato per sempre il calcio. E forse non solo quello.
Di sicuro me ne accorsi io. Per me fu uno spettacolo inatteso e crudele, cui assistetti a bocca aperta, senza riuscire a proferire parola, ma con mente lucida. Subito dopo il fischio finale, fui scosso dalla mano di mio padre, che mi frugò energicamente tra i capelli, nel vano tentativo di consolarmi. “E’ andata così, ci rifaremo”, mi disse con la sua voce da baritono, come si trattasse della cosa più naturale del mondo. Ma si vedeva chiaramente che stava fingendo, che era scosso anche lui nel profondo. Probabilmente stava pensando che, se lo avesse saputo prima, certamente mi avrebbe risparmiato questa sofferenza inutile. Magari mi avrebbe mandato giù in strada, a giocare con gli altri ragazzini della mia età, invece che sottopormi a quella odiosa tortura. E invece adesso, a cose fatte, cercava di darmi conforto con la frase più banale che gli potesse uscire di bocca. “E’ andata così, ci rifaremo”.
Però io ero già prossimo al pianto. Trattenevo i singhiozzi, ma le lacrime cominciavano ad affiorare abbondanti agli occhi, scivolandomi lente sulle guance. E ciò nonostante continuavo a fissare lo schermo, le immagini delle telecamere che saltavano dai volti increduli e affranti dei giocatori azzurri a quelli raggianti degli avversari. Non riuscivo ad allontanarmi dal monitor, nella insulsa speranza che da un momento all’altro fosse potuto accadere qualcosa, che fosse ancora possibile cambiare il finale di quella storia.
Per qualche secondo la telecamera si fermò sul volto di Maradona. Era provato, teneva le mani sulla vita e la bocca socchiusa, nel tentativo di recuperare fiato. I tratti da indio erano resi lucidi dal sudore e tirati in una smorfia di sofferenza. Forse fu solo una mima impressione, la suggestione del momento. Chi può dirlo. Però, proprio in quell’istante, il capitano si avvicinò alla telecamera e la fissò con intensità, come se volesse guardare dall’altra parte. Cercò i miei occhi – così mi parve – e, una volta certo di averli trovati, allargò le braccia sconsolato. Era la prima volta che lo vedevo in quello stato. Non solo sconfitto, ma anche rassegnato. Poi Maradona aprì la bocca per dire qualcosa. «Non posso farci nulla – mi sembrò che dicesse, col suo inconfondibile accento da sudaca – È la vita, devi imparare anche questo».
Accolse quelle parole come una carezza e finalmente provai un po’ di conforto. Avrei voluto ringraziare il numero dieci, che però si era già voltato e si stava avviando verso gli spogliatoi. Sul prato assolato restavano ancora gli altri giocatori in maglia azzurra, che si aggiravano smarriti, con gli occhi bassi sul terreno. Non avevano nemmeno il coraggio, loro, di incrociare il mio sguardo.

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3 commenti su Breve cronaca di evento epocale (Napoli, Maggio 1988)

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  2. pietro

    Ho notato un senso di disprezzo per quel Milan.
    Non tanto per l’aver battuto la tua squadra del cuore. Ma come se quel Milan avesse cambiato il calcio in negativo.
    Invece sento di doverti correggere.
    Il calcio lo hanno cambiato gli sponsor dei primi anni 80. Qual calcio di cui avevi capito stesse scomparendo al massimo il Milan te ne diede conferma.
    Ma quel Milan ha cambiato il calcio sul campo. Un gioco nuovo, fatto di pressing, potenza fisica e classe allo stesso momento.
    Quel Milan ha cambiato il calcio perchè nessuno aveva mai visto niente di più bello e vincente in un campo di calcio.
    Quel Napoli non potè fare niente. Fu solo la prima vera vittima di una lunga serie, da parte di un’armata come non si era mai vista prima e neanche dopo.

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  3. MARZIO

    PER ANNI HO PENSATO DI ESSERE STATO IL SOLO A SENTIRMI COSì…
    HO PROVATO LE TUE STESSE SENSAZIONI. HO PIANTO COME TE.
    E IL MIO PAPà MI HA CONSOLATO ALLO STESSO MODO DEL TUO.
    ANCORA OGGI, DOPO 29 ANNI, OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI QUESTA PARTITA O LA RIVEDO IN TV O SU INTERNET, PROVO LO STESSO MAGONE.
    MA QUEL MILAN DIMOSDTRò UNO STRAPOTERE FISICO E TATTICO CHE DAVVERO CAMBIO IL CALCIO ITALIANO: IL CALCIO TOTALE ABBINATO A GIOCATORI DI INFINITA QUALITà.
    E SACCHI MOSTRò ALL’ITALIA (E POI AL MONDO) QUANTO FOSSE AVANGUARDISTA: 4-4-2 SUPER OFFESNSIVO E NEL 2° TEMPO GLI INGRESSI DI VAN BASTEN E MASSARO, IN CONFRONTO AD UN BIANCHI PAUROSO CHE SCHIERò UNA FORMAZIONE CON 6 DIFENSORI E 1 PUNTA.
    MERITARONO LORO. ED IN EFFETTI NOI FUMMO SOLO I PRIMI DI UNA LUNGA SERIE DI VITTIME ECCELLENTI.
    MERITARONO. NULLA ALTRO DA

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